I passi indietro di un leader nella transizione eco-sostenibile: il caso della Svezia.

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  Giovanni Graziano
  30 dicembre 2025
  4 minuti, 49 secondi

La Svezia dalla seconda metà del ventunesimo secolo è stata spesso considerata un modello di riferimento dal punto di vista delle politiche ambientali, sia per quanto riguarda la transizione verso le energie rinnovabile e per l’attenzione alla biodiversità, sia per gli sforzi nella riduzione delle emissioni di gas serra.

Ma i cambiamenti politici degli ultimi decenni rischiano di mettere in discussione il primato della Svezia nell’ambito della transizione verde.

Precocemente rispetto a molti Paesi Europei, già negli anni ’60 la questione ambientale ha iniziato a diventare oggetto di dibattito e preoccupazione, soprattutto in merito all’utilizzo massiccio di prodotti chimici e pesticidi.

Ma l’esigenza di una transizione energetica divenne centrale nel dibattito ambientalista soltanto negli anni ’70. La crisi petrolifera del 1973 ha infatti contribuito ad ampliare il consenso sulla necessità di studiare e sfruttare maggiormente diverse fonti energetiche, tra cui l’energia nucleare e le energie rinnovabili. Già in questi anni, quando cominciarono a prendere forma e acquisire consapevolezza i primi movimenti verdi, la Svezia ha cominciato ad essere vista nel sistema internazionale come un leader nelle politiche ambientali. Questa immagine della Svezia è stata amplificata dal fatto di aver ospitato la conferenza delle Nazioni Unite sull’ “Ambiente Umano” a Stoccolma.

Il primato della Svezia nella transizione ecologica è stato ulteriormente confermato negli anni ’80 e ’90, quando fu redatto il Codice Ambientale, quando furono elencati i sedici “Obiettivi sulla Qualità dell’Ambiente” e soprattutto quando fu imposta la tassa sul carbonio, che ha consentito di diminuire in maniera significativa le emissioni di gas a effetto serra.

Come ha evidenziato il ricercatore Mathias Zannakis, la Svezia si è dimostrata sempre più ambiziosa nelle politiche ambientali di quanto le fosse imposto dalle obbligazioni internazionali: il protocollo di Kyoto, infatti, avrebbe permesso alla Svezia di aumentare le emissioni di CO2 del 4%, ma la stessa invece si è imposta degli obiettivi nazionali per ridurre le emissioni.

Zannakis ha infatti evidenziato come per la Svezia le politiche ambientali si siano dimostrate come una finestra di opportunità economico-politiche, permettendole di incrementare competitività esportando tecnologie verdi e rafforzando il ruolo della Svezia come leader nel settore. Inoltre, tali politiche sono state supportate da una narrazione che collegava la giustizia climatica a quella sociale, enfatizzava la responsabilità storica della Svezia (e dell’Europa) in relazione al cambiamento climatico e la solidarietà con Paesi in via di sviluppo e le generazioni future. Dunque, la Svezia, in quanto paese industrializzato e con costi marginali di abbattimento relativamente bassi, ha visto la trasformazione eco-sostenibile come un dovere morale internazionale. Tutto ciò si inserisce nel quadro di un Paese che dal secondo dopo guerra ha posto l’assistenza allo sviluppo, l’antiimperialismo e la solidarietà al terzo mondo al centro della propria politica estera.

Nel 2006, però, un governo conservatore ha sostituito al governo i social democratici, che per decenni avevano dominato la scena politica svedese, contribuendo in maniera significativa alle politiche ambientali. Zannakis ha messo in luce come dal 2006 la narrazione prima dominante che supportava la transizione eco-sostenibile in quanto economicamente vantaggiosa e moralmente necessaria sia stata messa in crisi, sostituita da un approccio che sottolineava i costi delle politiche verdi e la necessità di condividere tali oneri equamente nel sistema di cooperazione internazionale.

Negli ultimi venti anni, infatti, la Svezia ha fatto alcuni passi indietro nelle politiche ambientali: la costruzione del bypass di Stoccolma, una circonvallazione autostradale lunga 21 chilometri, è stata aspramente criticata in quanto dimostra una tendenza a incentivare l’utilizzo di automobili piuttosto che diminuirlo tramite maggior investimenti in trasporti pubblici. Oppure, nel 2009 è stata abolita la tassa sui fertilizzanti, il che rischia di aumentare l’inquinamento del Mar Baltico.

Questo declino della Svezia nel suo primato nella transizione eco-sostenibile è stato amplificato dal successo che il partito di estrema destra “Sweden Democrats” ha riscontrato nell’ultimo decennio, precisamente durante le elezioni del 2022.
Il partito, inizialmente negazionista rispetto al cambiamento climatico, si è successivamente moderato, ma rappresenta ancora un ostacolo all’implementazioni di politiche ambientali ancora più ambiziose. Anzi, il governo di centro-destra in carico dal 2022, che non include i Sweden Democrats ma gode del loro supporto in Parlamento, ha messo in atto tagli drastici al bilancio ambientale.

Dunque, nonostante la Svezia, che nel 2045 aspira a raggiungere la neutralità climatica, è ancora un modello di riferimento nella preservazione della biodiversità, nella riduzione dei combustibili fossili e nel riciclaggio. Tuttavia, il primato che per decenni ha mantenuto rischia di essere minacciato soprattutto dall’emergere dell’estrema destra populista, un tempo quasi assente o emarginata dal sistema politico svedese.

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Giovanni Graziano

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Svezia cambiamento climatico transizione energetica