C’è un silenzio innaturale che avvolge Piazza dei Marchesi a Damasco nelle ore del coprifuoco. Fino a quattordici mesi fa, i ritratti di Bashar al-Assad osservavano ogni angolo con la fissità di un regime che si credeva eterno. Oggi, quei muri sono coperti da stencil di una nuova bandiera e dai manifesti del Governo di Transizione Siriano (GTS). Ma sotto la vernice fresca, le crepe di una nazione frammentata minacciano di far crollare l’intero edificio della "Nuova Siria".
Il dicembre 2025 è stato lo spartiacque. La caduta fulminea del regime ha lasciato il mondo col fiato sospeso, ma il 2026 sta rivelando che abbattere un dittatore è infinitamente più semplice che costruire uno Stato. Al centro di questo esperimento politico siede Ahmed al-Sharaa, l’uomo che ha guidato la rivolta finale e che ora cerca di trasformarsi da signore della guerra a statista accettabile per le cancellerie occidentali.
L’enigma Ahmed al-Sharaa: da militante a moderato?
La metamorfosi di Ahmed al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammed al-Jolani) è il caso di studio politico più controverso del decennio. A Damasco, Sharaa non indossa più la mimetica, ma abiti civili dal taglio occidentale. Parla di pluralismo, protezione delle minoranze (cristiani e alawiti inclusi) e di un’economia aperta al libero mercato.
Tuttavia, il suo governo di transizione è un delicato equilibrismo. Da un lato, deve compiacere i quadri islamisti radicali che formano l’ossatura del suo potere militare; dall’altro, deve rassicurare i donatori internazionali — Unione Europea e monarchie del Golfo in testa — che i miliardi di dollari promessi per la ricostruzione non finiranno nelle casse di una nuova teocrazia.
"Sharaa sta cercando di fare quello che i Talebani non sono riusciti a fare: ottenere il riconoscimento internazionale senza rinunciare del tutto all'identità islamista," spiega un diplomatico europeo a Damasco. "Ma la sua autorità finisce dove iniziano i checkpoint delle milizie locali."
L'insorgenza liquida: il ritorno dell'ISIS
Mentre Damasco cerca di darsi un tono istituzionale, nelle vaste distese della Badia al-Sham (il deserto centrale siriano), un vecchio incubo sta mutando forma. Lo Stato Islamico (ISIS) non cerca più di amministrare città o battere moneta. Ha abbandonato la pretesa del "Califfato territoriale" per abbracciare quella che gli analisti chiamano "Insorgenza Liquida".
Sfruttando il vuoto di potere lasciato dal collasso dell'esercito regolare siriano e dal parziale ritiro delle forze russe, le cellule dell'ISIS si sono trasformate in unità mobili, letali e invisibili.
- Tattiche di logoramento: attacchi lampo contro i convogli di aiuti umanitari.
- Guerra economica: sabotaggio delle nuove infrastrutture elettriche finanziate dall'estero.
- Reclutamento rurale: l’ISIS sfrutta il risentimento delle tribù beduine che si sentono escluse dai piani di ricostruzione focalizzati sulle grandi città.
L'ombra del Califfato non è più una linea rossa sulla mappa, ma un’atmosfera di terrore che impedisce la ripresa dei commerci tra la Siria e l'Iraq, isolando di fatto intere province orientali dal controllo di Damasco.
Il mosaico delle influenze: Turchia, Israele e i Curdi
La Siria del 2026 non è un Paese sovrano nel senso classico, ma un terreno di scontro per gli interessi regionali. La mappa delle zone d'influenza ricorda la frammentazione dei principati medievali, ma con droni e missili balistici.
Il fattore turco
Ankara è il principale "padrino" del nuovo ordine a Damasco. Il presidente Erdogan ha investito capitali enormi per stabilizzare una fascia di sicurezza nel nord della Siria, con l'obiettivo di reinsediare milioni di rifugiati e, contemporaneamente, soffocare le aspirazioni autonomiste dei curdi dell'YPG. Per la Turchia, una Siria guidata da al-Sharaa è un'opportunità commerciale irripetibile, ma anche una responsabilità militare che rischia di trasformarsi in un nuovo Vietnam.
Le linee rosse di Israele
A sud, Israele osserva con una miscela di sollievo e paranoia. La scomparsa dell'influenza iraniana e di Hezbollah dal confine del Golan è una vittoria strategica per Gerusalemme. Tuttavia, l'incertezza su chi controlli realmente il sud del Paese (Daraa e Quneitra) tiene l'IDF in stato di massima allerta. "Preferiamo un nemico noto come Assad o un caos imprevedibile dominato da milizie sunnite?" è la domanda che riecheggia nelle stanze del potere israeliano.
L'incognita curda
Nel nord-est, le Forze Democratiche Siriane (SDF) continuano a gestire una quasi-indipendenza protetta da una presenza residua statunitense. Ma con il nuovo governo di Damasco che rivendica la sovranità sulle risorse petrolifere di Deir el-Zor, la tensione tra curdi e arabi è a livelli di guardia. Il rischio di una guerra civile fratricida tra le opposizioni anti-Assad è la vera mina antiuomo sotto il processo di pace.
La società siriana: tra trauma e speranza
Oltre la geopolitica, ci sono i siriani. Una generazione che non ha conosciuto altro che la guerra sta cercando di imparare cosa significhi "normalità". Nelle università di Damasco e Aleppo, i giovani discutono apertamente di politica per la prima volta, ma lo fanno con circospezione. Sanno che la polizia segreta di Assad non c'è più, ma sanno anche che i servizi di sicurezza del GTS hanno orecchie ovunque.
La sfida più grande è la riconciliazione. Come possono convivere, nello stesso villaggio, coloro che hanno combattuto per i ribelli e coloro che hanno servito nell'esercito governativo? Il governo di al-Sharaa ha annunciato una commissione per la "Verità e il Perdono", ma molti temono che sia solo un modo per coprire le vendette trasversali che insanguinano le province rurali ogni notte.
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L'Autore
Chiara Bertolotto
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