I test di verginità qualificati come atti di tortura: è questa la storica decisione della African Commission on Human and Peoples' Rights

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  Giorgia Savoia
  28 gennaio 2026
  3 minuti, 35 secondi

Dopo oltre un decennio di battaglie legali, resistenze istituzionali e silenzi politici, si è giunti a una decisione di portata storica. L'African Commission on Human and Peoples' Rights ha qualificato l’uso, da parte dello Stato egiziano, dei cd. test di verginità come tortura e violenza sessuale. Le pratiche furono poste in essere nei confronti di due donne arrestate durante le proteste del 2011. La Commissione ha inoltre invitato l’Egitto a risarcire le vittime e ad eliminare definitivamente questa pratica.

I fatti si collocano nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Hosni Mubarak, quando il potere passò nelle mani del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Quel periodo fu caratterizzato da una crescente militarizzazione del potere e da una repressione sistematica del dissenso, con arresti arbitrari e sistematici, oltre che  da un ricorso esteso ai tribunali militari nei confronti dei civili. 

È in questo contesto che Samira Ibrahim e Rasha Abdel Rahman furono arrestate dai militari durante una manifestazione pacifica. Dopo il fermo, vennero condotte prima al Museo Egizio, temporaneamente trasformato in base militare, e successivamente trasferite in un carcere militare. Qui subirono percosse, insulti, minacce e violenze fisiche, aggravate dall’uso di taser elettrici. Furono costrette a spogliarsi davanti a ufficiali uomini; vennero poi derise e fotografate. Una volta private dei vestiti, vennero altresì sottoposte a esami genitali forzati, eseguiti a mani nude, senza il loro consenso, presumibilmente per accertarne la verginità. 

L’allora Maggiore Generale Abdel Fattah al-Sisi tentò di giustificare ufficialmente tali abusi come una misura preventiva per “proteggere l’esercito” da future accuse di stupro, senza quindi negare che i fatti si fossero verificati. Questa narrazione, di fatto, mirava ad invertire la responsabilità: da chi quei test li aveva eseguiti alle vittime delle violenze. In questo modo si volle trasformare un atto di tortura in una presunta misura precauzionale, contribuendo a legittimarla. 

Il percorso giudiziario interno si rivelò presto inefficace. Nel marzo 2012, un tribunale militare assolse Ahmed Adel, il medico accusato di aver eseguito materialmente gli esami genitali forzati. Human Rights Watch definì il procedimento una “farsa”, sottolineando come il tribunale avesse ignorato le testimonianze delle vittime e omesso qualsiasi indagine sulla catena di comando.

Esaurite le vie di ricorso interne, le due donne, con il supporto di diverse organizzazioni internazionali, portarono il caso davanti alla Commissione Africana. Il procedimento fu lungo e complesso, rallentato da ostacoli politici e procedurali. Solo nel mese di novembre 2025 la sentenza venne pubblicata, a distanza di tredici anni dai fatti (nel 2023 venne adottata). 

Nella decisione, la Commissione ha stabilito che l’Egitto violò complessivamente otto articoli della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, sui quali la propria giurisdizione si basa, tra cui il divieto di tortura e di trattamenti crudeli, inumani e degradanti, il principio di non discriminazione, il diritto all’uguaglianza davanti alla legge e le garanzie di indipendenza e imparzialità dei tribunali. È stata inoltre riconosciuta la violazione del diritto a un equo processo e delle libertà di espressione e di assemblea, in quanto le violenze subite dalle vittime erano strettamente connesse alla loro partecipazione alle manifestazioni. La Commissione ha affermato che i cd. test di verginità non hanno alcuna giustificazione legale o medica e costituiscono una forma di tortura e violenza di genere, infliggendo sofferenze fisiche e psicologiche intenzionali, paragonabili,  secondo gli standard internazionali, ad atti di stupro. 

Lo Stato egiziano è stato condannato al risarcimento economico delle vittime, alla riapertura delle indagini davanti a tribunali civili, alla riforma del codice di procedura penale militare per tutelare l'integrità fisica e la privacy dei detenuti e all'eliminazione definitiva della pratica

Quando la violenza è istituzionale, tende a diventare invisibile, normalizzata, giustificata. Quando poi quella violenza è di genere, la cecità è assoluta: il corpo delle donne viene troppo spesso trattato come uno spazio legittimo di controllo politico. In questo senso, sebbene l’effettiva applicazione della decisione resti incerta, la pronuncia rompe anni di negazione ufficiale e restituisce alle vittime una forma di riconoscimento pubblico, in una società che a lungo le ha colpevolizzate. 

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Giorgia Savoia

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Società

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Violenza di genere Proteste Egitto Test di verginità Africa tortura repressione politica African Commission on Human and Peoples' Rights African Charter gender-based violence sexual assault