European Innovation Act: basterà a trattenere il talento in Europa?
Il 9 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato la sua proposta per trasformare la ricerca europea in imprese e crescita. Cosa prevede e perché potrebbe non bastare.
Il paradosso europeo
Dagli anni a oggi, 62 unicorni, cioè startup valutate oltre un miliardo di dollari, hanno lasciato l'Unione europea: 50 di questi si sono trasferiti negli Stati Uniti. Solo uno ha fatto il percorso inverso. Intanto, nel settore digitale, l'Unione dipende quasi del tutto da aziende statunitensi, molte delle quali sono cresciute anche grazie a talenti formati in Europa. Perché succede?
Il Rapporto Draghi del 2024 offre una diagnosi precisa: «Il problema non è che all'Europa manchino idee o ambizione […] ma l'innovazione si blocca al passaggio successivo: non riusciamo a tradurre l'innovazione in commercializzazione».
Tra le cause principali c'è la frammentazione normativa tra i 27 Stati membri, che rende il mercato europeo poco attraente per gli investitori. Una startup, con risorse ancora limitate, fatica a sostenere i costi amministrativi di regole diverse da Paese a Paese. Nella fase di scale-up, quella in cui un'impresa deve crescere rapidamente, finisce così per cercare capitali e mercati altrove, molto spesso oltreoceano.
A questo si aggiunge un problema di investimenti. L'UE destina alla ricerca e sviluppo circa il 2,2% del PIL, contro circa il 3,5% di quello destinato dagli Stati Uniti. E la spesa si concentra soprattutto nelle tecnologie intermedie, in particolare nel settore automobilistico, oggi sotto forte pressione per la concorrenza cinese. Già nel 2021 l'UE aveva lanciato il Consiglio Europeo per l'Innovazione (EIC), ispirato in parte al modello americano ARPA. Secondo il Rapporto Draghi, però, l'EIC non ha raggiunto la scala e l'autonomia necessarie.
La posta in gioco va oltre la crescita economica. Far nascere e crescere startup in Europa significa rafforzare la sovranità tecnologica dell'Unione, in una fase in cui la dipendenza dall'estero si è rivelata un punto debole.
Cosa prevede la proposta
Avendo preso consapevolezza del fenomeno, il 9 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato l'European Innovation Act, con l'obiettivo di trasformare la ricerca in imprese e crescita. La proposta si basa su tre pilastri.
- Proprietà intellettuale. Un quadro comune europeo per stimare il valore dei brevetti e delle altre forme di proprietà intellettuale, affiancato da un mercato digitale per comprarle e venderle. In questo modo le startup potranno usare le proprie idee come garanzia per ottenere prestiti e finanziamenti.
- Appalti pubblici per l'innovazione. Una nuova procedura per gli acquisti pubblici di ricerca e sviluppo, che rende lo Stato uno dei primi clienti delle tecnologie innovative e permette appalti congiunti tra più Paesi.
- Sandbox regolatorie. Principi comuni per spazi controllati in cui testare prodotti innovativi sotto la supervisione delle autorità, con regole temporaneamente alleggerite. Il meccanismo esiste già in alcuni settori: in Italia, per esempio, la sandbox fintech di Banca d'Italia, Consob e IVASS consente di sperimentare servizi finanziari innovativi. Oggi, però, ogni Paese ha le proprie regole, e la proposta punta a superare questa frammentazione.
Secondo le stime della Commissione, le misure potrebbero generare fino a 10,2 miliardi di euro l'anno di finanziamenti aggiuntivi, un miliardo di risparmi annui per gli acquirenti pubblici, 35 milioni di risparmi amministrativi e 25,9 miliardi di profitti per le imprese. Il Centro comune di ricerca della Commissione (JRC) stima inoltre un aumento del PIL europeo tra lo 0,24% e lo 0,42% entro dieci anni, con fino a 507.000 nuovi posti di lavoro nello scenario più favorevole.
Basterà?
I numeri vanno però letti con cautela. Si tratta di stime prodotte dalla Commissione stessa, e il JRC avverte che i risultati «restano condizionati dalla capacità delle misure di funzionare nella pratica».
Soprattutto, la proposta interviene solo su una parte del problema. Il nodo principale resta l'accesso ai capitali, di cui l’UE raccoglie solo il 5% contro il 52% degli Stati Uniti e il 40% della Cina. Senza un vero mercato unico dei capitali le startup continueranno a cercare investitori oltreoceano. Per lo stesso motivo molte di loro ricorrono al cosiddetto "US flip", cioè trasferiscono la propria società madre negli Stati Uniti per ottenere finanziamenti.
Qualche segnale di inversione, però, c'è. Nel settembre 2026 la startup tedesca di intelligenza artificiale Langdock ha annunciato di voler riportare la propria società madre dagli Stati Uniti in Germania, spendendo diversi milioni di euro. Il motivo: i clienti europei chiedono maggiori garanzie sulla protezione dei dati rispetto alla legislazione americana. La sovranità tecnologica, insomma, sta diventando anche un argomento commerciale.
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