Il periodo cosiddetto “sessantottino” viene generalmente ricordato come quell’ampia stagione durante la quale il coraggio di ribellarsi da parte delle giovani generazioni, in particolare attraverso le mobilitazioni studentesche, diede avvio a processi di trasformazione di comportamenti e mentalità dell’epoca, destinati a esercitare un’influenza positiva sul futuro. Il filone di pensiero che animava gli insorti si avvicinava, per lo più, alla filosofia della Scuola di Francoforte, nello specifico alle idee di Herbert Mancuse: in quegli anni, si sosteneva con ogni mezzo la lotta contro quella che l’autore definiva una «cultura unidimensionale» e una «falsa libertà», entrambe frutto dello sviluppo del consumismo e delle tecnologie industriali. Nel vivo di queste contestazioni giovanili, appare sulla scena un pensatore la cui complessa traiettoria intellettuale incarna le frizioni di quell’epoca. Si tratta di Armando Plebe, autore inizialmente marxista, poi approdato alla parte contraria, che si distaccherà completamente dalla visione rivoluzionaria, definendo i sovvertimenti dei «rifugi d’obbligo di tutti i pavidi e i pigri».
L’autore nasce ad Alessandria nel 1927, per poi laurearsi in Filosofia all’Università di Torino e, successivamente, conseguire un ulteriore laurea in Filosofia all’Università di Innsbruck. La sua carriera accademica si può ritenere più che lineare: dopo aver insegnato, dal 1957, all’Università di Perugia, nel 1962 si stabilizza nella Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo come docente ordinario della stessa disciplina, fino a essere nominato direttore dell’Istituto della Facoltà di Lettere. Noto anche oltre i confini nazionali, collabora con diverse riviste di cultura internazionale, tra cui “Wiener Zeitschrift für Philosophie” e “Voprosy Filosofii” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. L’aspetto più ambiguo, ma allo stesso tempo intrigante, della sua biografia riguarda senza dubbio il controverso percorso politico, un orientamento per descrivere il quale si possono citare le parole dello stesso autore: «Seguo il verso di Orazio “Odio la massa e me ne tengo lontano”. Solo in questo sono uomo di destra». Gli «anni ruggenti» delle mobilitazioni studentesche avevano indotto la sinistra “furente” a commettere un errore per lui imperdonabile: fuorviare lo stesso pensiero marxista. Il distacco da quelle correnti si manifesta nell’intellettuale già con la pubblicazione, nel 1967, dell’opera “Che cosa ha veramente detto Marx”, in cui Plebe osserva come «Tutti i comunisti facevano finta di conoscere il Capitale, ma in realtà ben pochi lo avevano, non dico letto, ma neppure sfogliato […]». Solo a seguito, però, degli scontri del ’68, l’autore comprende quale fosse l’unico modo per allontanarsi da quelle visioni inconsapevoli rispetto alle vere tematiche comuniste: dal PCI, Plebe si ritrova ad approdare nel Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante, dove compie il suo percorso politico fino a essere eletto senatore della Repubblica nelle elezioni del 1972 e nuovamente in quelle del 1976. Egli precisò come la sua adesione al partito di estrema destra non rappresentasse una conversione ideologica, quanto più fosse dettata dalla volontà di lottare contro l’”anti-cultura”, presente tanto nelle sue forme “sessantottine”, quanto nelle varianti collettiviste. Nonostante, infatti, nelle “Memorie di sinistra e memorie di destra” si riferisse a personaggi illustri, come Galvano della Volpe o Theodor Adorno, in maniera denigratoria, il suo pensiero può essere comunque descritto come quello di un “materialista illuminista”, il cui unico obiettivo dichiarato era quello di diventare «colui che avrebbe portato la cultura a destra». Abbandonata la controversa attività politica nel 1979, prosegue la carriera accademica fino alla morte, avvenuta a Roma nel 2017.
La recensione espressa da Piero Violante, illustre politologo e giornalista dell’Università di Palermo, su un articolo apparso in “La Repubblica” in merito al celebre saggio di Armando Plebe, “Filosofia della Reazione” del 1971, risuona particolarmente aspra: «Il suo libro cult […] è solo […] un’abile contraffazione di temi francofortesi che propugnano una terza via oltre il capitalismo e il socialismo adattati in modo sghembo alla reazione.». A dispetto di queste parole severe, il volume si inserisce nel panorama intellettuale di quei tempi come una provocazione scandalosa nei confronti di quella che l’autore stesso avrebbe descritto come una «nuova dittatura», la volontà d’insurrezione, nonché verso una cultura di sinistra, in quel periodo maggioritaria, proponendo una soluzione alternativa e assolutamente non mediana tra conservatorismo e rivoluzione, che non solo riscopre una propria giustificazione teoretica, ma risulta anche facilmente applicabile alla prassi.
Come si può effettivamente definire il termine “reazione”? Tra le sillabe della parola si legge una ridefinizione della stessa da parte di Plebe in chiave di “recupero dei significati”: un’azione ugualmente volta a prendere le distanze rispetto all’inutile prassi che animava le menti rabbiose dei “sessantottini” per orientarsi, invece, verso una conoscenza e un’analisi che avrebbero disfatto retorica e conformismo. «In realtà “reazione” significa soltanto “agire in risposta a qualcosa”; e in tal senso la stessa storia naturale insegna che la reazione di norma non soltanto non segue, ma precede e prepara l’azione». Plebe mostra come essere “reazionari” sia una «maison intolérable», un’accusa infamante a tal punto da divenire, secondo la definizione dello stesso autore, il «tabù più temuto, più impronunciabile e più nascostamente operante dell’umanità». È proprio da questa conclusione che si può così comprendere come il concetto di “re-azione” si sia evoluto profondamente nel corso della Storia, tanto che la sua capacità di dar scandalo sia dovuta alla maturità raggiunta dal comportamento di chi lo mette in atto, fino a renderlo l’oggetto principale della filosofia. Nella prefazione del saggio, si fa riferimento al concetto come «la lotta contro l’istinto di morte», precisando «che l’istinto di morte si coniuga al futuro anteriore»: il problema della mentalità studentesca degli anni Sessanta-Settanta del Novecento rimane quella «perversione del tempo» per cui il presente dovrebbe essere una semplice preparazione al futuro immaginato, senza vivere concretamente il momento storico, ma sopravvivendo per assicurare un “poi” più congeniale.
La “reazione” diviene così la filosofia di chi si vuole orientare in un solitario cammino contro l’ossessione per il passato (la Storia con la S maiuscola, in cui si vogliono rifugiare tutti i conservatori) e il futuro (il regno incantato dei rivoluzionari), per godere, invece, dell’attuale, dell’”oggi”. Plebe non vuole proporre quella “terza via” di cui si mostrano fautori gli ideali di destra, quanto più farsi portavoce della differenza tra l’analisi razionale che caratterizza il concetto reazionario e l’assurdità di ogni altra direzione intrapresa dalle due correnti avversarie. Si descrive così una posizione che può essere ugualmente interpretata come estrema, ma non illusoria: da una parte per la sua vicinanza all’ideologia “aristotelica”, in cui la prassi è intesa come φρόνησις (“saggezza”); dall’altra per la prudenza e la riflessione che si celano dietro l’attività pratica, rimanendo sulla falsariga del filosofo ellenico, da cui l’autore prenderà generalmente ispirazione.
La traiettoria concettuale delineata nella “Filosofia della Reazione” non si esaurisce nella mera cronaca del dibattito ideologico novecentesco, ma offre stimoli analitici flessibili e applicabili alle dinamiche del panorama contemporaneo. In un contesto attuale dominato da narrative tecnocratiche e progressiste spesso prive di una solida verifica empirica, il concetto plebeiano di “re-azione” si emancipa dalla sua originaria classificazione politica per configurarsi come un paradigma basato sul realismo critico e sulla demistificazione del conformismo intellettuale. La posizione di Plebe si traduce così in un monito metodologico: la necessità di un radicamento razionale nel presente che, rifiutando sia il nostalgismo sterile del conservatorismo sia l’illusione teleologica del rivoluzionarismo, rivendichi la prudenza e la comprensione teoretica quali strumenti primari d’interpretazione e orientamento nella prassi.
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