Guerra in Iran, a rischio anche il nostro cibo

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  Valeria Fraquelli
  13 aprile 2026
  4 minuti, 32 secondi

La guerra in Iran si sta rivelando sempre più sanguinosa e sta costando molte vite innocenti che non avevano nessuna colpa se non quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Questa guerra sta avendo effetti negativi anche su di noi: nessuno può considerarsi davvero immune, soprattutto nel mondo contemporaneo in cui siamo tutti connessi e tutti strettamente legati. Si è già visto un aumento dell’inflazione e una conseguente riduzione del potere d’acquisto e di questo ce ne si può facilmente accorgere andando a fare la spesa. Si è visto inoltre che i prezzi dei carburanti sono saliti tanto e vi sono tutta una serie di altri effetti negativi che stanno cominciando a manifestarsi sempre più.

Considerata la grande importanza del Golfo Persico per i fertilizzanti, alcuni dei quali sono i più usati in agricoltura, e data anche la difficoltà di distribuzione dei vari prodotti, non possiamo che aspettarci che alla lunga ci possa essere una penuria del cibo proveniente dal Medio Oriente e dall’Asia e un aumento dei prezzi.

E così  che coloro che già si trovavano in condizioni di fragilità sono sempre più costretti a comprare meno, magari in negozi che offrono maggiore convenienza e sconti vantaggiosi e, nei casi più gravi, a ricorrere ad aiuti e pacchi dono.

L’Iran ha sul suo territorio una enorme quantità di petrolio e di energia disponibile a basso costo; infatti, negli ultimi decenni ha favorito lo sviluppo di grandi complessi industriali che producono ammoniaca, urea e altri nutrienti che sono molto usati nell’agricoltura globale. La situazione è quindi molto preoccupante poiché vi sono un grande numero di navi ferme che non possono più attraversare lo stretto di Hormuz e queste navi sono piene di fertilizzanti e di prodotti agricoli molto usati come ad esempio l’uva passa la cui produzione stava già cominciando a scarseggiare a causa dei cambiamenti climatici.

Prodotti come l’olio di soia, molto usato per friggere, e anche per i biodiesel che competono con gli idrocarburi tradizionali, sono a rischio ed è naturale aspettarsi che quando il prezzo degli idrocarburi sale, la domanda di olio di soia aumenta e, di conseguenza, il suo prezzo sale in misura proporzionale.

Ma anche il grano, il riso basmati che viene dall’Estremo Oriente ed è usato per preparare il sushi, o il che è molto consumato in tutto il Medio Oriente, sono solo qualche esempio degli alimenti che rischiano di sparire dalle nostre tavole. E i loro prezzi sono ormai alle stelle con un grave danno per i consumatori, impoveriti e fiaccati dai tanti rincari che si sono susseguiti dall’inizio del conflitto.

E la cosa che causa ancora più preoccupazione è il grande rincaro della plastica per alimenti, quella che si trova tutti i giorni come packaging degli alimenti al supermercato. Del resto, gli esperti dicono chiaramente che non possiamo fare a meno della plastica, tutto è contenuto nella plastica, carne, pesce, cereali, pane, riso, pasta, formaggi e derivati del latte, piatti pronti, e ogni tipo di snack.

Già in Asia specialmente si stanno sentendo gli effetti che il conflitto sta avendo sul cibo: molti Paesi hanno deciso di limitare il più possibile le importazioni di cibo, fertilizzanti agricoli e plastiche che passano attraverso lo stretto di Hormuz e ovviamente si registrano rincari molto elevati che mettono in pericolo le fasce più deboli della popolazione.

Se si considera che il 35% delle esportazioni mondiali passa da Hormuz, quello stretto, insieme al canale di Suez, è fondamentale per il commercio e per la nostra stessa sopravvivenza. Proviamo a pensare agli effetti della penuria di fertilizzanti in agricoltura: senza il giusto supporto potremmo avere molte meno coltivazioni e quindi conseguentemente meno cibo a disposizione e ad un prezzo sempre più elevato.

“È una situazione grave, non c’è altro modo per dirlo", ha dichiarato Chris Lawson, vicepresidente dell’intelligence di mercato e dei prezzi presso CRU Group. "Il mondo dipende fortemente dai fertilizzanti e dalle materie prime associate provenienti da quella regione”, e della stessa opinione sono anche molti analisti ed esperti di geopolitica.

Nel mondo contemporaneo “circa la metà della popolazione mondiale riesce a soddisfare il bisogno alimentare grazie all’uso dei fertilizzanti, in particolare dell’urea, che provengono proprio dai luoghi dove si stanno verificando scontri e guerre” ed è proprio grazie a questo particolare fertilizzante che abbiamo tutte le coltivazioni che conosciamo.

In conclusione, questa situazione insegna come una guerra sia sempre un danno non solo per chi si trova a dover subire in prima persona gli eventi, ma per tutti, perchè nel mondo contemporaneo non si può fare a meno neanche delle popolazioni più lontane.

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L'Autore

Valeria Fraquelli

Mi chiamo Valeria Fraquelli e sono nata ad Asti il 19 luglio 1986. Ho conseguito la Laurea triennale in Studi Internazionali e la Laurea Magistrale in Scienze del governo e dell’amministrazione presso l’Università degli Studi di Torino. Ho anche conseguito il Preliminary English Test e un Master sull’imprenditoria giovanile; inoltre ho frequentato con successo vari corsi post laurea.

Mi piace molto ascoltare musica in particolare jazz anni '20, leggere e viaggiare per conoscere posti nuovi ed entrare in contatto con persone di culture diverse; proprio per questo ho visitato Vienna, Berlino, Lisbona, Londra, Malta, Copenhagen, Helsinki, New York e Parigi.

La mia passione più grande è la scrittura; infatti, ho scritto e scrivo tuttora per varie testate online tra cui Mondo Internazionale. Ho anche un mio blog personale che tratta di arte e cultura, viaggi e natura.

La frase che più mi rappresenta è “Volere è potere”.

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