Iran, la protesta che attraversa gli anni: crisi, repressione e voglia di libertà

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  Blerina Ymeri
  16 gennaio 2026
  3 minuti, 41 secondi

Preambolo storico: una frattura che ritorna

Dalla nascita della Repubblica islamica nel 1979, l’Iran è attraversato da ondate cicliche di protesta. Non si tratta di episodi isolati, ma di una tensione costante tra una parte della società – soprattutto giovani, donne e classi urbane – e un sistema politico percepito come chiuso e repressivo. Nel tempo, cambiano le cause immediate, ma resta lo stesso nodo di fondo: la richiesta di libertà, dignità e migliori condizioni di vita.

Negli anni Novanta furono gli studenti a scendere in piazza contro la censura e la repressione. Nel 2009, milioni di iraniani contestarono i risultati delle elezioni presidenziali dando vita al “Movimento Verde”. Tra il 2017 e il 2019 le proteste esplosero invece per motivi economici: inflazione, disoccupazione, aumento dei prezzi.
Questo passato recente aiuta a capire perché le mobilitazioni di oggi non nascano dal nulla, ma siano l’ultimo capitolo di una frattura mai sanata tra società e potere.

Dalle piazze di ieri a quelle di oggi

Negli ultimi anni la protesta ha assunto un volto sempre più trasversale. Lo raccontano bene le ricostruzioni dell’Associated Press: non più solo attivisti politici o studenti, ma lavoratori, famiglie, giovani delle periferie, donne, minoranze.

Il punto di svolta arriva nel 2022 con la morte di Jina (Mahsa) Amini, arrestata dalla polizia morale. Le manifestazioni che seguono, riassunte nello slogan “Donna, Vita, Libertà”, segnano un cambiamento profondo: non si chiede più solo una riforma, ma si mette apertamente in discussione il sistema di controllo sulla vita privata, sui corpi e sulle scelte individuali. Secondo Amnesty International, la risposta dello Stato è durissima: arresti di massa, uso di armi contro i manifestanti, condanne sommarie, repressione sistematica.

Il ciclo di proteste esploso tra la fine del 2025 e gennaio 2026 si inserisce in questa continuità, ma con caratteristiche ancora più fragili e pericolose. Come riportano ANSA e Corriere della Sera nelle loro cronache, le manifestazioni si diffondono in molte città e si intrecciano con una situazione economica sempre più grave: inflazione altissima, svalutazione della moneta, difficoltà ad acquistare beni essenziali.

L’ISPI, nel suo approfondimento “Iran on the Brink”, sottolinea come oggi la crisi sia doppia: interna, per la rottura crescente tra cittadini e potere, ed esterna, per le tensioni geopolitiche che isolano ulteriormente il Paese. Questo rende ogni protesta più instabile e ogni risposta del governo più rigida.

Repressione e diritti umani: il punto più critico

Il dato più allarmante resta quello umano. Amnesty International parla apertamente di “spargimento di sangue” e denuncia un uso sistematico della violenza contro i manifestanti. Le Nazioni Unite, in un comunicato ufficiale, confermano un quadro di gravi violazioni: arresti arbitrari, restrizioni alla libertà di espressione, blocchi di internet, uso eccessivo della forza.

Secondo ANSA, alcune stime parlano addirittura di fino a 12.000 morti, anche se gli stessi giornalisti sottolineano quanto sia difficile verificare i numeri reali in un contesto in cui l’accesso all’informazione è fortemente limitato. È proprio questa opacità a preoccupare di più le organizzazioni internazionali: quando internet viene bloccato e i media indipendenti vengono messi a tacere, diventa quasi impossibile ricostruire cosa accade davvero.

Nel frattempo la crisi iraniana entra sempre più nel dibattito globale. L’ANSA riporta le dichiarazioni di Donald Trump, che promette aiuti al popolo iraniano. Sono prese di posizione che mostrano quanto la protesta non sia più solo un fatto interno, ma un nodo sensibile negli equilibri internazionali.

Le proteste in Iran non sono un’emergenza momentanea, ma il sintomo di una frattura profonda e duratura. Dietro gli slogan e le piazze ci sono storie di giovani che chiedono libertà, famiglie stremate dalla crisi economica, donne che rivendicano il diritto di scegliere della propria vita.

Le fonti internazionali parlano con chiarezza di repressione e violazioni dei diritti umani. Resta aperta una domanda fondamentale: fino a quando una società può essere governata solo attraverso la paura e il controllo?
La risposta, oggi, sembra ancora sospesa tra il coraggio di chi continua a scendere in piazza e la durezza di un sistema che non mostra segnali di apertura.

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