I danni ambientali ed economici della lunga estate europea

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  Jacopo Biagi
  21 agosto 2026
  6 minuti, 36 secondi

Ormai da diversi anni il tema dei cambiamenti climatici è entrato stabilmente nel dibattito pubblico, fino a diventare addirittura un pilastro centrale per alcuni partiti politici e una questione condivisa dai cittadini che, in diverse occasioni, hanno organizzato manifestazioni con sempre più notorietà e consenso. Il tema del cambiamento climatico è sempre stato associato a fenomeni che minacciano l’equilibrio naturale del pianeta, come il ritiro dei ghiacciai, l’aumento delle temperature e il rischio di perdita della biodiversità. Tuttavia, si tende a trascurare l’impatto economico di questo pericoloso fenomeno.

Proprio questo aspetto è tornato alla ribalta in Europa nel corso di quest'estate a causa dei numerosi eventi climatici disastrosi che hanno colpito i Paesi del Vecchio Continente, provocando danni economici ai bilanci nazionali per decine di miliardi di euro. Secondo l’analisi dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi hanno provocato all’Unione europea danni per circa 822 miliardi di euro, il 25% dei quali si concentra nel quadriennio 2021-2024, causando oltre 441.000 vittime. Il numero di eventi climatici avversi, drammaticamente legati alla perdita di vite umane e all’insorgenza di danni economici, è in forte crescita in tutto il mondo e non rappresenta più un’eccezione ma, a tutti gli effetti, un fenomeno strutturale che accomuna gli abitanti del pianeta.

La carenza idrica ferma l’energia e i trasporti fluviali.

Quest’estate l’Europa ha dovuto affrontare le conseguenze dell’anticiclone africano che, più del solito, ha causato un aumento delle temperature. La morsa del caldo, ben oltre la media stagionale, è stata accompagnata da un’assenza prolungata di precipitazioni che ha provocato l’inaridimento dei terreni e della vegetazione, nonché un impressionante abbassamento del livello dei fiumi che, in molte zone, ha raggiunto i minimi storici provocando numerosi disservizi. Uno di questi casi si è verificato sul Danubio, utilizzato dagli Stati che attraversa come via di trasporto e come fonte di acqua per il raffreddamento delle centrali energetiche costruite lungo il suo corso.

In alcuni punti, la portata del fiume ha raggiunto un livello critico tale da costringere la Romania a fermare l’impianto nucleare di Cernavoda, l’unica centrale atomica del Paese. Allo stesso tempo è scattato lo stato di allerta in Ungheria, che a sua volta si è trovata a un passo dal dover fermare la centrale atomica di Paks, l’unica del Paese. La chiusura degli impianti rumeni ha costretto Bucarest ad aumentare le importazioni di energia fino a circa duemila megawatt al giorno per compensare il calo produttivo, sostenendo una spesa di gran lunga maggiore rispetto al costo dell’energia prodotta internamente. La scarsità d’acqua nelle principali vie fluviali ha provocato problemi anche per il trasporto delle merci sulle navi più grandi, che necessitano di una maggiore profondità rispetto alle altre tipologie di imbarcazioni. Il traffico di merci in transito nel porto di Rotterdam, il più grande porto marittimo d’Europa situato sul fiume Reno, è in costante diminuzione dall’inizio di luglio, attestandosi a – 10% rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Secondo le stime di ING, il blocco del traffico fluviale potrebbe colpire anche la Germania, facendole perdere fino a 0,3 punti percentuali di PIL.

La siccità impatta sull’agricoltura e favorisce gli incendi.

La siccità estiva e le ondate di calore hanno travolto anche le coltivazioni di tutta Europa, facendo crollare le stime del raccolto. La Francia, che sta affrontando la terza ondata di caldo dalla fine di maggio, stima che il raccolto di mais del 2026 potrebbe essere il più basso degli ultimi quindici anni e che la situazione potrebbe anche peggiorare a causa delle scarse precipitazioni previste per le prossime settimane. La stessa sorte è toccata ai campi di patate nei Paesi Bassi e a quelli di mais in Bosnia, con scarsi raccolti che, talvolta, devono essere anticipati a causa della rapida maturazione delle piante indotta dalle condizioni climatiche eccezionali. La stessa situazione si è verificata in Italia, in Francia e in Germania, dove la vendemmia dell’uva è stata addirittura anticipata di un mese rispetto al periodo consueto di trent’anni fa. Secondo un’analisi pubblicata da Triodos, banca olandese specializzata in sostenibilità, le ondate di calore e la siccità provocheranno una contrazione del PIL dell’Unione europea pari all’1% entro il 2026, corrispondente a circa 180 miliardi di euro, dei quali la maggior parte sarà un mancato guadagno per il settore agricolo.

La mancanza d’acqua non solo danneggia le coltivazioni e i raccolti, ma aumenta anche il rischio di incendi che, proprio questa estate, hanno causato la peggiore stagione di roghi della storia recente, interessando soprattutto Francia, Grecia e Spagna. Secondo un rapporto stilato da Greenpeace, lo scorso anno il governo spagnolo ha stanziato tra i 3.548 e i 6.741 milioni di euro per spegnere gli incendi che hanno devastato oltre 350.000 ettari di vegetazione su tutto il territorio nazionale. Per il 2026, si stima che saranno necessari tra i 1.723 e i 3.275 milioni di euro solo per le attività di spegnimento, a cui si dovranno aggiungere i fondi per il ripristino dei terreni devastati dalle fiamme. In Francia, gli immensi incendi hanno costretto le autorità a evacuare circa 220.000 persone e, attualmente, i vigili del fuoco stanno combattendo contro le fiamme in Grecia e in Belgio.

L’impatto sull’economia.

Questi disastri climatici, oltre a causare vittime umane e animali e a provocare la distruzione della natura e della biodiversità, comportano anche danni economici a lungo termine. Secondo uno studio pubblicato nel 2023 sul Journal of Environmental Economics and Management, le regioni dell’Europa meridionale più colpite da grandi incendi osservano una flessione annuale del PIL compresa tra lo 0,11% e lo 0,18%, con la possibilità di arrivare a perdite comprese tra il 3,3% e il 4,8% negli anni più gravi. A questa flessione del PIL, dovuta ai costi per la gestione delle emergenze e al calo degli introiti dei settori turistico e agricolo, si devono però affiancare anche gli aumenti dei costi assicurativi, la crescente inflazione e la spesa pubblica, che aumenterà inevitabilmente nel tentativo di prevenire e contrastare il cambiamento climatico e i fenomeni a esso collegati.

Quest’anno in Francia, le assicurazioni dovranno coprire perdite per diversi miliardi di euro, a fronte di un danno totale subito dal Paese che, secondo l’agenzia di rating Morningstar DBRS, si attesta tra i 10 e i 15 miliardi di euro. Si tratta comunque di cifre di gran lunga inferiori rispetto ai circa 40 miliardi di dollari di beni assicurati andati perduti nel grande incendio di Palisades, in California, lo scorso anno. Tuttavia, è necessario interrogarsi sulla situazione che l’Europa potrebbe dover affrontare se in futuro dovessero essere colpite zone densamente popolate.

In uno scenario in cui questa lunga estate europea diventasse la normalità, il settore assicurativo sarebbe sottoposto a una forte pressione per coprire i maggiori danni derivanti dal cambiamento climatico e anche il debito pubblico sarebbe destinato ad aumentare. Le finanze pubbliche, infatti, verranno sempre più dirottate verso la spesa per nuove misure di adattamento e tecnologie di mitigazione contribuendo, insieme agli altri fattori citati, ad aumentare il debito sovrano. La Banca centrale europea (BCE) ha infatti osservato che, nel medio termine, i costi di finanziamento del debito possono aumentare a causa di specifici disastri ambientali, e che tali costi variano a seconda del livello di indebitamento del Paese colpito: i Paesi con un debito più basso subiscono un impatto minore, in quanto dispongono delle risorse necessarie per attuare strategie di mitigazione e resistere alle perturbazioni economiche causate dagli shock climatici.

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Jacopo Biagi

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