Esistono confini che non compaiono sulle carte geografiche. Non separano territori, non richiedono eserciti, non prevedono posti di blocco. Attraversano la vita delle persone attraverso un atto amministrativo: il riconoscimento della loro esistenza. Chi possiede un’identità legale può dimostrare chi è. Chi ne è privo rischia di scoprire che nascere in uno Stato non significa necessariamente appartenervi. La cittadinanza, prima di essere una questione sentimentale, è un rapporto giuridico. E ogni rapporto giuridico presuppone qualcuno disposto a riconoscerlo.
Secondo i dati 2025 del programma Identification for Development (ID4D) della Banca Mondiale, circa 800 milioni di persone non dispongono di un documento ufficiale d’identità. Almeno 2,8 miliardi non hanno accesso a un’identità digitale riconosciuta dallo Stato che consenta loro di effettuare transazioni online. Sono grandezze differenti, che non devono essere sommate: la seconda riguarda la possibilità di identificarsi digitalmente, non necessariamente l’assenza di documenti tradizionali. Entrambe raccontano tuttavia la stessa frattura: l’espansione delle capacità amministrative procede a velocità diseguali.
La questione comincia alla nascita. Il rapporto UNICEF The Right Start in Life, pubblicato nel dicembre 2024, stima che 150 milioni di bambini sotto i cinque anni non siano stati registrati. Altri 55 milioni risultano registrati, ma non possiedono un certificato che lo dimostri. Complessivamente, oltre 200 milioni di bambini non dispongono dunque di quel documento fondamentale. La percentuale mondiale di registrazione è passata dal 75% del 2019 al 77% del 2024. Un progresso reale, ma insufficiente a cancellare le distanze territoriali.
Nell’Africa subsahariana soltanto il 51% dei bambini sotto i cinque anni risulta registrato. Significa circa 90 milioni di minori non registrati alla nascita. Le differenze interne sono altrettanto eloquenti: nell’Africa meridionale la copertura raggiunge l’88%, mentre in quella orientale e centrale si ferma al 41%. Non esiste quindi un generico problema africano. Esistono apparati pubblici con risorse, priorità e capacità differenti. La geografia dell’identità segue quella delle infrastrutture, della sicurezza e della presenza effettiva dello Stato.
Si tende a immaginare la burocrazia come un ingombro. Ma per chi vive lontano dagli uffici pubblici, la sua assenza può essere più gravosa della sua presenza. Registrare una nascita richiede strutture sanitarie, personale, collegamenti, procedure accessibili e continuità amministrativa. Distanze, costi indiretti e discriminazioni possono rendere irraggiungibile un diritto formalmente garantito. Il risultato non coincide automaticamente con l’impossibilità di frequentare una scuola o ricevere cure, ma aumenta gli ostacoli nel dimostrare età, parentela, residenza e titolarità delle prestazioni.
Qui emerge una distinzione decisiva. Essere privi di un certificato di nascita non equivale a essere apolidi. L’apolidia riguarda chi non è considerato cittadino da alcuno Stato secondo la relativa legislazione. L’assenza di registrazione può accrescere il rischio di apolidia, senza determinarla necessariamente. Confondere le due condizioni significa oscurare meccanismi giuridici diversi: da un lato la prova dell’identità, dall’altro il riconoscimento della nazionalità. Entrambi, però, mostrano quanto la protezione individuale dipenda dalle istituzioni.
Secondo l’UNHCR, alla fine del 2025 erano censite almeno 4,5 milioni di persone apolidi nel mondo. La cifra è una soglia documentata, non una misurazione esaustiva: numerosi Paesi non trasmettono dati completi. Fra le popolazioni maggiormente colpite figurano i Rohingya, distribuiti soprattutto tra Myanmar e Bangladesh, che costituivano circa 1,8 milioni delle persone apolidi censite. La loro vicenda dimostra che l’esclusione non nasce soltanto dalla debolezza amministrativa. Può essere prodotta da norme sulla cittadinanza e decisioni politiche.
Non basta dunque costruire un’anagrafe efficiente. Occorre domandarsi chi possa entrarvi, secondo quali condizioni e con quali possibilità di ricorso. Uno Stato può raccogliere informazioni capillari sulla popolazione e continuare a negare a determinati gruppi il pieno riconoscimento giuridico. La tecnologia rende più rapido registrare e verificare; non decide, da sola, quali criteri siano giusti. Un sistema digitalizzato può ridurre frodi ed errori, ma anche consolidare esclusioni preesistenti quando dati inesatti o requisiti discriminatori diventano difficili da contestare.
La posta in gioco supera la tutela individuale. Un’amministrazione incapace di conoscere la propria popolazione fatica a programmare scuole, vaccinazioni, infrastrutture e trasferimenti sociali. Senza registrazioni affidabili, anche le statistiche pubbliche diventano meno rappresentative. Per gli Stati, rendere visibili gli abitanti significa rafforzare capacità fiscale, pianificazione e legittimità. Per i cittadini, significa poter esigere servizi e responsabilità. Lo stesso registro che permette allo Stato di governare dovrebbe consentire alla società di chiedergli conto delle proprie decisioni.
Il diritto internazionale riconosce questa centralità da tempo. L’articolo 6 della Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce il diritto di ogni individuo al riconoscimento della propria personalità giuridica. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, attraverso l’obiettivo 16.9, mira a garantire a tutti un’identità giuridica, compresa la registrazione delle nascite. La scadenza del 2030 si avvicina, ma la distanza tra proclamazione e attuazione resta ampia. Scrivere un diritto nelle convenzioni non significa renderlo esercitabile nei villaggi periferici, nei campi profughi o nelle regioni attraversate dai conflitti.
Esistono comunque segnali che impediscono il fatalismo. Secondo UNICEF, nell’Africa occidentale la registrazione dei bambini ha raggiunto il 63%, grazie ai miglioramenti accumulati nell’arco di quindici anni. Integrare le registrazioni nei servizi sanitari, eliminare i costi e avvicinare gli sportelli alle comunità può produrre risultati. Ma la sostenibilità richiede bilanci pubblici, funzionari formati e procedure di correzione. L’identità non deve dipendere esclusivamente da una piattaforma elettronica, né trasformarsi in un privilegio di chi possiede connessione, competenze digitali e documenti pregressi.
Per questo il problema non si risolve contrapponendo carta e tecnologia. La vera alternativa è tra istituzioni capaci di includere e istituzioni che classificano senza proteggere. La prima condizione è garantire registrazioni accessibili e gratuite; la seconda, permettere rettifiche e ricorsi indipendenti; la terza, impedire che informazioni personali siano utilizzate per discriminare. L’identità digitale può essere uno strumento prezioso, purché non diventi l’unica porta di accesso a diritti che appartengono alla persona prima ancora del database.
Un rischio ulteriore riguarda la distribuzione del potere tra amministrazioni e imprese tecnologiche. Quando l’identificazione diventa davvero indispensabile per ottenere sussidi, aprire un conto o accedere a un servizio, gli errori non restano confinati negli archivi: producono conseguenze materiali. Un dato anagrafico sbagliato può trasformarsi in un’esclusione ripetuta da sistemi diversi. Per evitarlo occorrono controlli pubblici, tutela della riservatezza e canali alternativi di identificazione. La modernizzazione delle procedure non dovrebbe restringere le possibilità di essere riconosciuti, bensì ampliarle concretamente, soprattutto per chi vive ai margini delle istituzioni.
Il paradosso del nostro tempo è questo: mentre gli Stati discutono di intelligenza artificiale, sorveglianza e controllo delle frontiere, milioni di esseri umani non dispongono ancora degli strumenti elementari per dimostrare la propria esistenza amministrativa. Non sono persone inesistenti. Sono persone che le istituzioni vedono poco, male o selettivamente. E nella distanza fra essere vivi ed essere riconosciuti si misura una parte essenziale del potere contemporaneo: quello di stabilire chi appartiene alla comunità politica e chi resta davanti alla sua porta.
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L'Autore
Giorgia Cremona
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