Haka & hikoi

Il futuro della comunità Maori

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  Matteo Gabutti
  26 novembre 2024
  9 minuti, 41 secondi

Tra spigole del primo di aprile e risse da stadio, il Parlamento italiano non è estraneo a comportamenti poco ortodossi che dominano le prime pagine per quindici minuti di notorietà. Quanto accaduto il 14 novembre nella Camera dei Rappresentanti della Nuova Zelanda, tuttavia, ricorda come le esternazioni pittoresche non siano una prerogativa del Bel Paese, ma anche come queste non debbano necessariamente coprirsi di ridicolo o vergogna.

Nel bel mezzo di una seduta parlamentare, dalla seconda fila si leva un’eco tribale, cui presto si uniscono voci da ogni direzione in un unico canto ditirambico, al tempo ritmico e belluino. La corifea, sguardo fisso e quasi esoftalmico, squarcia un foglio con atteggiamento solenne e di sfida, prima di dar via a una coreografia conosciuta ormai in tutto il mondo.

Mettendo in scena la haka – la tradizionale danza Māori resa celebre dalla nazionale di rugby degli All Blacks –, l’esponente dell’opposizione Hana-Rawhiti Maipi-Clarke ha momentaneamente interrotto la discussione di una proposta di legge introdotta a inizio mese che rivedrebbe i rapporti dello Stato col popolo polinesiano cui lei stessa appartiene.



Te Tiriti o Waitangi

Al centro del dibattito vi è il Trattato di Waitangi, il documento fondativo dell’attuale Stato neozelandese risalente al Diciannovesimo secolo. Firmato per la prima volta il 6 febbraio 1840 da emissari della Corona inglese e circa quaranta capi Māori, il Trattato spianò la strada per l’annessione della Nuova Zelanda all’Impero britannico sulla base di una serie di princìpi per formare un “Governo civile”.

Nella versione inglese, il testo proclama la sovranità della Regina Vittoria sulla Nuova Zelanda (Art. 1), nonché il suo diritto di prelazione a un prezzo pattuito sulle terre di “pieno possesso esclusivo e indisturbato” dei capi e delle tribù Māori (Art. 2), cui vengono riconosciuti diritti e privilegi dei sudditi britannici (Art. 3).

Significativamente, la traduzione in lingua Māori – firmata da oltre 500 capi – pecca di alcune differenze. Fra tutte, il termine ‘sovranità’ viene reso come semplice ‘amministrazione’ (kawanatanga). Inoltre, al ‘pieno possesso’ delle loro ‘proprietà’, la versione dei Māori garantiva loro anche ‘piena autorità’ (tino rangatiratanga) sui ‘tesori’ (taonga) intesi anche in senso intangibile. Per di più, dal momento che per la società Māori la parola orala valeva di più di quella scritta, i capi firmatari probabilmente diedero tanta importanza al testo quanto alle spiegazioni fornite a voce ma mai ancorate alla carta.

Ciononostante, il Trattato è diventato una fonte cui appellarsi per i reclami sulle acquisizioni senza dovuto consenso o compenso di terre e risorse Māori da parte di vari governi dal 1840 in poi. Questa dinamica si è consolidata soprattutto dopo la creazione del Tribunale di Waitangi, nato nel 1975 attraverso un Atto parlamentare per investigare le potenziali violazioni del Trattato. Sebbene quest’ultimo non rientri formalmente nel diritto neozelandese, infatti, l’Atto ha introdotto i suoi princìpi nella legislazione, pur senza definirli nello specifico.

Da allora, il Tribunale ha accolto oltre 2000 reclami, raggiungendo più di settanta accordi per un valore complessivo superiore a due miliardi di dollari ad agosto 2018.



Principles of the Treaty of Waitangi Bill

L’attuale proposta di legge mirerebbe a completare l’Atto del 1975 specificando in che cosa consistano precisamente i princìpi del Trattato di Waitangi. In questo modo, questi ultimi sarebbero meno soggetti a libera interpretazione, e si dirimerebbe una volta e per tutte la questione delle due versioni del documento.

Secondo la Professora di diritto e intellettuale neozelandese Jane Kelsey, alla proposta va riconosciuto il merito di “esporre a un giusto scrutinio la chimera dei princìpi del Trattato”. Nel tempo, questi ultimi avrebbero infatti subìto un’evoluzione talvolta autocontraddittoria, alimentando anche una certa confusione e disinformazione intorno al Trattato stesso.

Inoltre, obiettivo della proposta sarebbe di implementare il “diritto all’uguaglianza”. Stando al suo sponsor, il parlamentare David Seymour, letture erronee del Trattato avrebbero condotto ad una “divisone razziale” per cui neozelandesi bianchi e Māori godrebbero di diritti politici e legali differenti. Più specificamente, la comunità indigena, cui per altro lo stesso Seymour appartiene, avrebbe indebitamente ricevuto un trattamento speciale.

Il fatto che la proposta emerga dal Partito ACT, la compagine libertaria più a destra della coalizione governativa, tuttavia, genera il sospetto che al cuore della questione non ci sia solo una disinteressata aspirazione verso l’uguaglianza di tutti i cittadini.



Daltonismo e miopia

“Il Partito ACT […] si è incaricato di provare e progettare cose per far sì che il Parlamento si metta ad agire da giudice, giuria e boia”, ha detto il giornalista Gideon Porter ad Al Jazeera. “[ACT] sta semplicemente nascondendo il proprio razzismo dietro a una facciata del mantra ‘siamo tutti Neozelandesi con uguali diritti’”.

Critici della proposta vi leggono la volontà di fare retromarcia rispetto a sforzi decennali per emancipare la comunità Māori e porre rimedio ai torti che le sono stati imposti durante il colonialismo. Tuttora per i Māori, che rappresentano poco più del 17% dei 5,3 milioni di abitanti neozelandesi, si osservano tassi di povertà e incarcerazione più alti e indicatori di salute peggiori relativamente al resto della popolazione.

Con l’intenzione più o meno pretestuosa di arrivare a un’uguaglianza legale, quindi, in pratica si rischierebbe di affossare ulteriormente una comunità già svantaggiata. Usando una metafora sportiva, sarebbe come allineare i blocchi di partenza di una staffetta 4x100, dimenticandosi che, così facendo, gli atleti nelle corsie esterne dovranno percorrere una circonferenza ben più ampia prima di tagliare il traguardo.

Si tratterebbe, quindi, di daltonismo razziale (color blindness), quell’atteggiamento secondo cui per andare oltre alla questione della razza ed eliminare le discriminazioni occorrerebbe smettere di parlarne. Un atteggiamento che si dichiara cieco di fronte al colore della pelle, ma che nei fatti si rende miope anche nei confronti delle storture del colonialismo di ieri e del razzismo strutturale che permane nell’oggi.

Storture indirizzabili attraverso le cosiddette discriminazioni positive (affirmative actions), ovvero disparità di trattamento in favore delle minoranze o delle categorie più vulnerabili.



Colpo a salve?

La risposta della società civile e della politica alla proposta di legge non si è fatta attendere.

Lunedì 11 novembre, all’estremità settentrionale del Paese, centinaia di persone hanno inaugurato una marcia (hikoi) di nove giorni in direzione della capitale Wellington. In migliaia si sono uniti a piedi o in auto alla fiumana, molti esibendo magliette con lo slogan Toitu te Tiriti (‘Onora il Trattato’), altrettanti sventolando la bandiera nera, bianca e rossa dei Māori.

Martedì 19, in circa 42'000 si sono radunati per protestare pacificamente di fronte al parlamento.

Intanto, non solo l’opposizione, ma anche gli alleati di governo del Partito ACT hanno preso le distanze dalla proposta di legge.

“Non vai a negare, con un singolo colpo di penna, 184 anni di dibattito e discussione con una proposta che penso sia molto semplicistica”, ha affermato il Primo Ministro Christopher Luxon. Il suo Partito Nazionale (NP) ha votato a favore alla prima lettura come concessione ad ACT, ben più piccolo ma decisivo nel supportare il Governo dopo le elezioni di ottobre 2023. Onorata la promessa all’alleato, tuttavia, l’NP ha detto pubblicamente che non si spingerà oltre.

Sebbene la proposta sembri quindi destinata ad arenarsi, la vicenda non è però priva di potenziali lezioni o campanelli d’allarme.



Il sugo di tutta la storia

Come mette in guardia un articolo di Al Jazeera, l’aver permesso questa discussione a livello parlamentare minaccia di alimentare una divisione sociale in Nuova Zelanda. Inoltre, la proposta s’inserirebbe nel solco di una serie di misure della coalizione governativa atte a eradicare la “politica basata sulla razza” – come l’aver rimosso una legge che garantiva una voce ai Māori per le questioni ambientali e l’aver abolito l’Autorità Māori per la Sanità (Māori Health Authority).

D’altro canto, la vicenda funge da termometro della politica neozelandese. Da un lato, la proposta è nata in seno al governo più conservatore che il Paese abbia visto in una generazione, premiato alle urne nel 2023 da una cittadinanza disillusa dalle politiche progressiste del Partito Labourista. Dall’altro, il Partito Māori di Hana-Rawhiti Maipi-Clarke negli anni sembra aver abbandonato la via del compromesso a favore di un atteggiamento più radicale e, a detta dei critici, teatrale.

Mutatis mutandis, anche questo arcipelago ai confini del planisfero non sembra immune a una certa inclinazione alla polarizzazione e alle politiche identitarie, osservabile su ambo i lati dell’Equatore.

La speranza, in questo caso, è che non ci si fermi a denunciare i limiti del daltonismo razziale. Il dibattito potrebbe fornire infatti l’occasione per mostrare il coraggio e l’onestà intellettuale di analizzare le discriminazioni positive, in modo da calibrarle per portare a risultati migliori nel concreto e non sul mero piano morale.

Sebbene una haka sia più evocativa di una spigola, la gara a chi è più progressista ha perso share. Per difendere davvero diritti faticosamente conquistati occorre essere aperti al confronto e avanzare proposte da mettere a terra.


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L'Autore

Matteo Gabutti

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Matteo Gabutti è uno studente classe 2000 originario della provincia di Torino. Nel capoluogo piemontese ha frequentato il Liceo classico Massimo D'Azeglio, per poi conseguire anche il diploma di scuola superiore statunitense presso la prestigiosa Phillips Academy di Andover (Massachusetts). Dopo aver conseguito la laurea in International Relations and Diplomatic Affairs presso l'Università di Bologna, al momento sta conseguendo il master in International Governance and Diplomacy offerto alla Paris School of International Affairs di SciencesPo. All'interno di Mondo Internazionale ricopre il ruolo di autore per l'area tematica Legge e Società, oltre a contribuire frequentemente alla stesura di articoli per il periodico geopolitico Kosmos.

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Matteo Gabutti is a graduate student born in 2000 in the province of Turin. In the Piedmont capital he has attended Liceo Massimo D'Azeglio, a secondary school specializing in classical studies, after which he also graduated from Phillips Academy Andover (MA), one of the most prestigious preparatory schools in the U.S. After his bachelor's in International Relations and Diplomatic Affairs at the University of Bologna, he is currently pursuing a master's in International Governance and Diplomacy at SciencesPo's Paris School of International Affairs. He works with Mondo Internazionale as an author for the thematic area of Law and Society, and he is a frequent contributor for the geopolitical journal Kosmos.

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Nuova Zelanda Maori Diritti discriminazioni razziali colonialismo Trattato di Waitangi Proteste Indigeni