Hormuz e la gerarchia nascosta dell’Europa: quando la crisi decide cosa conta davvero

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  Elisa Parisi
  10 aprile 2026
  5 minuti, 3 secondi

La crisi nello Stretto di Hormuz non sta semplicemente interrompendo uno dei principali corridoi energetici globali. Sta producendo un effetto molto più rilevante: costringe l’Europa a rivelare, nei fatti, quale sia la gerarchia reale delle sue priorità quando sicurezza, crescita e transizione ecologica entrano in conflitto diretto. Per anni, queste tre dimensioni sono state presentate come compatibili, quasi complementari. Hormuz dimostra che non lo sono sempre.

Il blocco di uno stretto attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale ha riportato la sicurezza energetica al centro del discorso politico, ma in una forma diversa rispetto al passato. Non si tratta più solo di diversificare fornitori o rotte, ma di gestire un rischio sistemico che sfugge al controllo europeo. La dichiarazione del G7 del 30 marzo, con l’impegno ad adottare “qualsiasi misura necessaria”, segnala proprio questo cambio di paradigma: la sicurezza energetica torna ad essere una questione emergenziale, legata a dinamiche geopolitiche e militari, più che a strumenti di policy ordinaria.

In questo contesto, la risposta europea appare inizialmente solida ma, a uno sguardo più attento, profondamente ambivalente. Da un lato, l’Unione dispone di strumenti di resilienza costruiti negli ultimi anni: riserve petrolifere pari ad almeno 90 giorni di consumo, obblighi di stoccaggio del gas, meccanismi di coordinamento tra Stati membri. Dall’altro, queste misure rivelano la loro natura essenzialmente temporanea. Offrono tempo, ma non autonomia. Come suggerito anche dal commissario Dan Jørgensen, la vera leva nel breve periodo è la riduzione della domanda, soprattutto nei trasporti, segno che il problema non può essere risolto solo sul lato dell’offerta.

È però a livello nazionale che emerge il dato più interessante. Le scelte dei governi mostrano chiaramente che, sotto pressione, la transizione energetica diventa una variabile dipendente. Il rinvio della chiusura delle centrali a carbone in Italia, le esitazioni tedesche sul phase-out e le misure emergenziali adottate in diversi Paesi indicano una priorità implicita: evitare shock economici immediati, anche a costo di compromettere obiettivi climatici di lungo periodo. Non si tratta di un fallimento del Green Deal, ma della prova che esso non è ancora politicamente irreversibile.

Questa dinamica si inserisce in un contesto economico già fragile. Prima ancora della crisi, l’Europa affrontava costi energetici elevati, perdita di competitività industriale e crescenti pressioni sui settori energivori. L’interruzione delle forniture attraverso Hormuz amplifica queste tensioni, alimentando il rischio di una nuova spirale inflazionistica e aumentando i costi di produzione. Anche nel caso in cui le ostilità cessassero rapidamente, i tempi necessari per ripristinare le infrastrutture energetiche del Golfo suggeriscono che gli effetti della crisi saranno persistenti, non episodici.

Parallelamente, la dimensione diplomatica evidenzia un altro limite strutturale europeo. Il coordinamento tra oltre 40 Paesi, il richiamo al diritto internazionale e l’insistenza sulla libertà di navigazione indicano una convergenza significativa sul piano normativo. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha definito lo stretto un “bene pubblico globale”, sottolineando l’inaccettabilità di qualsiasi restrizione al passaggio. Tuttavia, questa unità si ferma quando si tratta di strumenti coercitivi. Le divisioni su sanzioni, uso della forza e gestione della crisi mostrano che l’Europa resta un attore diplomatico influente, ma privo di una reale capacità di proiezione strategica autonoma.

Le dichiarazioni di Emmanuel Macron, che ha definito “irrealistica” un’operazione militare per riaprire lo stretto, rendono esplicito questo limite. L’Unione può contribuire a costruire consenso internazionale, ma fatica a trasformarlo in azione concreta quando sono in gioco interessi vitali. Ne deriva una dipendenza persistente da attori esterni, proprio nel momento in cui la sicurezza energetica richiederebbe maggiore autonomia.

Eppure, la crisi contiene anche un elemento di trasformazione. Se nel breve periodo spinge verso soluzioni regressive - ritorno al carbone, apertura ai biocarburanti, maggiore intervento statale - nel medio termine rafforza indirettamente la logica della transizione. I Paesi che hanno investito maggiormente nelle rinnovabili risultano oggi meno esposti alla volatilità dei mercati del gas e del petrolio. L’esperienza spagnola, così come i record di produzione eolica nel Regno Unito e i risparmi generati dal solare, suggeriscono che la sicurezza energetica futura potrebbe dipendere sempre più dalla capacità di produrre energia internamente.

Questo crea un paradosso solo apparente. La crisi di Hormuz non rallenta semplicemente la transizione energetica europea: la rende più complessa e meno lineare. Introduce una tensione strutturale tra breve e lungo periodo, tra sicurezza immediata e sostenibilità futura. In altre parole, trasforma la transizione da percorso normativo relativamente prevedibile a processo profondamente politico, esposto agli shock esterni.

In questo senso, Hormuz rappresenta un punto di svolta. Non tanto per i suoi effetti immediati, quanto perché costringe l’Europa a confrontarsi con un dato di realtà: in un contesto geopolitico instabile, le politiche energetiche non possono essere separate dalle logiche di potere. La resilienza diventa così il criterio centrale, più ancora dell’efficienza o della sostenibilità.

La vera incognita riguarda il dopo. Se la crisi dovesse rientrare, l’Unione tornerà rapidamente sulla traiettoria del Green Deal, oppure le scelte emergenziali – dal carbone ai sussidi – lasceranno un’impronta più duratura? In altre parole, Hormuz sarà un episodio o un precedente?

La risposta a questa domanda definirà non solo il futuro della politica energetica europea, ma anche la sua credibilità come attore globale capace di conciliare ambizione climatica e sicurezza strategica.

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Elisa Parisi

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