Il conflitto in Medio Oriente visto dall’America Latina

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  Lucas Martin Torres
  10 marzo 2026
  4 minuti, 29 secondi

Teheran dista circa 12 mila km da Brasilia, 13 mila da Città del Messico e 14 mila da Buenos Aires, è dunque naturale che la distanza geografica implichi significative differenze culturali, etniche e sociali tra queste due regioni agli antipodi. Nonostante ciò, gli ultimi avvenimenti in Medio Oriente hanno posto in evidenza quanto la globalizzazione abbia contribuito a connettere, soprattutto sul piano economico e politico, due aree geografiche così lontane.

La convergenza tra Iran e i paesi latinoamericani si è sviluppata in tempi relativamente recenti. La Repubblica sciita ha progressivamente costruito la propria rete diplomatica nella regione negli ultimi 20 – 30 anni, stabilendo accordi bilaterali incentrati su energia, difesa e orientamento antistatunitense. Questo ha permesso a Teheran di affiancarsi a Cina e Russia come alternativa politica nel contesto del vuoto diplomatico lasciato da Washington a seguito del suo disimpegno regionale.

I principali interlocutori latinoamericani erano e sono i regimi di Cuba, Venezuela e Nicaragua, tutti accomunati dal colore politico delle proprie leadership. Ma oltre a questi, l’Iran ha saputo stabilire relazioni cordiali anche con diversi paesi appartenenti alla Marea Rosa di inizio millennio. Significativi sono i rapporti con la prima presidenza di Lula in Brasile e l’era Kirchner in Argentina; in questo contesto l’Iran, isolato dagli USA ed Europa, cercò di sfruttare il forte attivismo in materia di politica estera del Brasile in modo da stabilire uno scenario diplomatico alternativo a quello occidentale. Attualmente il panorama politico in America Latina è fortemente cambiato, la Marea, che a inizio secolo accomunava quasi uniformemente le volontà politiche dei vari governi, oggi ha lasciato spazio a un quadro regionale caratterizzato da una forte polarizzazione. Molti attori medi, come Uruguay o Cile, sono passati dall’avere rapporti cordiali in un contesto internazionale relativamente stabile, al diffidare o cercare di evitare contatti con un partner potenzialmente controverso come potrebbe essere appunto l’Iran.

Ma in un contesto bellico come quello che stiamo purtroppo osservando negli ultimi giorni in Medio Oriente, in che modo hanno reagito i paesi latinoamericani? Possiamo riscontrare tre posizioni politiche distinte in merito al conflitto: la prima è quella degli alleati regionali dell’Iran, che hanno repentinamente condannato l’intervento israelo-americano, tra questi figurano gli storici partner quali Venezuela, Cuba e Nicaragua. In secondo luogo, troviamo coloro che possiamo tranquillamente definire come attori allineati con la Casa Bianca, ovvero El Salvador, Argentina e, in modo più moderato, Paraguay ed Ecuador. Tali sono caratterizzati da una linea politica in materia estera fortemente filostatunitense e, nel caso di Buenos Aires, filoisraeliana. Ultimi ma decisamente più interessanti sono coloro che, invece, hanno presentato posizioni più pragmatiche e moderate ma comunque critiche in merito al conflitto. Messico, Brasile e Colombia, nonostante si siano espressi negativamente in relazione alle azioni prese da Washington e Tel Aviv, desiderano una de-escalation in Medio Oriente in favore di un ripristino delle relazioni diplomatiche fra i due schieramenti.

Possiamo notare, dunque, che la frammentazione politica del continente non ha permesso ai vari governi latinoamericani di presentare una risposta omogenea in merito alla questione, bensì ciascuno di essi ha offerto una risposta in base ai propri interessi geostrategici. Particolarmente peculiari sono le posizioni dei governi Lula e Sheinbaum, entrambi attori regionali di rilievo che hanno dovuto calibrare le proprie dichiarazioni. Il Governo brasiliano, nonostante abbia riscontrato una molteplicità di incongruenze con la presidenza Trump, ha adottato una linea particolarmente diplomatica. Ha espresso la propria perplessità in merito all’intervento preventivo in Iran, ma ha parallelamente denunciato la risposta iraniana esprimendo solidarietà con i paesi del Golfo colpiti dalla rappresaglia di Teheran. Questo atteggiamento sarebbe da interpretare come un tentativo di normalizzazione dei rapporti tra Lula e Donald Trump, che dovrebbe culminare con un incontro, non ancora confermato, a Washington, il 15 marzo. Si tratterebbe di un incontro informale svoltosi a New York nel settembre 2025. Sheinbaum, d’altro canto, si è posta in maniera molto simile al suo pari brasiliano, infatti ha sottolineato il modo in cui l'adozione di una via diplomatica per la risoluzione delle controversie sia l’unica accettabile dal Messico. Citando il premier spagnolo Pedro Sánchez, la Presidente ha dichiarato di ritenere responsabile la posizione di Madrid per una normalizzazione dei rapporti nella regione, denunciando sia l’interventismo americano che la reazione iraniana. Inoltre, ha chiarito la posizione di Città del Messico sulla questione israelo-palestinese, indicando quella della soluzione a due Stati come l’unica opzione considerata giusta dal paese mesoamericano.

In questa pluralità di posizioni si può osservare come ogni singolo paese stia reagendo in base ai propri interessi politici ed economici, seguendo linee politiche distanti tra loro date da questo o quel vantaggio strategico. Il conflitto in Medio Oriente evidenzia il fatto che l’America Latina non rappresenti un blocco politico unitario nelle dinamiche internazionali. Al contempo, dimostra come un conflitto così distante possa influenzare gli equilibri regionali di aree così lontane. Restano, quindi, dubbi sul modo in cui la regione possa rispondere a un’escalation del conflitto e sui piani di risposta, probabilmente inestinti, dei governi latini.

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Lucas Martin Torres

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