Il Green Shift e il nuovo ordine energetico: tra transizione ecologica e conflitti geopolitici

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  Alessia Bernardi
  17 giugno 2025
  7 minuti, 56 secondi

Il XXI secolo si configura come l'epoca della transizione verde. Mai prima d’ora l’umanità si è trovata di fronte a una sfida così sistemica, interconnessa e urgente come quella del cambiamento climatico. Ma più che una semplice rivoluzione tecnologica o ambientale, il cosiddetto "green shift" rappresenta una ridefinizione profonda degli equilibri globali. In un contesto di crescente multipolarismo e incertezza sistemica, la transizione ecologica diventa terreno di confronto tra interessi statali, economici, sociali e ideologici. Essa mette in discussione le fondamenta del modello di sviluppo industriale costruito negli ultimi due secoli e al tempo stesso apre a nuove possibilità di potere e influenza. Dunque, è possibile analizzare come il green shift sia un fenomeno eminentemente geopolitico: non solo come una necessità ecologica, ma come una posta in gioco strategica, capace di ridisegnare gerarchie, alleanze e conflitti. Il nuovo ordine energetico e ambientale non si impone in un vuoto: è oggetto di competizione, negoziazione e resistenza. Comprendere i vettori, i vincoli e le ambivalenze di questo processo è cruciale per cogliere la natura della transizione verde nel mondo contemporaneo.

La transizione ecologica è il processo attraverso cui le società passano da un modello economico basato sull'uso intensivo di fonti fossili a uno più sostenibile, resiliente e compatibile con i limiti planetari. Essa implica un ripensamento strutturale delle catene del valore, dei sistemi produttivi, delle infrastrutture energetiche, delle logiche di consumo e persino degli indicatori di crescita. Gli obiettivi principali sono plurimi: decarbonizzazione, con consequenziale riduzione delle emissioni di CO2, fino al raggiungimento della neutralità climatica (Net Zero), transizione verso energie rinnovabili, economia circolare, tutela della biodiversità e rigenerazione degli ecosistemi. Gli attori globali coinvolti sono molteplici, come stati, organizzazioni internazionali, imprese e società civile. Tuttavia, l'adozione degli obiettivi della transizione ecologica non è uniforme: mentre alcune nazioni li promuovono come parte di una strategia industriale, altre li percepiscono come un vincolo imposto dall'esterno. Questo squilibrio è il primo elemento geopolitico da considerare. 

Questa transizione incide direttamente sulle fonti di potere geopolitico: energia, tecnologia, risorse naturali. Il passaggio dal petrolio al litio, dal gas all'idrogeno, dalla centralizzazione alla decentralizzazione energetica sta ridefinendo l'accesso al potere globale. Le grandi potenze energetiche tradizionali, come Russia, Arabia Saudita e Iran, rischiano di perdere centralità, mentre emergono nuovi attori chiave nel campo delle materie prime critiche (terre rare, cobalto, rame, nichel). Il dominio su queste risorse sta già provocando una nuova corsa globale, con tratti simili a un neocolonialismo verde. Nel frattempo, le tecnologie verdi (pannelli solari, batterie, auto elettriche) diventano terreno di competizione industriale e strategica. La Cina, ad esempio, ha già conquistato una posizione dominante nella produzione e raffinazione di materiali strategici, mentre l'Europa tenta di garantire la propria "autonomia strategica" attraverso il Green Deal. Anche le rotte commerciali cambiano: nuovi corridoi verdi si delineano tra produttori di idrogeno e consumatori industriali, ridisegnando la logistica globale. In questo contesto, il green shift può essere letto come un nuovo "grande gioco" geopolitico, dove chi controlla l'accesso alle tecnologie e risorse verdi controlla il futuro.

Risulta evidente come, oggi, le economie emergenti si trovano al centro di una doppia pressione: da un lato, la necessità di crescere per rispondere a bisogni sociali fondamentali; dall'altro, l’urgenza di farlo in modo sostenibile. Per molti Paesi del Sud Globale, la transizione verde è vista con sospetto, se percepita come un freno allo sviluppo. Tuttavia, il green shift offre anche opportunità di leapfrogging: la possibilità di saltare fasi dello sviluppo industriale tradizionale, puntando direttamente su tecnologie pulite e innovative. Esempi significativi si trovano nell’adozione diffusa di energie rinnovabili in Paesi africani o nella crescita dell'industria solare in India. Restano molti ostacoli rilevanti. Uno dei principali ostacoli alla transizione ecologica e allo sviluppo sostenibile in molti Paesi, soprattutto in via di sviluppo o emergenti, è l’accesso limitato a capitali verdi. Con questa espressione si fa riferimento alla difficoltà nel reperire risorse finanziarie specificamente destinate a progetti ambientalmente sostenibili, come le energie rinnovabili, l’efficienza energetica o la riforestazione. Tale limitazione deriva spesso da un contesto istituzionale fragile, da mercati finanziari poco sviluppati o da una percezione di rischio elevata da parte degli investitori internazionali. A questa criticità si aggiunge frequentemente la presenza di un debito pubblico elevato, che rappresenta un ulteriore vincolo per la spesa pubblica destinata alla sostenibilità. Infatti, quando uno Stato è fortemente indebitato, gran parte delle risorse del bilancio viene destinata al servizio del debito (cioè al pagamento di interessi e rimborsi), riducendo così lo spazio fiscale per politiche ambientali o investimenti a lungo termine. Inoltre, un alto debito pubblico può compromettere la fiducia degli investitori e delle istituzioni finanziarie internazionali, rendendo ancora più difficile accedere a nuovi finanziamenti. Un altro limite strutturale è rappresentato dalla carenza di know-how tecnologico, ossia dalla mancanza di competenze, conoscenze tecniche e infrastrutture adeguate per sviluppare o adottare tecnologie sostenibili. Ciò implica che anche in presenza di risorse finanziarie, il Paese potrebbe non essere in grado di implementare soluzioni green in modo efficace e autonomo. La tecnologia è un fattore chiave per la transizione ecologica e la sua assenza rischia di mantenere questi Paesi in una posizione di svantaggio competitivo e di dipendenza dall’estero. Infine, molte economie emergenti presentano una forte dipendenza dalle esportazioni di materie prime, come petrolio, gas, carbone o metalli. Questo modello economico è spesso carbon-intensive e poco diversificato, rendendo difficile un cambio di paradigma verso un'economia più verde. Inoltre, i ricavi derivanti dalle esportazioni di risorse naturali possono creare meccanismi di lock-in: cioè, incentivano il mantenimento dello status quo perché garantiscono entrate immediate, scoraggiando investimenti in settori alternativi più sostenibili ma meno redditizi nel breve termine.

In aggiunta, va altresì considerato il possibile rischio di eco-imperialismo e le conseguenti diseguaglianze globali. Dietro la retorica della transizione verde si cela il pericolo di un nuovo tipo di imperialismo ecologico, dove i Paesi industrializzati dettano le regole della sostenibilità globale, ma scaricano su altri i costi sociali e ambientali. L’eco-imperialismo si manifesta attraverso diverse dinamiche che riflettono disuguaglianze strutturali tra Nord e Sud del mondo. Una prima espressione è l’esternalizzazione delle produzioni più inquinanti verso Paesi con standard ambientali più deboli, che diventano così i principali ricettori degli impatti negativi dell’industria globale. A questo si aggiunge l’accaparramento di terre e risorse verdi, noto anche come land grabbing, spesso finalizzato alla produzione di biocarburanti o alla costruzione di impianti per l’energia solare, a discapito delle comunità locali e dei loro diritti. Un’altra forma è rappresentata dai vincoli climatici imposti ai mercati del Sud Globale, che, se non accompagnati da adeguato supporto tecnologico e finanziario, rischiano di ostacolarne la crescita industriale e lo sviluppo economico. A tutto ciò si affianca un fenomeno di greenwashing geopolitico, in cui le potenze occidentali promuovono una narrazione ecologista per rafforzare il proprio soft power, spesso però senza coerenza tra gli impegni internazionali dichiarati e le politiche interne effettivamente adottate. Queste dinamiche rischiano di delegittimare la transizione ecologica, alimentando diffidenza e tensioni tra Nord e Sud del mondo. Per evitare che la transizione verde si trasformi in una nuova forma di egemonia globale mascherata, è fondamentale promuovere una governance climatica che sia multilaterale, inclusiva e improntata alla redistribuzione delle risorse e delle responsabilità.

Un elemento altrettanto rilevante da considerare è poi quello del ruolo crescente dei movimenti sociali, delle comunità locali e dell’opinione pubblica come forze geopolitiche. Il caso di Greta Thunberg e dei Fridays for Future dimostra come una mobilitazione dal basso possa influenzare l'agenda politica globale. Ma anche le resistenze locali a grandi progetti ecologici (come i gasdotti o le miniere di litio) mostrano che la legittimità della transizione non può essere imposta tecnocraticamente. Inoltre, l'‘opinione pubblica digitale ha reso le questioni ambientali parte del soft power internazionale: le immagini degli incendi in Amazzonia o delle alluvioni in Asia mobilitano sentimenti globali, influenzano i mercati e impongono reazioni diplomatiche. Questa dimensione "dal basso" costringe gli attori istituzionali a rispondere non solo a vincoli economici e strategici, ma anche a pressioni morali, culturali ed emozionali. In tal senso, la transizione ecologica è anche una battaglia narrativa.

Sembra anche chiaro, quindi, come il futuro della transizione verde sia giocabile su una biforcazione: cooperazione ecologica multilaterale o competizione sistemica per le risorse verdi. Le possibilità sono molteplici: il primo scenario è quello cooperativo, caratterizzato da accordi internazionali vincolanti, fondi climatici, sinergie tecnologiche e un’integrazione progressiva delle economie verdi. L’Unione Europea e alcuni Paesi latinoamericani si fanno promotori di questo modello, orientato alla condivisione di risorse e responsabilità. Il secondo scenario è invece di tipo competitivo, segnato da guerre commerciali per l’accesso a risorse strategiche come le terre rare, da un crescente protezionismo verde, dall’esclusione dei Paesi più deboli dai benefici della transizione e da crisi migratorie legate ai cambiamenti climatici. In questo contesto, Cina e Stati Uniti rischiano di adottare strategie contrapposte che alimentano tensioni globali. Infine, si delinea uno scenario ibrido, in cui la competizione è regolata e convivono forme di cooperazione su ambiti specifici con conflitti su altri fronti.

La vera sfida consisterà nell’evitare che la transizione ecologica si trasformi in un nuovo terreno di disuguaglianza, conflitto e colonialismo climatico. Per affrontarla saranno necessarie una solida visione politica, innovazione istituzionale e un nuovo contratto globale che ridefinisca i rapporti tra Nord e Sud del mondo. In definitiva, il green shift non rappresenta soltanto una sfida ambientale, ma si configura come la grande questione geopolitica del nostro tempo.


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Alessia Bernardi

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