Essere cristiani in Cina: la repressione della Chiesa di Dio Onnipotente.

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  Davide Shahhosseini
  12 marzo 2025
  8 minuti, 49 secondi

L'immagine è una gentile concessione della congregazione della Chiesa di Dio Onnipotente di Milano.

Con il termine "xié jiào (邪教)", coniato per la prima volta in epoca Ming, il Partito Comunista Cinese (PCC) si rivolge alle cosiddette “sette malvagie”. Il termine ha acquisito valenza giuridica con la formulazione di un articolo ad hoc del codice penale (art.300), che nel 1997 ha introdotto il reato di “uso di uno xié jiào. A dare un seguito sostanziale alla norma, l’istituzione di unità di polizia speciali (Ufficio 610) e di organizzazioni come l’Anti-Cult Association, finalizzate alla repressione dei gruppi religiosi declassati come deviati, con ramificazioni che operano anche al di fuori del territorio nazionale. Tuttavia, dietro il significato del termine si cela dell’ambiguità.

L’etimologia della parola xié jiào non farebbe riferimento a “sette” bensì a “insegnamenti eterodossi”, dove la decisione sulla legalità di questi ultimi, con una continuità tra l’età imperiale e la rivoluzione comunista, era competenza esclusiva del potere politico. A oggi, tale approccio si configura come una violazione della Costituzione popolare (1982) la quale vieta a qualsiasi organizzazione statale di interferire con la libertà religiosa riconosciuta a ciascun cittadino (art.36).

In virtù di ciò, rispetto alla questione religiosa, la manipolazione etimologica avrebbe una funzione ambivalente. Sul piano giuridico elude la costituzione, collocando gli xié jiào al di fuori della sfera religiosa e considerandoli alla stregua di organismi sovversivi, mentre sul fronte internazionale mira a legittimare le misure repressive, richiamando una simmetria di operato con l’antisettarismo praticato in diversi paesi occidentali. La stessa denominazione dell’Anti Cult Association rimarca come il suo operato sia diretto contro strutture settarie e non organizzazioni religiose.

Questa inclinazione totalitaria trova riscontro nell’altro testo ufficiale che regola il rapporto tra stato e libertà religiosa, il cosiddetto Documento 82 approvato dal Comitato Centrale nel marzo 1982.
Sebbene promuova una piena libertà di culto (art.4), il Documento riconosce in capo al PCC la facoltà di condizionare tale diritto. Sulla base dell’art.7, è l'autorità politica determinare quali movimenti religiosi possano in ultimo rientrare nella categoria delle cosiddette “religioni patriottiche”, arrivando a nominare i ministri di culto e a definire la natura degli scopi che un’organizzazione deve necessariamente perseguire per poter esercitare le proprie attività. Difatti, l’articolo sottolinea come ciascun movimento religioso debba, paradossalmente, avere come fine ultimo il sostegno incondizionato al PCC nel condurre il Paese verso un socialismo compiuto. Processo, questo, che d’accordo con l’ideologia di fondo marxista-leninista, alla quale il documento si ispira, dovrebbe condurre a una fisiologica estinzione di ogni credo.

Nell’interpretazione della Repubblica Popolare, la religione si configura come un errore storico che vede la sua origine tanto nell’oppressione attuata dalle classi dominanti in età feudale quanto nella penetrazione delle potenze imperialiste che si sono servite di questa per corrompere e soggiogare il popolo. In quest’ultimo caso si fa specifico riferimento al Cattolicesimo e Protestantesimo (art.2).

Il Documento 82 riconosce formalmente due categorie di religioni: quelle “patriottiche”, o meglio dire “sinizzate”, e quelle “non sinizzate”, dove a queste ultime viene concesso di operare in una zona grigia. Tuttavia, l’art.10 include un teorico terzo raggruppamento rivolto a tutte quelle realtà associative che per il PCC, operando sotto le vesti di organizzazioni religiose, perseguono fini criminali e/o mirano a sovvertire l’ordine costituito. A partire dal 1995, il governo cinese ha iniziato a redigere una “lista nera” di movimenti religiosi, dando così un nome e un volto agli xié jiào.

Nella lista nera dei gruppi religiosi vi è la Chiesa di Dio Onnipotente (CDO), movimento cristiano fondato nel 1991 in Cina. La CDO compare in tutte le liste nazionali pubblicate dal 1995 ad oggi. Con il venir meno delle attività del Falun Gong, per decenni primo target religioso della repressione cinese, oggi è la CDO ad essere il movimento religioso più perseguitato nella Repubblica Popolare. 

La campagna repressiva nei confronti della comunità della CDO ha visto un inasprimento a partire dal 2014. L’omicidio di una donna all’interno di un fast food di Zhāoyuǎn il 28 maggio 2014, da parte di alcuni membri di una congregazione non connessa alla CDO, è divenuto il pretesto per le autorità cinesi nel giustificare il massiccio giro di vite e misure repressive contro il gruppo cristiano. Sebbene l’iniziale onda emotiva provocata dall’efferatezza dell’omicidio assieme alla diffusione di notizie false da parte del governo cinese, avessero indotto larga parte dei media internazionali ad unirsi al coro di condanna contro il gruppo, successive indagini indipendenti, tra le quali uno studio condotto dall’Oxford Academic, hanno sconfessato l’impianto accusatorio mosso nei confronti della CDO.
Massimo Introvigne, fondatore del “Centro studi sulle nuove religioni” (CESNUR) e direttore della collana “Religioni e Movimenti”, citando le dichiarazioni degli imputati in sede processuale, ha evidenziato come questi ultimi avessero a più riprese negato qualsiasi legame con la CDO.

Nell’ultimo decennio la CDO è stata costantemente al centro delle campagne denigratorie dell’associazione anti-cult. In uno degli articoli più recenti consultabili sul sito di quest’ultima, la CDO viene travisata come manifestazione di una sindrome di “demenza collettiva”. Nello stesso report il movimento viene screditato attraverso stereotipi comunemente adottati dalla propaganda cinese: proselitismo subdolo e violento; posizione “anti-famiglia” ed isolamento sociale; ricettazione ai danni dei fedeli ecc.

Facendo riferimento ai principi, alla letteratura espressioni del movimento, emerge un netto contrasto tra la narrazione dell’anti-cult e la dottrina della CDO. Rispetto al tema dei rapporti con la famiglia, mentre la propaganda cinese imputa agli affiliati di rinnegare le relazioni familiari, il testo sacro di riferimento del gruppo indica il rispetto per l’unione matrimoniale e la scelta di sposarsi come incondizionata, oltre ad escludere qualsiasi forma di coercizione nei confronti di familiari che non vogliano unirsi. In ultimo, laddove l’uso di internet e dei social networks è fortemente limitato, sono proprio i canali familiari a fungere da prima fonte di conversione e affiliazione dei membri. 

L’azione delle autorità cinesi non si limita alla mera campagna di denigrazione. Sul piano normativo, l’ultimo decennio ha visto un graduale inasprimento delle norme anti xié jiào. Il documento sulle “misure amministrative per i luoghi di culto”, entrato in vigore nel 2023, mira a una standardizzazione e istituzionalizzazione delle attività religiose considerate “normali”, dove queste ultime sono chiamate a sostenere “la leadership del PCC e del sistema socialista, ad implementare a fondo l'ideologia di Xi Jinping del socialismo con caratteristiche cinesi”(art.3). Nel 2015, lo stesso art.300 del Codice penale è stato interessato da un emendamento che ha introdotto pene più severe per i reati di xié jiào. 

Secondo l’ultimo report della CDO sulle condizioni degli affiliati in Cina, dal 2011 al 2024 circa 480.000 membri sono stati arrestati, con il 2024 che ha registrato un incremento del 53 percento degli stessi rispetto al 2023 (quasi 20mila). Sono 293 i membri che dalla sua fondazione ad oggi hanno perso la vita dopo il loro arresto: 24 solo nel 2024. Nell’ottobre dello stesso anno, nel giro di quattro giorni nella stessa provincia di Jílín, due donne sono decedute dopo essere state sottoposte ad interrogatorio dalle autorità locali. 

Anche l'“US Commission On International Religious Freedom”, nel suo report annuale, ha messo in evidenza i metodi repressivi adottati dalla Repubblica Popolare nei confronti della CDO, sottolineando come le associazioni anti cult operino anche al di fuori dei confini, attraverso capillari reti di spionaggio.



fonte sito web Chiesa di Dio Onnipotente.

A partire dal 2014, il numero di adepti della CDO che hanno richiesto diritto di asilo è aumentato esponenzialmente, in particolare verso il continente europeo. Tuttavia, come evidenziato in un rapporto OSCE del 2019, nei principali Stati UE (tra i quali Francia, Germania, Belgio e Olanda) la stragrande maggioranza delle richieste di asilo (in alcuni casi oltre il 90 percento) sono state respinte.

I motivi alla base di questi respingimenti sono vari, ed alcuni di essi sono incompatibili con le linee guida promosse in materia di persecuzione religiosa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati(UNHCR) nel 2004. Sebbene la Convenzione del 1951 preveda che sia sufficiente un “giustificato timore di essere perseguitati per motivi religiosi” (Art.1), in diversi casi le autorità per l’immigrazione e i tribunali vincolano il riconoscimento dello status di rifugiato ai membri della CDO alla presenza di un incriminazione o un precedente arresto, non ritenendo sufficiente la sola appartenenza al gruppo e il timore fondato per le conseguenze che ciò può comportare. Infatti, sono la maggioranza i membri che fuggono dalla Cina onde evitare l’arresto. Inoltre, è la stessa legge nazionale (art.300 Cod.penale) a prevedere il reato di appartenenza a uno xié jiào, nella cui lista la CDO è presente dal 1995.

Un altro fattore che influenza le decisioni sui richiedenti asilo della CDO è l’interpretazione dell’art.300 del Codice penale cinese. Diverse motivazioni alla base dei respingimenti fanno leva su di un filone che vuole che l’art.300 sia applicato esclusivamente ai leader della CDO, o comunque a coloro che rivestono una funzione amministrativa. In realtà, lo stesso articolo considera sia il reato di “organizzazione” sia di “uso” di uno xié jiào, includendo ogni aspetto relativo al rapporto tra i membri e l’organizzazione, non facendo alcuna distinzione tra leader e affiliati ordinari. Questa chiave interpretativa va inoltre a cozzare con il comma 2, il quale elenca tutte quelle azioni da considerarsi oggetto di reato di xié jiào e pertanto punibili. Tra queste, l’essere in possesso di almeno 1000 copie di volantini, immagini, slogan inneggianti alla CDO; possedere almeno 250 copie di libri, giornali o video, audio e altri materiali digitali può comportare una pena dai 3 ai 7 anni di reclusione; se trovati in possesso di una quantità cinque volte superiore rispetto a quella indicata (ex. 5000 volantini) la pena minima prevista è di 7 anni di reclusione.

Trattandosi, queste, di ordinarie attività che vengono svolte da tutti gli affiliati, è implicito che per essere soggetti alle misure repressive è sufficiente essere parte di un movimento classificato come xié jiào, indipendentemente dal ruolo che si riveste all'interno di essi.

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L'Autore

Davide Shahhosseini

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