Il primato della potenza
Siamo soliti considerare il diritto come il culmine della civilizzazione, l’argine razionale che le società evolute oppongono alla brutalità dello stato di natura. È l’errore prospettico tipico delle potenze post-storiche, prime tra tutte quelle europee, convinte che la norma possa generare la realtà e che un trattato ben scritto possa piegare i rapporti di forza. Ma la geopolitica, che si nutre di fattori profondi e antropologici, non si cura delle buone intenzioni. Nella faglia più calda della nostra contemporaneità — la contesa per il dominio sull’Intelligenza Artificiale — il diritto non è il fine, ma la clava con cui i grandi agglomerati umani tentano di proteggere o espandere la propria sovranità.
Il calcolo della potenza, oggi, si esprime in capacità di calcolo (compute), semiconduttori avanzati e mole di dati. Chi possiede questi asset stabilisce la postura psicologica e sociale delle popolazioni. Chi ne è privo tenta di compensare tramite l'ipertrofia normativa. Questo scontro non attiene alla tecnologia, ma alla permanenza dei popoli nella storia.
Le tre posture dell'impero: Washington, Pechino, Bruxelles
La geografia del diritto digitale ricalca fedelmente le ambizioni geopolitiche dei tre blocchi di riferimento. Le norme non nascono nel vuoto cosmico, riflettono l’inconscio collettivo delle nazioni che le partoriscono.
1. Il modello americano: l’estensione dell’egemonia privata
Per gli Stati Uniti, l’innovazione tecnologica è una proiezione della dottrina della Frontiera: uno spazio parzialmente anarchico dove il privato anticipa lo Stato, accumulando una massa critica tale da farsi impero. La postura del legislatore americano è storicamente astensionista. Washington interviene solo quando la concentrazione di potere minaccia la sicurezza nazionale o l'ordine costituito.
I dati macroeconomici certificano questo divario: secondo i rapporti sugli investimenti globali in IA, nel solo anno 2023 gli investimenti privati negli Stati Uniti hanno toccato quota 67,2 miliardi di dollari, quasi nove volte l’intera somma stanziata dall'Unione Europea nello stesso settore.
Il diritto statunitense si muove ex-post, attraverso la giurisprudenza dei tribunali piuttosto che con codici scritti a tavolino. La storica sentenza Authors Guild v. Google (2015), che ha sdoganato il concetto di fair use per la digitalizzazione dei libri, funge da pilastro psicologico per le Big Tech attuali: l'addestramento dei modelli sui dati protetti da copyright è considerato lecito finché produce un valore "trasformativo". L’ordine esecutivo firmato dalla Casa Bianca nell'ottobre 2023 sulla sicurezza dell'IA non smentisce questo approccio: impone controlli stringenti solo per i sistemi che superano la soglia di calcolo di $10^{26}$ operazioni in virgola mobile (Flops), una quota che preserva l'innovazione commerciale ordinaria lasciando intatta l'egemonia delle aziende americane sul 70% del mercato globale dei modelli di linguaggio.
2. Il modello cinese: la tecnologia al servizio dell'armonia dinastica
A Pechino, il diritto non è concepito per tutelare l'individuo dal sovrano, ma per proteggere lo Stato dalle scosse telluriche della società. L'Intelligenza Artificiale è percepita dalla leadership del Partito Comunista Cinese come uno straordinario strumento di stabilizzazione sociale, ma anche come un potenziale vettore di infiltrazione ideologica occidentale. La risposta giuridica della Repubblica Popolare è stata chirurgica.
Le disposizioni sui Regolamenti di Raccomandazione Algoritmica (2022) e le successive norme sull'IA Generativa (2023) stabiliscono che i contenuti generati dalle macchine devono "riflettere i valori socialisti fondamentali" e non devono in alcun modo "sovvertire il potere statale".
Pechino ha compreso che il controllo sociale passa per il silicio: il sistema di sorveglianza interna, supportato da oltre 200 milioni di telecamere a riconoscimento facciale collegate a modelli predittivi, serve a prevenire la scomposizione del corpo sociale. Non è un caso che la Cina detenga oltre il 60% dei brevetti mondiali legati alla tecnologia di visione artificiale, un dato statistico che fotografa una precisa priorità strategica: la tenuta imperiale interna.
3. L'ambizione frustrata dell'Unione Europea: l'AI Act
In questo scenario si inserisce l’Unione Europea, un soggetto geopolitico privo di una difesa comune, privo di campioni tecnologici globali (nessuna azienda europea figura tra le prime venti al mondo per capitalizzazione nel comparto tech), ma convinto di poter esercitare un primato morale tramite il codice scritto.
L’AI Act, approvato in via definitiva dal Parlamento Europeo il 13 marzo 2024 e pienamente operativo nelle sue scadenze progressive, è il manifesto di questa illusione.
L’Unione Europea ragiona secondo la logica del cosiddetto "Effetto Bruxelles", teorizzato dalla giurista Anu Bradford: l'idea che la severità del mercato regolatorio europeo costringa i giganti stranieri ad adeguarsi ai nostri standard pur di non perdere il bacino di consumatori dell'Unione. È accaduto con il GDPR in materia di privacy, che ha generato sanzioni record — si ricordi la multa da 1,2 miliardi di euro comminata a Meta dal Garante irlandese nel maggio 2023 — ma che non ha minimamente intaccato la dipendenza strategica del Vecchio Continente dalle infrastrutture cloud d'oltreoceano.
L'AI Act introduce una classificazione dei sistemi basata sul rischio:
- rischio inaccettabile: sistemi vietati tout court, come il social scoring o lo scraping indiscriminato di immagini facciali;
- alto rischio: sistemi sottoposti a obblighi draconiani di conformità (valutazione dell'impatto sui diritti fondamentali, tracciabilità dei dati);
- sanzioni: per le violazioni più gravi sono previste multe fino a 35 milioni di euro, o fino al 7% del fatturato globale annuo dell'azienda inadempiente.
La società punita dall'idealismo normativo
È proprio in questa faglia che la divisione tra legge e società rivela la sua contraddizione più profonda. L'impianto normativo europeo è strutturato per difendere il cittadino, ma l'effetto sociologico rischia di essere diametralmente opposto. Quando la regolamentazione ex-ante è così stringente, l'innovazione autoctona viene soffocata sul nascere. Un'analisi del Center for Data Innovation rivela che il costo di conformità per una piccola e media impresa europea che intenda sviluppare un modello di IA ad alto rischio può superare i 300.000 euro solo in spese legali e procedurali.
Il risultato è plasticamente visibile nei flussi di capitale umano: i migliori scienziati ed ingegneri europei emigrano verso i laboratori di Boston, della Silicon Valley o di Shenzhen, dove la flessibilità giuridica consente la sperimentazione immediata. L'Europa protegge i diritti di cittadini che consumano tecnologie altrui, rinunciando a produrle. È la riduzione della società a una riserva indiana giuridica: protetta, ma sterile.
Inoltre, lo scontro si riverbera sulla tenuta delle istituzioni democratiche. Negli Stati Uniti, la tutela esasperata del Primo Emendamento rende complessa la rimozione dei deepfake o della disinformazione algoritmica, esponendo il corpo elettorale a campagne di destabilizzazione psicologica orchestrate da attori ostili esterni. In Europa, al contrario, i tentativi di regolamentare i contenuti online tramite il Digital Services Act (DSA) prestano il fianco ad accuse di strisciante censura di Stato, incrinando il patto di fiducia tra cittadino e istituzioni.
La "Westfalia Digitale" che non ci sarà
Le cancellerie europee si illudono che il mondo stia marciando verso una progressiva convergenza giuridica, una sorta di costituzionalismo globale dello spazio digitale. Questa lettura ignora la grammatica elementare delle relazioni internazionali. Non esisterà alcuna "Westfalia Digitale" perché non vi è un interesse condiviso nel limitare le proprie armi cognitive. Per le potenze reali, l'efficacia predittiva e l'efficienza militare dei modelli di IA sono elementi esistenziali.
Il diritto, privato della forza materiale per imporlo, decade a pura declamazione. Finché l'Europa non disporrà della sovranità industriale e infrastrutturale necessaria a sostenere le proprie leggi, l'AI Act non sarà lo scudo della società europea, ma l'atto di capitolazione della sua rilevanza geopolitica. Perché nella storia, le regole non le scrive chi le codifica su un foglio di carta, ma chi possiede la forza materiale per costringere gli altri a rispettarle.
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L'Autore
Giorgia Cremona
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