Diritti umani in Venezuela. In fuga verso la libertà

Maduro: oppressione delle libertà e del dissenso, il Venezuela trema

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  Federico Cortese
  08 settembre 2024
  4 minuti, 41 secondi

I diritti umani in Venezuela, dopo la rielezione di Nicolás Maduro a fine luglio, sono attraversati da violazioni sistematiche e diffuse che coinvolgono la libertà di espressione, la partecipazione politica, la sicurezza personale e il diritto a condizioni di vita dignitose. La rielezione del delfino di Chavez, contestata e boicottata dall'opposizione, ha segnato un punto di svolta negativo per il rispetto dei diritti umani nel Paese. L’affluenza alle urne è stata pari al 57,9%, con Maduro che ha ottenuto il 51,95% dei consensi, in netta discesa rispetto alla tornata precedente. Il Governo ha intensificato la repressione politica, arrestando molti dissidenti, che si aggiungono agli oltre 800 oppositori politici incarcerati tra il 2014 e il 2021 secondo il Foro Penal.

Dal 2013, più di 115 media sono stati chiusi o hanno cessato le loro attività per via delle intimidazioni governative, della censura diretta o della mancanza di risorse economiche. Solo nel 2020, venti mezzi di informazione indipendenti sono stati soppressi, mentre numerosi giornalisti sono stati arrestati per aver denunciato le condizioni di criticità del Paese o per aver assunto posizioni nette contro il regime. L’uso della violenza ai danni dei manifestanti è un altro esempio di violazione espressa dei diritti umani: si stima che più di 9.000 cittadini siano stati arrestati in dieci anni, e che molti di questi siano stati sottoposti a torture e sevizie in carcere, mentre altre fonti parlano di oltre 5.000 persone uccise tra il 2018 e il 2019 in operazioni delle forze di sicurezza, mascherate con interventi di polizia criminale. Nel rapporto del 2020, la Missione internazionale indipendente d’inchiesta del Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha denunciato che il governo Maduro è direttamente responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, incluse le esecuzioni extragiudiziali e le sparizioni forzate.

Sulle torture e i maltrattamenti verso i cittadini, Amnesty International ha riportato che gli strumenti utilizzati in Venezuela includono scosse elettriche, asfissia e violenze sessuali. Questi metodi sono stati impiegati non solo per reprimere la dissidenza politica, ma anche per terrorizzare le comunità giudicate potenzialmente pericolose per il regime, come gli attivisti sociali e i paladini dei diritti umani.

La crisi dei diritti umani è aggravata dall'esodo di massa della popolazione venezuelana. Secondo i dati dell'UNHCR, a fine 2023 più di 7,7 milioni di venezuelani, che equivalgono al 25% della popolazione, hanno lasciato il Paese, facendo del Venezuela il teatro della seconda più grande crisi migratoria al mondo. Ogni giorno circa 5.000 persone attraversano le frontiere in condizioni di estremo pericolo, cercando rifugio in Colombia e in Perù.

Questa migrazione di massa, aggravata dalla crisi economica scatenatasi nel Paese nel 2013 con il crollo del PIL del 75% in otto anni, sta creando enormi pressioni sui sistemi sanitari e sociali dei Paesi limitrofi, che faticano a rispondere adeguatamente alla crescente domanda di assistenza. L’iperinflazione ha raggiunto l’apice del 130% nel 2018, portando il 94% dei venezuelani al di sotto della soglia di povertà e il 76,6% in condizioni di povertà estrema secondo il rapporto ENCOVI del 2021.

L’emergenza migratoria in atto si stima che possa coinvolgere anche 200.000 individui italo-venezuelani, che però non figurano nei dati ufficiali. Di questi, alcune migliaia sono arrivate in Italia negli ultimi dieci anni. La Regione Piemonte è un caso che può fare scuola. Sono circa 3.000 gli italo-venezuelani arrivati nella Regione in condizioni di criticità, ma è previsto un aumento degli ingressi.

Il Comitato per i Diritti umani e civili della Regione, in persona del vicepresidente Giampiero Leo, ricorda che “i primi emigrati in Italia avevano più risorse, ma ora si tratta di gente molto povera. Perdono la loro professionalità originaria essendo obbligati a svolgere lavori umilissimi. Sono figli di italiani che hanno lavorato tutta la vita in Venezuela e che ora tornano in Italia, ma qui non hanno nessuna tutela, perché non hanno la residenza e i documenti italiani. Bisogna dare voce ad una terra lontana e amica dell’Italia, dove i diritti umani vengono calpestati ogni giorno con il silenzio complice della comunità internazionale. Gli italiani sono emigrati in Sud America più di cento anni fa ed hanno trovato un luogo ospitale: oggi è giusto che l’Italia faccia la sua parte ricevendo dignitosamente i discendenti di quegli italiani partiti in cerca di fortuna”.

Gli aiuti dei connazionali in Italia, come per tutti i popoli migranti, sono un asset strategico nell’accoglienza, perché “le possibilità di integrazione degli italo-venezuelani sono basse. Molti hanno un’alta scolarizzazione, ma riconoscere i titoli di studio con il sistema di conversione CIMEA richiede tempo e denaro. Le donne fanno le badanti, ma per gli uomini è più difficile trovare un lavoro stabile. Alcuni sono qualificati come infermieri sopperendo al turnover di medici nelle RSA. I soggetti fragili, minori e anziani, sono i più penalizzati. È importante organizzare raccolte fondi per gli interventi chirurgici, perché in Venezuela un’operazione costa in proporzione 400 euro, mentre la retribuzione media è di 5 euro al mese”, spiega Maria Requeña, presidente dell’associazione Venezuela in Piemonte.

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