La recente escalation militare tra Israele e Iran rappresenta un punto di svolta geopolitico che coinvolge direttamente anche l’Unione Europea. Nonostante la distanza geografica dal conflitto, Bruxelles si ritrova esposta a una serie di vulnerabilità, sia sul piano energetico che su quello securitario. L’immediata impennata dei prezzi del gasolio e il riemergere della minaccia terroristica mostrano quanto le conseguenze del conflitto si stiano già facendo sentire sul suolo europeo, da cui l’UE è stata ancora una volta esclusa sul piano diplomatico.
Una prima reazione ufficiale alle tensioni è giunta dall'Alto Rappresentante per la Politica Estera, Kaja Kallas, che ha espresso “profonda preoccupazione” per la stabilità della regione, ribadendo la necessità di una soluzione diplomatica. Anche la Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, ha preso posizione, definendo l’Iran come “principale fonte d’instabilità regionale”. Bruxelles ha inoltre mostrato un orientamento sempre più allineato alla posizione americana - e israeliana - ribadendo il diritto di Israele a difendersi e la disponibilità degli Stati membri a fornire supporto, se necessario. Tuttavia, questo posizionamento non ha assicurato all’Europa un ruolo centrale nei negoziati di pace, né maggiori garanzie sul fronte della sicurezza. Secondo l’esperto d’intelligence Claude Moniquet, i Paesi europei “sono stati praticamente esclusi da tutte le principali manovre diplomatiche”, lasciando spazio a Washington.
Tra gli effetti immediati del conflitto si è registrato un rialzo del prezzo del gasolio in Europa. Nonostante l’UE avesse avviato un lento e complesso processo di diversificazione delle fonti dopo la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, il Medio Oriente continua a essere un attore cruciale per l'approvvigionamento petrolifero.
Lo Stretto di Hormuz - nodo strategico, in quanto unico passaggio marittimo tra il Golfo Persico e l’Oceano indiano - rischia di trasformarsi in punto critico, essendo quasi completamente controllato dalle forze iraniane. Da qui transita giornalmente circa un terzo del petrolio mondiale, nonché grandi quantità di gas naturale liquefatto (GNL). Per l’UE, il transito nello Stretto risulta vitale, poiché una parte significativa delle forniture di greggio provenienti da Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Iraq passa da lì prima di raggiungere i porti europei. Qualsiasi tensione militare nell’area - e, di conseguenza, eventuali blocchi da parte di Teheran - determinano un’immediata ondata d'instabilità e un'impennata dei prezzi.
Nei giorni immediatamente successivi all’inizio delle ostilità, le quotazioni del Brent - il principale benchmark mondiale per il prezzo del petrolio - sono aumentate del 10%, stabilizzandosi intorno ai 70-75 dollari al barile. Tale rincaro ha impattato sui costi dei prodotti raffinati: in Italia, la benzina è già aumentata di circa 0,02€/l e il gasolio di 0,03€/l. Le associazioni dei consumatori parlano di “allarme speculazione", denunciando aumenti quasi istantanei nonostante le scorte ancora disponibili fossero state acquistate a prezzi inferiori. I rincari non si limitano ai soli automobilisti: si prospetta un aumento dei costi operativi per le piccole e medie imprese - centrali nel tessuto produttivo italiano - soprattutto nei settori logistici. A cascata, si registreranno ripercussioni sui prezzi finali e sulla competitività delle esportazioni nazionali ed europee, già frenate dalla domanda globale debole.
Dunque, se l’Iran decidesse di ostacolare il traffico marittimo nello Stretto, le conseguenze per l'Europa e i suoi Stati membri sarebbero gravi.
Anche sul fronte della sicurezza interna il rischio è concreto. Oltre alle preoccupazioni riguardo lo sviluppo di programmi nucleari e missilistici da parte dell’Iran, cresce il timore per un possibile ritorno del terrorismo. L’Iran - Stato sponsor del terrorismo per eccellenza - ha colpito più volte i territori europei negli ultimi quarant'anni. Secondo Claude Moniquet, la leadership sciita potrebbe attivare cellule legate a Hezbollah o ai Pasdaran per colpire obiettivi ebraici, israeliani e americani nel continente europeo: Francia, Germania e Belgio si trovano già in stato d’allerta. Le comunità ebraiche, le ambasciate, i voli commerciali e le infrastrutture energetiche risultano potenziali target: per questo motivo si rende necessaria una cooperazione rafforzata tra le agenzie europee di polizia e intelligence. .
Tuttavia, il limite strutturale dell’Unione resta evidente: l’assenza di un vero spazio di sicurezza comune e la lentezza nel coordinamento operativo degli Stati membri impediscono una risposta efficace. Bruxelles, al momento, non dispone ancora di strumenti adeguati per agire autonomamente in contesti di alta tensione come quello mediorientale: il suo ruolo rimane puramente normativo, appellandosi alla diplomazia come unico mezzo per raggiungere la stabilità nella regione.
Il conflitto tra Iran e Israele conferma dunque l’estrema vulnerabilità dell’Unione Europea di fronte alle crisi globali. L’aumento dei prezzi del carburante, l’esclusione dalle dinamiche negoziali e il rischio di attacchi terroristici sottolineano l’urgenza di rafforzarne l’autonomia strategica, sia sul piano energetico che securitario.
In un contesto internazionale sempre più instabile, l’UE non può limitarsi ad osservare: per giocare un ruolo concreto nel determinare i nuovi equilibri mondiali, deve essere capace di rafforzare la credibilità del progetto europeo.
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L'Autore
Susanna Fazzi
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