Il piano “Stop the boats” inglese
Sulla scia dello slogan “Stop the boats” e in grave violazione dello Stato di diritto, nell’aprile del 2024 entrambe le Camere del Parlamento britannico hanno approvato una legge (la Safety of Rwanda Bill) che prevede un piano di deportazione dei richiedenti asilo e dei migranti irregolari in Rwanda, considerato come un paese terzo sicuro, nonostante la stessa Gran Bretagna pochi anni prima avesse denunciato casi di «esecuzioni extragiudiziali, morti in custodia, sparizioni forzate e torture».
L’approvazione della legge risulta essere l’esito di una serie di accordi stipulati da Regno Unito e Rwanda, finalizzati a creare una politica di esternalizzazione delle frontiere e delle domande di asilo, a danno dei diritti umani delle persone migranti, tra cui il rischio di morire nella rotta inglese: a poche ore di distanza dall’approvazione della legge, cinque persone (tra cui una bambina di sette anni) sono infatti annegate nella Manica mentre tentavano di raggiungere le coste inglesi.
A soli tre mesi dalla sua approvazione - e nonostante le centinaia di milioni di sterline già versate al governo ruandese - l’accordo sui richiedenti asilo è stato abrogato, anche grazie ad un cambio di governo verificatosi proprio nel luglio 2024 e alle forti critiche sollevate dalle principali organizzazioni non governative a difesa delle persone migranti. In totale, solamente quattro persone sono state ricollocate in Rwanda.
Inizialmente presentato come un grande passo avanti nell’eliminazione dell’immigrazione irregolare e come un pesante colpo inflitto ai trafficanti di esseri umani, il “Piano Rwanda” è stato immediatamente osservato con interesse da molteplici paesi europei, i quali ormai da un decennio tentano di scaricare la responsabilità della gestione del fenomeno migratorio direttamente ai paesi di partenza.
La gestione delle frontiere esterne nell’Unione europea
Il controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea è una problematica che, sul fronte del Mediterraneo, risulta essere particolarmente controversa almeno dal 2010, quando i flussi migratori verso le coste europee sono aumentati in maniera esponenziale.
La politica comune in materia di asilo dell’Unione europea ha come obiettivo quello di offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo o apolide che necessiti di protezione internazionale nonché garantire il principio di non respingimento (non-refoulement), in conformità con la Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati. Tutto questo va interpretato alla luce di un principio fondamentale sancito dall’Articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, vale a dire quello di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri dell’Unione.
Il testo dei trattati, tuttavia, è stato rapidamente disatteso dai governi europei, i quali si sono mostrati impreparati a gestire la crisi migratoria del 2015 e hanno mantenuto un atteggiamento di netta contrarietà a qualsiasi proposta di redistribuzione delle persone migranti all’interno dell’intero territorio dell’Unione, di modo da assistere i paesi di primo ingresso, in particolare gli Stati europei meridionali.
A dieci anni di distanza da una delle più grandi crisi di rifugiati in Europa, le discussioni intorno alla gestione dei flussi migratori non sono mai terminate e i governi europei, cavalcando l’onda dei crescenti populismi, hanno spinto il dibattito sempre più intorno al tema della gestione extraterritoriale delle richieste di asilo.
I centri italiani in Albania
In questo senso, l’Italia può essere considerato il primo paese dell’Unione ad aver implementato un progetto di deportazione dei migranti in appositi centri costruiti in Albania, prendendo come riferimento il piano inglese, che nel mentre mostrava già i primi segnali di fallimento. Il protocollo di intesa Italia-Albania predispone un sistema di gestione dei flussi che tuttavia presenta delle differenze rispetto al progetto inglese: nel sistema italiano, infatti, la gestione dei centri di permanenza e le procedure fanno capo alla giurisdizione italiana, la quale rimane incaricata di esaminare le domande di asilo; al contrario, nel caso inglese, la giurisdizione e la relativa gestione delle richieste venivano interamente trasferite alle autorità del Rwanda.
Aperte dall’ottobre del 2024, le strutture in territorio albanese hanno ospitato in totale meno di cento richiedenti asilo, al netto dei 65 milioni di euro spesi per la costruzione e i 120 milioni di euro stimati per la gestione annuale dei centri.
Al di là dei costi considerevoli, la questione più urgente riguarda l’impatto sui diritti fondamentali delle persone migranti: la Corte di Giustizia dell’Unione europea, infatti, si è soffermata sulla definizione di “paese sicuro”, il quale deve rispettare una serie di criteri in ogni parte del territorio e per ogni minoranza.
Per tale ragione, dal momento che le persone salvate in mare provengono da paesi considerati non sicuri, ciascun migrante trattenuto in Albania dopo pochi giorni è stato riportato in Italia, andando di fatto ad aggiungere un ulteriore carico di sofferenza a persone che hanno già subito un pericoloso e difficile viaggio nel Mediterraneo.
Progettati dunque come strutture adibite ad ospitare persone salvate in mare, dopo l’ennesimo provvedimento di rigetto dei giudici italiani in cui si dispone il rientro in Italia delle persone trattenute in Albania, il governo italiano ha deciso di trasformare le strutture in centri di permanenza e rimpatrio, anche qui in grave violazione dei diritti umani e contravvenendo a quanto previsto dalla Direttiva rimpatri, la quale prevede che non sia possibile rimpatriare una persona da un paese che non appartiene all’Unione europea.
Nelle intenzioni dei governi europei e del governo britannico, la prospettiva di subire una detenzione (dalla durata molto spesso incerta) nei centri di permanenza e rimpatrio dovrebbe servire, anche a livello simbolico, a scoraggiare i migranti ad intraprendere una traversata - come quelle nel Mediteranneo e nella Manica - imprevedibile e rischiosa.
La realtà dei fatti, tuttavia, dimostra come la pratica di esternalizzare le proprie frontiere rappresenti una grave minaccia per lo Stato di diritto e, soprattutto, per i diritti umani delle persone migranti.
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L'Autore
Giulia d'Angelis
Giulia d’Angelis è nata a Fondi (LT) nel 2000. Ha frequentato il corso di Laurea Triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali presso La Sapienza, Università di Roma, e si è laureata nell’ottobre 2022 con una tesi sulla Presidenza Sassoli. Ha poi frequentato il corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Istituzioni Sovranazionali, presso la medesima Università, laureandosi nell’ottobre 2024 con una tesi sull'allargamento dell'Unione europea. Da sempre appassionata di attualità internazionale, sta approfondendo in particolare l’analisi dell’Unione europea e delle sue politiche, concentrandosi anche sulla proiezione esterna dell’Unione e sui paesi candidati all’adesione nell’Ue.
Attualmente fa parte di Mondo Internazionale come Autrice presso Mondo Internazionale Post - Organizzazioni Internazionali, dove ha modo di analizzare nello specifico le politiche europee e il loro impatto.
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