Negli ultimi giorni, il dibattito al Parlamento europeo due decisioni quasi parallele sui diritti civili. La commissione parlamentare FEMM ha dato sostegno formale all’iniziativa cittadina My Voice, My Choice, votando una risoluzione che chiede un accesso più sicuro e praticabile all’aborto in tutta l’Unione. Il Parlamento ha anche approvato in plenaria una modifica dell’Atto Elettorale per consentire il voto per delega alle deputate in gravidanza o nei mesi dopo il parto, che avrebbe lo scopo di rafforzare la parità di genere e rendere la vita politica più compatibile con la maternità. L’idea è che un’europarlamentare possa delegare il proprio voto a un collega per un periodo massimo di tre mesi prima della data presunta del parto e sei mesi dopo. La riforma è passata in plenaria il 13 novembre con un’ampia maggioranza (605 sì, 30 no, 5 astensioni), e rappresenta un passo concreto per rendere la rappresentanza parlamentare più inclusiva. Il rapporto ufficiale ricorda come questa misura non sia solo simbolica, ma un modo per conciliare mandato elettorale e responsabilità familiari, in linea con un’evoluzione delle istituzioni verso modelli più moderni.
Roberta Metsola, presidente del Parlamento, ha parlato di “proposta storica”, ribadendo che nessuna deputata dovrebbe dover scegliere tra il proprio mandato e la maternità. Tuttavia, per diventare pienamente operativa, la modifica deve ancora ottenere l’unanimità al Consiglio ed essere ratificata da tutti gli Stati membri secondo le loro procedure costituzionali.
Sul fronte dell’aborto, invece, il comitato FEMM ha approvato (26 favorevoli, 12 contrari) la risoluzione che dà seguito all’iniziativa di cittadini My Voice, My Choice. Secondo il documento, in molti Paesi dell’UE persistono barriere sia legali sia pratiche che rendono difficile per molte donne accedere a un’interruzione di gravidanza sicura, tra costi, distanze, lentezze burocratiche. La risoluzione, non vincolante ma altamente simbolica, chiede alla Commissione europea di creare un meccanismo finanziario su base volontaria, ossia uno schema con risorse UE per sostenere quegli Stati che vogliano garantire aborti sicuri anche per chi non ha accesso nazionale. La proposta è vista come una forma di solidarietà europea concreta e innovativa, perché permetterebbe il finanziamento transnazionale di strutture sanitarie, viaggi e cure per chi vive in Paesi con restrizioni legali o pratiche. Abir Al-Sahlani, relatrice del testo, ha dichiarato che “nessuna donna dovrebbe lasciare il proprio Paese solo per esercitare i suoi diritti” e che il diritto alla salute sessuale e riproduttiva è un diritto umano fondamentale.
Oltre alla risoluzione, è stata presentata al Parlamento una “domanda orale” alla Commissione per chiedere come intenda rispondere concretamente all’iniziativa popolare. Secondo il comunicato ufficiale, si terrà un dibattito in seduta plenaria, seguito da un voto, e il 2 dicembre è già prevista un’udienza pubblica. La Commissione ha tempo fino al 2 marzo 2026 per presentare una risposta formale, come previsto per le iniziative dei cittadini.
Accanto a queste misure, il Parlamento ha delineato una visione più ampia per la parità di genere e la protezione dei diritti delle donne, ribadendo che la violenza di genere deve essere considerata un crimine internazionale e che l’aborto sicuro e legale è un diritto fondamentale. La definizione di stupro basata sul consenso sessuale viene indicata come principio da armonizzare a livello europeo, così come la necessità di rafforzare l’assistenza sanitaria alle donne. Queste iniziative rientrano nella futura Strategia per la parità di genere 2026-2030, che mira a garantire maggiore tutela, prevenzione e uniformità delle norme in tutti gli Stati membri, promuovendo un’Europa dove la partecipazione politica, la sicurezza personale e l’accesso ai propri diritti siano realmente garantiti.
Dietro a questa doppia vittoria parlamentare si vede l’UE non solo come garante di diritti astratti, ma come attore che trasforma le sue istituzioni per riflettere la realtà sociale. Il voto sul proxy votingpermette uno spazio istituzionale reale per madri e deputate in cui politica e vita privata possono dialogare. Allo stesso tempo, l’appoggio alla risoluzione sull’aborto dimostra che l’UE può diventare un terreno di solidarietà riproduttiva, un’istituzione capace di riconoscere le disparità esistenti fra Paesi e offrire risposte concrete. Nonostante ciò, la risoluzione sull’aborto non ha forza di legge, in quanto questa dipenderà dalla disponibilità politica di Commissione e Stati membri, e per il voto delegato sarà necessario un lungo percorso di ratifica a livello nazionale. Questo significa che, nonostante il simbolismo potente, la realizzazione concreta non è garantita né automatica.
In ogni caso, questi sviluppi sono un segnale che il Parlamento europeo non si accontenta di dichiarare principi, ma cerca di istituzionalizzare la parità di genere con strumenti operativi.
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L'Autore
Riccardo Carboni
Classe 1999, laureato in Scienze internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna e da sempre appassionato di affari internazionali. Studente all’ultimo anno di Master in International Relations presso la LUISS, ha approfondito tematiche riguardanti la sicurezza internazionale seguendo forum e partecipando a programmi di pianificazione militari secondo la dottrina NATO. Autore all’interno di Mondo Internazionale per l’area tematica “Organizzazioni Internazionali”.
Born in 1999, he holds a bachelor’s degree in International and Diplomatic Sciences from the University of Bologna and have always been passionate about international affairs. Currently a final-year student in the Master's degree program in International Relations at LUISS, he has delved into issues related to international security by following forums and participating in military planning programs based on NATO doctrine. Author and contributor to Mondo Internazionale for the "International Organisations” section.
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Unione Europea Aborto