Negli ultimi anni uno dei moventi principali che spinge le persone a migrare è la crisi climatica.
Le condizioni di vita della popolazione in molte aree del globo sono diventate precarie per via della scarsità di risorse naturali, in primis l’acqua, e dei danni agli allevamenti e alle coltivazioni dovuti al riscaldamento climatico. Ma anche la distruzione di abitazioni e di strutture come scuole e ospedali rappresentano una grave minaccia nelle zone più sensibili ai cambiamenti climatici.
Di fronte a questa situazione di emergenza climatica, nel 2018 è stato adottato dall’ Assemblea generale delle Nazioni Unite il “Global Compact sui Rifugiati”, il quale riconosce che “clima, degrado ambientale e catastrofi naturali interagiscono sempre più con i fattori alla radice dei movimenti di rifugiati”, e che una soluzione a tale problema può essere raggiunta soltanto tramite la cooperazione internazionale.
La relazione sempre più stretta tra flussi migratori e cambiamento climatico è messa in luce da “Le Rotte del Clima”, un progetto cofinanziato da Fondazione Cariplo che ha portato avanti un lavoro di ricerca sui migranti in arrivo in Italia.
Dallo studio si evince che circa il 69% dei “migranti economici” (coloro che si sono spostati alla ricerca di maggiori opportunità di studio e/o lavorative) considera il peggioramento delle condizioni climatiche come un movente centrale nella loro scelta di migrare.
Un esempio di migrazione climatica forzata è rappresentato dal caso di Tuvalu, da dove un’intera popolazione sarà costretta a migrare. La gravità dei danni che il cambiamento climatico causa alla vita stessa degli esseri umani, e quindi ai loro diritti fondamentali, è ben dimostrato dall'emergenza che si trova a vivere l'arcipelago di Tuvalu.
Tuvalu è un arcipelago del Pacifico, composto da tre isole e abitata da poco più di 10 000 persone. L'arcipelago si trova costretto a dover affrontare le conseguenze inesorabili dell'innalzamento degli oceani dovuto al riscaldamento globale: probabilmente entro il 2050 la capitale Funafuti sarà sommersa, mentre entro il 2100 l'arcipelago interno rischia di essere sommerso.
Questa minaccia che incombe sulla popolazione di Tuvalu ha indotto l'Australia a collaborare con l'arcipelago per garantire ai suoi abitanti di risiedere permanentemente in Australia ottenendo la cittadinanza, attraverso un visto speciale. Già nel 2024, infatti, tra Tuvalu e Australia era stato firmato un accordo nominato “Falepili Union”, tramite il quale il governo australiano prometteva di soccorrere la popolazione di Tuvalu in caso di emergenze climatiche.
Già nel 2021, Simon Kofe, il ministro degli affari esteri di Tuvalu, pubblicò un video in cui esprimeva l'urgenza di affrontare il cambiamento climatico attraverso azioni concrete. L’arcipelago infatti non è soltanto minacciato dall’innalzamento dei mari dovuto allo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai, ma da qualche anno è sempre con più frequenza colpito da eventi metereologici violenti, come cicloni e mareggiate.
Dunque, è necessario pensare in maniera sistemica al concetto di migrante: ormai spesso le definizioni univoche non bastano, e i migranti economici o i rifugiati politici sono anche migranti climatici. Il destino di Tuvalu dimostra che è necessario adoperare degli strumenti giuridici e politici nuovi per affrontare le emergenze climatiche e i flussi migratori che queste comportano.
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L'Autore
Giovanni Graziano
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