La recente emissione di un mandato di arresto internazionale da parte della Corte Penale Internazionale (CPI) nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Yoav Gallant è stata battuta da gran parte delle testate internazionali, sollevando dubbi sul funzionamento della giustizia internazionale e sulle reali possiblità che Netanyahu o Gallant vengano arrestati in uno degli stati firmatari dello Statuto di Roma. Il mandato è sicuramente una dimostrazione di forza di un sistema che cerca di affermare i principi di giustizia e responsabilità per presunti crimini di guerra e gravissime violazioni di diritti umani, ma che allo stesso tempo deve fare i conti con la realtà dell’attuale scenario politico internazionale, che rischia di indebolire la sua rilevanza giuridica.
La contestazione di Israele, senza riconoscere la giurisdizione della Corte
Come è ben noto, Israele non è membro della CPI e non ha ratificato lo Statuto di Roma, il trattato fondatore della Corte. Per questo, le autorità israeliane sostengono che la CPI non abbia giurisdizione sul Paese. Pur non riconoscendone l’autorità, lo stato di Israele ha deciso di contestare il mandato presentando ricorsi legali contro la decisione della Corte, preferendo contestare formalmente il mandato e cercare di delegittimarlo piuttosto che ignorarlo, rischiando quindi di lasciare la narrazione e le decisioni unilateralmente nelle mani della Corte.
Contestando il mandato, Israele sta inviando anche un messaggio politico che evidenzia quelle che lui ritiene falle nel sistema della CPI, accusandola di essere politicizzata, di antisemitismo, e di applicare i suoi standard in modo selettivo. Tuttavia, il fatto che il premier istraeliano senta la necessità di rispondere formalmente alle accuse potrebbe anche essere visto come un riconoscimento (implicito) dell’importanza della CPI e del suo ruolo nel mantentere vivo ed influenzare fortemente il dibattito globale sui diritti umani e sulla sua responsabilità.
Oltre alla giurisidizione, un altro punto molto discusso è la probabilità che l’arresto venga effettivamente compiuto; un anno fa lo stesso dubbio era stato sollevato a seguito del mandato di arresto internazionale emesso nei confronti di Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, commissaria per i diritti dei bambini in Russia, accusati di deportazione illegale di bambini dall’Ucraina. Nonostante il mandato di arresto, il presidente russo ha viaggiato in Paesi che come la Mongolia, il Kirghizistan e la Cina, Paesi che non riconoscono l'autorità della CPI e che non erano intenzionati a collaborare per l’arresto. Questo dà già una idea della potenziale incapacità di far rispettare il mandato di arresto di Netanyahu a livello globale, e mette in evidenza come leader potenti possono evitare conseguenze concrete, sfruttando alleanze strategiche e il sostegno di Stati che non sostengono o criticano la Corte.
Le reazioni all’arresto: politica e geopolitica
Il mandato limitato della CPI, la mancanza di law enforcement, le contestazioni e i precedenti con Putin hanno indebolito la credibilità dei mandati di arresto. Tuttavia, anche le dichiarazioni di leader di stati che dovrebbero sostenere la CPI stanno indebolendo la portata del mandato di arresto per Netanyahu.
Nei giorni scorsi, il primo ministro ungherese Viktor Orbán è stato tra i più vocali oppositori del mandato. Orbán ha definito la decisione della CPI “un attacco al cuore della sovranità israeliana”, sottolineando come essa rappresenti, a suo avviso, un’interferenza ingiustificata negli affari interni di uno Stato sovrano. Orbán ha inoltre dichiarato che Netanyahu è ufficialmente invitato e potrà viaggiare liberamente in Ungheria, promettendo che garantirà personalmente che nessun tentativo di arresto venga compiuto nel territorio ungherese.
Questo tipo di narrazione è pericoloso perché può incoraggiare altri Stati, non solo quelli già scettici verso la Corte, a rifiutare apertamente i suoi mandati, e rafforza la narrativa di una giustizia internazionale politicizzata, e che rappresenta solamente un’interferenza ingiustificata negli affari interni degli Stati.
In Italia, le reazioni ufficiali non sono state così drastiche come quelle di Orbán, ma hanno comunque sollevato dubbi sull’approccio della CPI. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito la sentenza “sbagliata” ma ha riconosciuto che, in quanto firmatario dello Statuto di Roma, l’Italia sarebbe legalmente obbligata ad arrestare Netanyahu e Gallant nel caso in cui entrassero nel Paese. Dall’altro lato, il vicepremier Matteo Salvini ha adottato un approccio molto più critico, definendo Netanyahu “benvenuto in Italia” e accusando la CPI di essere influenzata da pressioni di Paesi islamici. Giorgia Meloni ha commentato in maniera più moderata dicendo che approfondirà nei prossimi giorni la natura del mandato, affermando che la CPI non dovrebbe emettere mandati di tipo politico, ma di tipo giuridico.
Affermare che la decisione contro Netanyahu sia politica indebolisce la legalità di accuse molto gravi di violazione del diritto internazionale: “crimini di guerra, uso della fame come metodo di guerra, omicidio, persecuzione e altri atti inumani”, oltre a “dirigere intenzionalmente un attacco contro la popolazione civile”.
La giustizia internazionale non è mai stata facile da raggiungere e l’obiettivo principale della CPI è proprio quello di operare laddove gli Stati falliscono nel rispettare i diritti umani. Sostenere il mandato non significa solo riconoscere l’importanza di perseguire i crimini di guerra, ma anche affermare l’integrità della giustizia internazionale, ciò che la Corte cerca di perseguire.
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L'Autore
Veronica Grazzi
Veronica Grazzi è originaria di un piccolo paese vicino a Trento, Trentino Alto-Adige ed è nata il 10 dicembre 1999.
Si è laureata in scienze internazionali e diplomatiche all’università di Bologna, ed è durante questo periodo che si è appassionata al mondo della scrittura grazie ad un tirocinio presso la testata giornalistica Il Post di Milano. Si è poi iscritta ad una Laurea Magistrale in inglese in Studi Europei ed Internazionali presso la scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.
Grazie al Progetto Erasmus+ ha vissuto sei mesi in Estonia, dove ha focalizzato i suoi studi sulla relazione tra diritti umani e tecnologia. Si è poi spostata in Ungheria per svolgere un tirocinio presso l’ambasciata d’Italia a Budapest nell’ambito del bando MAECI-CRUI, dove si è appassionata ulteriormente alla politica europea ed alle politiche di confine.
Veronica si trova ora a Vienna, dove sta svolgendo un tirocinio presso l’Agenzia specializzata ONU per lo Sviluppo Industriale Sostenibile. È in questo contesto che ha sviluppato il suo interesse per l’area di aiuti umanitari e diritti umani, prendendo poi parte a varie opportunità di formazione nell’ambito.
In Mondo Internazionale Post, Veronica è un'Autrice per l’area tematica di Diritti Umani.
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