Da più di tre settimane un gruppo di richiedenti asilo è bloccato nella “zona cuscinetto” controllata dalle Nazioni Unite tra la Repubblica Turca di Cipro del Nord, occupata dalla Turchia nel 1974 e non riconosciuta a livello internazionale, e Cipro Sud, il cui governo si rifiuta categoricamente di lasciare entrare qualsiasi persona che abbia intenzione di richiedere lo status di rifugiato. Le condizioni in cui si trovano questi profughi si stanno aggravando e questo può portare ad una crisi umanitaria.
Il contesto
Le persone bloccate in questa zona chiamata “linea verde” sono 31, di cui 13 provenienti dalla Siria, e gli altri da paesi come Afghanistan, Iran, Camerun e Somalia; circa la metà sono donne con bambini. Essi non sono concentrati in un unico punto, ma si trovano in tutta la zona cuscinetto, lunga 180km. Sono partiti dal Libano e sono arrivati nella parte settentrionale di Cipro, da cui si incamminati per raggiungere quella meridionale, con la speranza di essere accolti dall’Unione Europea. La situazione è diventata tesa quando il governo di Cipro ha deciso di non permettere alle persone prive di documenti di varcare il confine e richiedere asilo, bloccando di fatto queste persone al confine. Se i migranti ritornassero a Cipro Nord, rischierebbero la deportazione: lo stato non ha nessuna istituzione nel suo territorio che si occupa dei richiedenti asilo e viene considerato un crimine oltrepassare il confine in modo irregolare. Inoltre, Cipro Nord si rifiuta di seguire le normative delle Nazioni Unite: dato che nessun stato dell’Onu, a parte la Turchia, non lo riconosce a livello internazionale, non ritiene di avere l’obbligo di dover seguire le indicazioni delle Nazioni Unite.
L’UNHCR, l’agenzia Onu per i rifugiati, sta fornendo assistenza nella zona della linea verde, ma non ha la competenza di procedere con le richieste di asilo. Inoltre, la situazione dei profughi si sta facendo sempre più complessa, anche a causa dell’innalzamento delle temperature dovuto all’arrivo della stagione estiva. Sono state fornite tende e prodotti alimentari, ma le condizioni igieniche sono scarse e il caldo, che supera i 40°, mette ulteriormente a rischio la salute dei migranti. Le forze di pace dell’Onu stanziate nell’isola (UNFICYP) hanno chiesto a Cipro di offrire asilo ai rifugiati. Anche la Commissione europea si è espressa al riguardo, affermando che, secondo la legislazione europea, ogni persona ha diritto di richiedere ad uno stato membro protezione internazionale, anche se si trova al confine o in una zona di transito. Il governo cipriota però continua a rifiutare. Il presidente Nikos Christodoulides ha dichiarato che si stanno portando aiuti umanitari nella “buffer zone”, ma che non c’è nessuna intenzione di lasciare passare le persone in quanto non si vuole creare un precedente che potrebbe portare ad una nuova rotta migratoria. Inoltre, ha aggiunto che i migranti potrebbero chiedere asilo in Turchia. Tuttavia, sebbene la Turchia venga considerata dall’UE un paese sicuro, negli anni sono state documentate molte violazioni dei diritti umani nei confronti dei richiedenti asilo.
La rotta migratoria di Cipro e le politiche UE
La decisione ferrea del presidente Christodoulides è dovuta dai ai precedenti flussi migratori nell’isola: da qualche mese, infatti, a Cipro si è installato un governo di centro-destra, che sta cercando di bloccare le rotte migratorie che coinvolgono il paese. L’isola, grazie alla sua posizione strategica vicina al Libano e alla Turchia, è uno dei maggiori paesi di accoglienza dell’UE. Negli ultimi anni, i migranti che sono arrivati a Cipro Sud sono aumentati sempre di più. Nel 2019, tra i paesi europei Cipro è stato il paese che ha accolto più migranti rispetto alla sua popolazione. Solo nel 2024 sono arrivate 2140 persone, circa lo 0,2% della popolazione (in Italia, invece, i 16 mila che sono arrivati a partire da quest’anno compongono lo 0,03%). Per questo, dall’aprile del 2024 il governo ha deciso di sospendere le richieste d’asilo dei profughi che arrivano dalla Siria. Ciò vuol dire che le persone sono ospitate in due campi di accoglienza in cui ricevono un alloggio, del cibo, con la possibilità di uscire in modo limitato. Se scelgono di andarsene perdono qualsiasi tipo di aiuto. I richiedenti asilo sono circa il 7% della popolazione e il paese ha la maggior quota pro capite di rifugiati di tutti gli stati europei.
Il governo ha chiesto più di una volta all’UE di intervenire e al Libano di cercare di fermare le partenze. In risposta la presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen, all’inizio di maggio, ha annunciato a Beirut che l’UE avrebbe offerto al Libano un pacchetto di aiuti di un miliardo di euro, per il controllo della rotta migratoria che arriva dalla Siria e, in pratica, per fermare le partenze verso Cipro e l’UE. Questo rientra nelle politiche di esternalizzazione delle migrazioni che l’UE sta continuando ad adottare come soluzione della gestione dei flussi migratori. Come in questo caso, si tratta di accordi con stati terzi che si occuperanno di limitare l’arrivo dei profughi ai confini con l’Europa. Questi stati devono però essere considerati sicuri dall’Unione Europea. Ciò significa che il paese deve dimostrare che non ci sia pericolo di persecuzioni, né situazioni di conflitto e di avere un sistema democratico. Tuttavia spesso sono scelte che dipendono da strategie politiche e non da una reale valutazione: non sempre i paesi considerati sicuri rispettano i diritti dei migranti, che diventano vittime di violenze e di abusi. Per esempio, il presidente cipriota ha più volte chiesto all’Unione Europea di riconoscere come paese sicuro alcune regioni della Siria in cui il conflitto si è attenuato, anche se nel paese continua ad imperversare la guerra civile. I siriani sono costretti a cercare rifugio altrove: la via per il Libano per raggiungere Cipro e l’UE è tra le più veloci, anche se il governo dell’isola si sta rivelando sempre più intransigente.
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L'Autore
Angela Sartori
Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.
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