Giovani e voto: più piazze, meno urne.

La nuova geografia della partecipazione

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  Fabiana Cuccurese
  13 febbraio 2026
  3 minuti, 44 secondi

Se si vuole approfondire e comprendere dove si sta muovendo  la partecipazione politica giovanile in Italia, forse non bisogna guardare prima alle urne, ma alle piazze. Negli ultimi anni le nuove generazioni hanno riempito strade e spazi pubblici per il clima, per i diritti civili, contro la violenza di genere, il genocidio palestinese e per la giustizia sociale. Una mobilitazione visibile, intensa, spesso organizzata attraverso i social network. Eppure, quando si passa dalla piazza alla cabina elettorale, i numeri si riducono.

Alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza nazionale si è fermata poco sopra il 63%, il dato più basso nella storia repubblicana. Le analisi demoscopiche mostrano che la partecipazione tra i 18 e i 34 anni è stata inferiore alla media generale, con uno scarto significativo rispetto alle fasce più adulte. Anche alle elezioni europee del 2019, nonostante un leggero aumento complessivo dell’affluenza nell’Unione, la partecipazione degli under 25 si è attestata su livelli più bassi rispetto agli elettori over 40. Il divario generazionale resta una costante.

Ma ridurre tutto a “disaffezione” sarebbe una lettura superficiale. I giovani non sono meno politici: sono meno legati ai canali tradizionali della politica. La loro partecipazione si esprime con modalità diverse, spesso dirette, immediate, tematiche e anche attraverso la critica governativa. Si attivano per cause precise e molto meno per appartenenza partitica. È una cittadinanza che si accende su temi concreti e urgenti, ma fatica a riconoscersi nelle strutture dei partiti tradizionali

Qui emerge un dato cruciale: la fiducia. Le indagini sulla partecipazione politica mostrano da anni livelli di fiducia molto bassi nei confronti dei partiti e del Parlamento, e questa sfiducia è particolarmente marcata tra i giovani. I partiti vengono percepiti come distanti, elitari,  autoreferenziali, poco rappresentativi delle istanze generazionali. La politica istituzionale appare lenta rispetto alla velocità dei cambiamenti sociali. Il risultato è una trasformazione della geografia della partecipazione: meno sezioni di partito, meno militanza strutturata, più movimenti spontanei, più campagne digitali, più manifestazioni pubbliche. La piazza diventa il luogo simbolico dove si sente di poter incidere, di poter essere visibili, di poter contare.

In questo scenario si inserisce il prossimo referendum sulla giustizia. Un appuntamento importante per l’assetto costituzionale e per l’equilibrio dei poteri dello Stato. Ma la domanda è inevitabile: riuscirà a intercettare l’energia politica giovanile? O resterà confinato in un dibattito tecnico che parla soprattutto agli addetti ai lavori? Quando i temi vengono percepiti come astratti, la partecipazione tende a diminuire: non perché manchi interesse per la democrazia, ma perché manca la percezione di incidenza diretta. La sfida del referendum non sarà soltanto raggiungere il quorum, ma parlare un linguaggio comprensibile a una generazione abituata a informarsi in modo rapido, digitale, frammentato.

A livello europeo la tendenza è simile: cresce l’attivismo giovanile su temi valoriali, ma il legame con i partiti tradizionali si indebolisce. Alcuni Paesi hanno registrato segnali di ripresa dell’affluenza tra i giovani, ma il divario generazionale resta evidente nella maggior parte delle democrazie occidentali. La verità è che la partecipazione non è scomparsa, si è spostata. È diventata più orizzontale, meno gerarchica, meno ideologica. Il problema non è l’assenza di impegno, ma la rottura del canale tra impegno e rappresentanza.

Il referendum sulla giustizia può essere un’occasione per ricostruire quel ponte. Ma perché ciò avvenga, la politica deve riconoscere che la legittimazione non passa più solo dai simboli di partito. Deve dimostrare ascolto, apertura, capacità di tradurre le domande generazionali in processi decisionali reali. Le piazze piene e le urne mezze vuote non sono una contraddizione: sono il segnale di una trasformazione. Ignorarla significherebbe accettare una democrazia che parla sempre meno ai suoi cittadini più giovani. Comprenderla, invece, potrebbe essere il primo passo per riportare quella generazione dentro le istituzioni, senza spegnere l’energia che oggi anima le strade.

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Fabiana Cuccurese

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