A Ginevra la diplomazia riparte sempre nello stesso modo: con le luci accese nelle sale dei negoziati e il rumore, più lontano ma non abbastanza, di una guerra che non concede nemmeno tregue simboliche. Il 17 febbraio 2026 prende avvio un nuovo giro di colloqui tra Russia e Ucraina mediati dagli Stati Uniti, in un contesto in cui gli attacchi continuano mentre si preparano le sessioni di lavoro. Questa simultaneità non è un dettaglio, ma la cifra politica del momento: negoziare senza interrompere le operazioni serve a entrambe le parti per non trasmettere l’idea di debolezza e, soprattutto, per trasformare il tempo in una leva. La guerra, ormai, non è più soltanto una disputa di linee del fronte: è un confronto prolungato sulla resilienza, sul costo sopportabile dalla società, sulla capacità di attrarre sostegno internazionale e sulla possibilità di imporre all’avversario una “fatica strategica” tale da renderlo più propenso a compromessi.
L’apertura di colloqui mediati da Washington indica che la partita non si gioca più soltanto sul binomio Mosca-Kyiv, ma su un triangolo in cui il mediatore è anche un attore con interessi propri. In questo contesto, gli Stati Uniti non si limitano a facilitare: definiscono priorità, sequenze e, spesso, la grammatica stessa della trattativa. Questo ha implicazioni immediate. Per l’Ucraina, il rischio è dover bilanciare due esigenze in tensione: da un lato, la necessità di mantenere ferme le proprie linee rosse (sovranità, sicurezza futura, non legittimazione politica dell’aggressione); dall’altro, l’esigenza di non apparire come l’attore che “blocca” il processo, soprattutto quando la pressione internazionale cresce e la promessa di un’uscita dal conflitto diventa un obiettivo politico in sé. Per la Russia, invece, la mediazione statunitense può essere letta come opportunità e vincolo: opportunità perché consente di trattare con il principale perno del sostegno occidentale a Kyiv; vincolo perché rende più difficile presentare l’esito come una vittoria pienamente autonoma, soprattutto se l’accordo dovesse prevedere meccanismi di controllo e verifiche che limitano la libertà operativa. In un conflitto lungo, la domanda centrale non è “se” si negozia, ma “cosa” si negozia davvero. Quando le posizioni restano distanti sui nodi massimi: status dei territori contesi, garanzie di sicurezza, vincoli militari, sequenza di ritiro o congelamento delle forze, la diplomazia tende a spostarsi su obiettivi intermedi: riduzione dei rischi, misure umanitarie, regole tecniche di “deconfliction”, canali di comunicazione stabili, limitazioni su specifiche categorie di attacchi. In altre parole, si prova a costruire una scala: prima si abbassa la probabilità di escalation incontrollata, poi si tenta di rendere più “gestibile” il conflitto, e solo in seguito, se le condizioni politiche maturano, si affrontano le questioni esistenziali. È un approccio pragmatico, ma fragile, perché ogni passo tecnico può essere interpretato come concessione strategica e ogni violazione sul terreno può distruggere quel minimo di fiducia necessario a far funzionare anche gli accordi più limitati.
La prosecuzione degli attacchi nelle ore che precedono e accompagnano i colloqui rafforza una lettura geopolitica precisa: la violenza non è separata dalla trattativa, ne è parte integrante. Colpire infrastrutture critiche, logistica o capacità di difesa non serve soltanto a ottenere un vantaggio immediato; serve a plasmare l’ambiente negoziale, aumentando il senso di urgenza e rendendo più costosa l’attesa per l’avversario. Qui entra in gioco un elemento spesso decisivo: l’inverno, l’energia e la tenuta sociale. In qualunque guerra moderna, la rete elettrica, il riscaldamento e i servizi essenziali non sono solo “obiettivi”: sono barometri politici. Se una società percepisce che la normalità è irraggiungibile e che ogni mese di conflitto peggiora la vita quotidiana, la pressione per una soluzione cresce. Allo stesso modo, però, un eccesso di coercizione può irrigidire l’opinione pubblica e rendere politicamente impossibile qualunque compromesso. La linea è sottile: chi usa l’energia come leva negoziale mira a indebolire la resilienza senza provocare un effetto boomerang di mobilitazione e di maggiore sostegno internazionale al bersaglio.
Ginevra, inoltre, non è una città neutra in senso politico, anche se lo è nella memoria diplomatica europea. È un simbolo: evoca un’idea di ordine negoziato, di regole e istituzioni, di soluzione multilaterale. Proprio per questo, la scelta del luogo contribuisce a spostare il discorso dal “campo di battaglia” al “campo delle garanzie”. E le garanzie sono la vera valuta geopolitica dei colloqui. Qualsiasi cessate-il-fuoco che non preveda strumenti credibili di verifica rischia di diventare una pausa tattica. Qualsiasi accordo che non definisca con chiarezza cosa accade in caso di violazione rischia di essere lettera morta. Qualsiasi formula che non affronti la sicurezza futura dell’Ucraina, con un mix di deterrenza, assistenza e meccanismi di risposta, rischia di lasciare aperta la porta a una ripresa delle ostilità. Ma l’altra faccia della medaglia è evidente: garanzie troppo vincolanti per un attore possono essere percepite come una sconfitta, e quindi essere politicamente ingestibili. La diplomazia, qui, è soprattutto ingegneria istituzionale: trovare una struttura che regga non solo oggi, ma anche quando cambieranno governi, priorità e contesti internazionali. In questo quadro, l’Europa resta un attore strutturale anche se non determina il formato del tavolo. È l’Europa a sostenere una parte significativa dei costi economici della guerra e dell’assistenza; è l’Europa a vivere la dimensione di sicurezza in modo più diretto; è l’Europa a dover immaginare la ricostruzione, la gestione dei rifugiati, la stabilità delle frontiere e la sostenibilità politica delle scelte. Per questo, qualunque “processo di Ginevra” avrà inevitabilmente un seguito europeo: se emergesse una tregua, la questione diventerebbe immediatamente come sostenerla e monitorarla; se emergesse un percorso a tappe, la questione diventerebbe come finanziare e coordinare gli incentivi (e le pressioni) necessari a farlo avanzare.
Il punto, dunque, non è aspettarsi una svolta immediata, ma leggere i segnali: se dalle prime sessioni nasceranno gruppi di lavoro stabili, un’agenda scalare, misure minime di riduzione del rischio e un linguaggio comune su ciò che è verificabile, allora la diplomazia avrà ottenuto un risultato reale, anche se limitato. Se invece la trattativa resterà prigioniera di massime condizioni, dichiarazioni pubbliche inconciliabili e attacchi che annullano ogni spazio politico, allora Ginevra rischierà di essere percepita come un rito: un tavolo che esiste perché deve esistere, mentre la guerra continua a decidere. È una dinamica tipica dei conflitti lunghi: il negoziato non sostituisce la guerra, la accompagna; non chiude il confronto, lo ristruttura. E proprio per questo, oggi, l’elemento più geopolitico di tutti è la gestione delle aspettative: far sembrare possibile un percorso senza promettere una pace che nessuno, realisticamente, può garantire in poche sedute.
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