Gli appelli inascoltati di Trump: si sfaldano gli alleati sulla crisi di Hormuz?

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  Bianca Colli
  23 marzo 2026
  3 minuti, 44 secondi

Introduzione

La recente crisi in Medio Oriente ha messo in evidenza un fatto: l’isolamento, a livello internazionale, del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Mentre da un lato i prezzi del petrolio superano i 100 dollari e lo Stretto di Hormuz diventa la “zona rossa” dell’ennesimo conflitto, dall’altro lato emerge con forza una realtà innegabile da buona parte delle cancellerie internazionali: la solitudine di Donald Trump.

Un appello rimasto inascoltato

Come affermato in un post sul suo profilo del social Truth, il presidente Trump ribadisce che “i paesi del mondo che ricevono petrolio dallo Stretto … devono prendersi cura di quel passaggio”, appellandosi quindi a tutti i suoi alleati, dalla NATO fino al Giappone e all'Australia. L’appello perentorio lanciato agli alleati storici era chiaro: affinché inviassero navi da guerra per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, scalo fondamentale sia per il greggio che per il gas naturale. Il passaggio è stato infatti recentemente chiuso dall’Iran (con l’eccezione di un numero ristretto di navi dirette in India e in Cina che trasportano petrolio iraniano) a seguito degli attacchi congiunti da parte degli Stati Uniti e di Israele. Numerose navi cargo di transito nello stretto sono state colpite da “proiettili sconosciuti”. Con il 20% del petrolio mondiale che passa attraverso Hormuz, i prezzi globali del petrolio sono inevitabilmente cresciuti.

Come aveva affermato lo stesso Trump, poiché Stati come Cina, Francia, Regno Unito e Corea del Sud erano stati colpiti da questo blocco artificiale, “avrebbero inevitabilmente mandato navi”.

Eppure, nonostante gli appelli accorati del Presidente americano, nessuno degli alleati ha risposto con entusiasmo alle richieste, sottolineando un sempre più evidente isolamento internazionale dell’amministrazione americana.

L’alleanza traballa?

Nonostante l’impennata a livello internazionale del prezzo del petrolio, o il fatto che alcuni abbiano effettivamente subito delle perdite (un soldato francese è stato ucciso da un attacco di droni iraniani in Iraq, mentre un aereo italiano è stato distrutto in una base militare in Kuwait), nessun Paese ha ancora formalmente aderito all’appello del leader repubblicano.

La reazione di Trump chiaramente non si è fatta attendere, minacciando un futuro “molto negativo” per la NATO nel caso in cui gli alleati decidessero di non collaborare per aiutarlo a riaprire lo Stretto.

Inoltre, il Presidente Trump ha continuato accusando i suoi alleati dell’Alleanza Atlantica rivendicando come (gli Stati Uniti) “ci siano sempre stati per la NATO”. Ha anche ribadito come l’amministrazione americana abbia offerto il suo supporto all’Ucraina, nonostante questo “non li riguardi assolutamente … e che ora sarebbe interessante vedere cosa questi stessi Paesi potrebbero fare per ricambiare il favore”.

Eppure, come già sottolineato, la “chiamata alle armi” di Trump è pressoché rimasta inascoltata, con reazioni decisamente negative da parte dei leader europei.

“Questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi”, commenta il Ministro degli Esteri tedesco Boris Pistorius. Dal Regno Unito, Keir Starmer afferma che non permetterà che il Paese venga trascinato in un conflitto contro l’Iran, mentre dall’Italia Antonio Tajani si appella alla diplomazia, che deve prevalere.

Un Presidente vittima di sé stesso?

Nei piani originali la guerra sarebbe dovuta durare appena qualche giorno. Eppure, la realtà che sta emergendo è completamente diversa, con numerose difficoltà che hanno ormai portato il conflitto ad allungarsi notevolmente.

Gli Stati Uniti si sono ritrovati in una situazione più grande di loro e, malgrado le iniziali audaci affermazioni del leader repubblicano che nessun aiuto sarebbe servito”, ora si ritrova invece a invocare il supporto di quegli alleati (europei soprattutto) che lui stesso aveva pesantemente criticato nei mesi precedenti, nonché tenuti all’oscuro dell’iniziativa e addirittura colpiti dai dazi.

Conclusione

Quello che emerge è una prova di debolezza e di incapacità da parte dell’amministrazione americana: dopo mesi di retorica aggressiva e forti accuse nei confronti della comunità internazionale, ora il Presidente ammette di aver bisogno di supporto da parte di quegli stessi alleati che, dopo essere stati lungamente criticati, ora preferiscono una strategia di cautela, lasciando Trump vittima di sé stesso.

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L'Autore

Bianca Colli

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America del Nord

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