Framing America

Edizione I - Donald Trump: il paradosso dell'America First

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  Redazione
  22 aprile 2026
  4 minuti, 41 secondi

Cuba - Stati Uniti: dopo Venezuela e Iran, un conflitto di tensione.

Le minacce di Washington nei confronti di Cuba si protraggono ormai da mesi. In realtà, le relazioni tra i due Paesi non sono mai state davvero distese, bensì si sono sempre alternate tra fasi di forte attrito e momenti di relativa stabilità. Oggi però, rispetto al passato, con l’attuale amministrazione Trump, le divergenze si sono trasformate in vere e proprie intimidazioni, più orientate a fare pesanti pressioni politiche ed economiche sull’isola piuttosto che denunciare l’illiberalità instaurata dai vertici politici cubani.

Tra le varie strade che gli USA stanno perseguendo per amplificare l’impatto delle proprie pressioni vi sono gli embarghi energetici; questi puntano ad isolare l’approvvigionamento cubano attraverso l’impossibilità di concludere scambi commerciali con quelli che sono i propri partner storici, quali Russia, Cina e Iran. Inoltre, l’arresto di Maduro del 3 gennaio ha dato un duro colpo alla supply chain dell’isola. La partnership tra Caracas e L’Avana non aveva solo una base ideologica tra i due regimi, ma bensì serviva a entrambi i Paesi per triangolare i propri commerci in modo da sviare le restrizioni che entrambi i Paesi soffrivano. Con la vendita a basso costo di greggio, Caracas riforniva Cuba in cambio di risorse umane altamente specializzate nell’ambito sanitario, inoltre, un notevole surplus di greggio che l’isola acquistava veniva commercializzato, evitando così le restrizioni che Caracas aveva.

La decapitazione dei vertici venezuelani e iraniani è da interpretare come parte integrante dell’America First? Durante la campagna elettorale del 2024, diversi analisti interpretarono l’orientamento isolazionista di Trump come una potenziale svolta per il clima politico internazionale, ipotizzando un progressivo disimpegno degli Stati Uniti dal “Grande Gioco” globale, in modo da concentrare risorse sulla politica interna. Ciò non è avvenuto: l’aggressività di Washington e il forte interventismo, a tratti irrazionale, sembrano non essere in linea con le promesse di una politica più endogamica, o no? Tralasciando il forte presidenzialismo americano, che ha storicamente favorito linee politiche fortemente personalistiche e quindi flessibili e dinamiche, le ingerenze americane verso quelli che ritiene obiettivi strategici sono volte ad aumentare la sicurezza interna statunitense, o per lo meno così è giustificata. Nella logica imprenditoriale trumpiana, assicurarsi un vantaggio strategico nei confronti dei propri competitors, e in questo caso non possiamo non pensare alla Cina, assicurerebbe una stabilità interna. Questa logica rientra nel filone di pensiero conservatore più vicino ai cosiddetti “War Hawks”, che vedono la stabilità interna fortemente relazionata alla sicurezza strategica che gli USA hanno nel panorama globale.

È difficile, probabilmente impossibile, definire quanto questa direzione politica frutti agli obiettivi di Trump. I disagi all’interno dell’ala repubblicana non sono certo pochi, capire quanto questa situazione possa incidere sulle midterm di novembre è essenziale. Una maggioranza debole, o addirittura bicefala, all’interno delle Camere potrebbe essere l’ostacolo maggiore alla politica internazionale trumpiana, e dunque alla stabilità della regione americana.

Lucas Torres

USA, Donald Trump: un isolazionista interventista?

La politica del Presidente americano Donald Trump nel biennio 2024-2026 ha messo in luce una serie di contraddizioni su quella che è la direzione politica degli Stati Uniti. Il dilemma che si presenta agli occhi della comunità internazionale riguarda due categorie classiche della diplomazia, tra isolazionismo e interventismo.

Trump si era distinto, nelle sue campagne elettorali, per lo slogan “America First”. In realtà, tale concetto non è nuovo alla politica americana e rappresenta una tendenza che si è presentata a fasi alterne nelle varie amministrazioni. Tale filosofia intende concentrarsi su quelli che sono gli obiettivi per il raggiungimento nel pieno interesse nazionale e il ritorno a una piena sovranità del governo e del Paese al di là di trattati, alleanza o impegni internazionali. Tale atteggiamento era stato posto in essere a seguito della Rivoluzione americana, per proteggere una neonata nazione che non era ancora in grado di competere militarmente con i potenti imperi europei.

Secoli dopo, la politica di Trump ha seguito questo filone: si è passati dal ritirarsi da accordi commerciali a riconsiderare gli alleati storici, per arrivare infine alla promessa di costruire un “big, beautiful wall” lungo tutti i confini nazionali. Quali migliori premesse di una politica isolazionista?

Eppure, la Storia dimostra qualcosa di diverso e cioè che raramente gli Stati Uniti hanno adottato un atteggiamento isolazionista. Partendo dalla Dottrina Monroe, che teorizzava “Un’America agli Americani” lontano da ingerenze europee, si arrivò al concetto del “Cortile di Casa” nei confronti dei Paesi latinoamericani. Se prima gli USA si presentavano come i difensori dei neonati Stati indipendenti dell’America del Sud, l’atteggiamento radicalmente cambiò, trasformandosi in una pretesa di controllo egemonico su questi ultimi. E il Presidente Donald Trump non fa eccezione. I casi del Venezuela e di Cuba lo confermano.

Nella rimozione dal potere del Presidente venezuelano Nicolas Maduro non vi era un piano per il dopo. La costruzione di una democrazia solida in Venezuela e la sicurezza regionale non erano i veri obiettivi primari. Si trattava di un puro esercizio di potere unilaterale da parte dell’amministrazione americana.

La logica del “isolazionismo interventista” di Trump si estende ovunque nel mondo: da Cuba al Venezuela, fino ad arrivare a minacciare apertamente alleati storici, come la Danimarca (membro della NATO) nel caso della Groenlandia.

Quello di Trump è un universo che ruota intorno a interessi strategici (o personali) piuttosto che attorno a un mondo di regole condivise. Un mondo che, invece, un tempo, gli Stati Uniti sognavano di rappresentare.

Bianca Colli


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