Il legame tra il Sud Globale e la Palestina

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  Angela Sartori
  13 agosto 2025
  6 minuti, 14 secondi

In molti paesi del sud globale il supporto verso la causa palestinese si sta facendo sempre più forte. Questo è quello che emerge dalla conferenza tenutasi il 16 luglio a Bogotà, in Colombia. L’evento è stato organizzato dal gruppo dell’Aja, una coalizione formata il 31 gennaio 2025 da otto paesi membri delle Nazioni Unite: Sudafrica, Malesia, Namibia, Colombia, Bolivia, Cile, Senegal e Honduras. L'obiettivo principale del gruppo è far rispettare il diritto internazionale umanitario nella Striscia di Gaza.

I diritti fondamentali garantiti dal diritto internazionale, infatti, come l’accesso al cibo, all’acqua potabile e all’assistenza sanitaria, sono gravemente compromessi a Gaza: secondo le agenzie Onu, circa 470.000 persone stanno vivendo condizioni di fame catastrofica e l'intera popolazione è colpita da insicurezza alimentare acuta. Le Convenzioni di Ginevra vietano espressamente l’uso della fame come strumento di guerra contro la popolazione civile.

Per questo, portando come prove quanto emesso dalla Corte Internazionale di Giustizia, dalle risoluzioni dell’Onu e dai mandati di arresto verso alcuni leader israeliani, il gruppo dell’Aja ha denunciato le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, evidenziando l'apparente impotenza delle istituzioni internazionali.

La conferenza di metà luglio non ha fatto altro che consolidare questa posizione. L’evento, presieduto da Colombia e Sudafrica, ha visto la partecipazione dei rappresentanti di 32 paesi.

Al termine, sono state prese alcune misure che mirano a diminuire l’influenza di Israele. Queste includono lo stop alla vendita di armamenti e la chiusura dei porti ai trasporti bellici diretti verso lo stato israeliano. Si cercherà inoltre di rivalutare i contratti pubblici per evitare che i fondi statali possano, in modo diretto o indiretto, andare a finanziare Tel Aviv. Gli stati si impegneranno anche a perseguire iniziative giudiziarie, sia a livello nazionale che internazionale, per condannare crimini di guerra.

Tra i paesi europei, solo Spagna e Irlanda hanno partecipato alla conferenza. Questa assenza ha sollevato interrogativi sul motivo per cui l'Europa si astenga dalla difesa dei diritti umani, come sottolineato da Victor de Currea-Lugo, consigliere per la Palestina del presidente colombiano, e da Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati.

È importante notare che alla conferenza erano presenti anche paesi accusati a loro volta di violazioni contro i diritti umani, come Cina, Cuba e Turchia.

Tuttavia, c’è il timore che queste misure siano state prese solamente per schierarsi contro Israele, senza davvero avere un interesse per porre fine al conflitto.

Le ragioni del sostegno alla causa palestinese

Il supporto alla Palestina non è una novità: durante la guerra fredda, molti paesi del sud globale, parte del movimento dei paesi non allineati (quegli stati che hanno preferito rimanere neutri tra Stati Uniti e Unione Sovietica), si erano già espressi a favore della Palestina dopo la fondazione dello stato di Israele. Questo sostegno è continuato nel tempo.

Fin da prima del 7 ottobre 2023, la maggior parte dei paesi sudamericani pendevano più verso la causa palestinese rispetto a quella israeliana. L’esacerbazione del conflitto non ha fatto altro che confermare questa tendenza.

Tra il 2009 e il 2011, numerosi paesi, tra cui Brasile, Bolivia, Ecuador e Cile, hanno formalizzato il riconoscimento dello stato palestinese. Uno dei fattori che ha contribuito a questo sostegno è il fatto che molti stati sudamericani vedono nella condizione della Palestina una somiglianza con le loro esperienze coloniali. Il sostegno è anche un modo per affermare l'autonomia dalle politiche degli Stati Uniti, storicamente un alleato di Israele.

Molti paesi tendono a supportare il popolo palestinese anche per una questione religiosa: è il caso degli stati del sud-est asiatico di predominanza musulmana, come Indonesia, Malesia e Brunei, che non hanno mai intrattenuto relazioni diplomatiche con Israele. L’Indonesia, per esempio, ha continuato a mandare aiuti umanitari a Gaza e il 7 agosto 2025 ha dichiarato che avrebbe ospitato 2000 palestinesi feriti in uno dei suoi ospedali.

In Africa invece la situazione rimane più sfaccettata: alcuni paesi, come Kenya, Togo e Benin, hanno condannato l'attacco di Hamas definendola un’organizzazione terrorista, mentre altri, come il Marocco, sostenitori della causa palestinese, mantengono comunque legami pragmatici con Israele.

Il Sudafrica invece ha paragonato il trattamento dei palestinesi di Gaza alle politiche dell’apartheid. A dicembre del 2024, ha presentato una causa alla Corte Internazionale di Giustizia per dimostrare che le azioni di Israele potrebbero essere definite un genocidio. Oltre al Sudafrica, tra gli altri paesi dei BRICS il sentimento non è unanime.

L’India, che sotto il governo di Narendra Modi ha visto un aumento delle tensioni religiose nei confronti della minoranza musulmana, ha storicamente sostenuto la causa palestinese, ma negli ultimi anni ha rafforzato i legami con Israele. Con il proseguimento del conflitto, però, la sua posizione si è fatta più neutra: per esempio durante la votazione Onu del 12 dicembre 2023 si è espressa in favore di una tregua. 

La Russia inizialmente ha avuto un rapporto ambivalente, influenzato anche dalla presenza di una vasta diaspora russofona nello stato ebraico. Tuttavia, con l’attacco di Hamas e il sostegno occidentale a Israele, che nel 2022 si era schierato contro l’invasione dell’Ucraina, la Russia si è avvicinata di più alla causa palestinese, rafforzando i rapporti con gli attori regionali che la sostengono, come l’Iran. 

La Cina, invece, con il protrarsi del conflitto, sta cercando di posizionarsi come mediatore, una mossa vista anche come un modo per contrastare l'influenza statunitense. Il Brasile, che ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel 2010, ha sostenuto la causa palestinese criticando le azioni di Israele.

Prospettive e limiti

È rilevante però notare che, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha adottato una risoluzione che riconosce la Palestina come idonea a ottenere lo status di membro a pieno titolo dell’Onu, 143 stati hanno votato a favore, 9 contrari e 25, tra cui l’Italia e altri paesi dell’UE, astenuti. Di conseguenza, la mancata presa di posizione di molti paesi occidentali durante questi ultimi anni ha sollevato diverse critiche tra gli altri stati, che hanno accusato l’Occidente di applicare un doppio standard rispetto a quanto accaduto per l’invasione russa dell’Ucraina, subito condannata dai paesi europei.

Negli ultimi mesi, un numero crescente di paesi UE ha riconosciuto o ha annunciato l'intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina, come ha dichiarato la Francia.

Tuttavia, pur avendo un forte valore simbolico, le misure adottate dal Gruppo dell’Aja sono considerate insufficienti per contrastare le azioni di Israele, anche a causa della limitata rilevanza geopolitica dei paesi promotori.

Nel complesso, la situazione a Gaza rimane drammatica, esasperata dal blocco dei rifornimenti di cibo e medicine voluto da Israele lo scorso marzo e, come annunciato da Benjamin Netanyahu l'8 agosto 2025, dal piano di occupare completamente la città di Gaza. 

Se l’attenzione della comunità internazionale continua a concentrarsi unicamente sulle dinamiche geopolitiche, si corre il rischio che i diritti umani della popolazioni coinvolte vengano strumentalizzati, invece di rappresentare un elemento centrale delle azioni diplomatiche.

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L'Autore

Angela Sartori

Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.

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