A cura del dott. Pierpaolo Piras
L’analisi geopolitica richiede fortemente la conoscenza dettagliata della storia in quanto nessun conflitto, nessuna alleanza e nessuna rivalità nasce davvero dal nulla.
La geopolitica, infatti, non si limita a osservare ciò che accade oggi semplicemente analizzando la carta geografica; cerca piuttosto di comprendere perché determinati protagonisti politici si muovano in un certo modo, quali obiettivi inseguano e quali paure, ambizioni o memorie orientino e possano avere condizionato le loro decisioni.
In questo senso, la storia non è un semplice sfondo del presente, ma bensì la sua struttura profonda.
Essa è la dimensione più congrua che rende maggiormente intelligibili i comportamenti degli Stati, dei popoli e delle élite di governo. Senza la conoscenza del passato, il presente internazionale apparirebbe come un mosaico caotico di eventi scollegati; con il passato, invece, essa rivela una logica importante, talvolta drammatica, ma quasi sempre leggibile anch’essa.
La storia spiega l’origine dei confini degli Stati.
I confini non sono semplici linee naturali governate dalla geografia e immutabili nel tempo, ma il risultato di guerre, trattati, aspre conquiste, spartizioni e ardui compromessi diplomatici, maturati pure nel tempo.
Molte tensioni contemporanee dipendono proprio dal fatto che tali confini sono spesso percepiti come ingiusti, artificiali o imposti dall’esterno.
Per capire le motivazioni per le quali una specifica regione sia contesa, perché un popolo rivendichi la sua autonomia o perché uno Stato consideri un territorio “suo” anche se oggi non lo controlla neanche un po’, occorre ricostruire il processo storico attraverso il quale quello spazio è stato definito in quel determinato modo.
Ogni carta geopolitica, in fondo, è anche una carta storica: dietro ogni frontiera si nascondono complesse vicende legate al potere, memorie di appartenenza e talvolta profonde ferite mai rimarginate.
In secondo luogo, la storia è indispensabile perché la geopolitica ha a che fare con identità collettive, memorie nazionali e importanti rappresentazioni del passato.
I popoli non agiscono soltanto in base a specifici interessi economici o militari immediati; essi si muovono anche sulla base di racconti condivisi, miti fondativi, traumi storici, vittorie celebrate e sconfitte mai dimenticate.
La memoria storica alimenta la percezione di sé e dell’altro: definisce chi viene considerato alleato, rivale, oppressore oppure come una minaccia.
Per questo motivo, l’analista geopolitico deve saper leggere non solo dati e mappe, ma anche simboli, commemorazioni, narrazioni pubbliche e riferimenti storici ricorrenti nei discorsi politici.
Quando una classe dirigente richiama un’antica grandezza, una guerra subita o una missione nazionale incompiuta, non sta semplicemente evocando il passato: sta mobilitando in essenza il consenso verso il presente e orientando strategie per il futuro.
Un esempio eloquente è offerto dai Balcani, area nella quale la storia pesa in modo quasi tangibile sul presente.
In questa regione, imperi sovrapposti, appartenenze religiose differenti, migrazioni, guerre ottocentesche e novecentesche, dissoluzioni statali e memorie traumatiche hanno prodotto una straordinaria complessità geopolitica.
Comprendere i Balcani significa capire che le tensioni etniche e territoriali non possono essere interpretate solo come problemi dell’oggi: esse affondano le radici nella lunga durata storica, nella fine degli imperi, nelle guerre mondiali, nella Jugoslavia socialista e nella sua disgregazione. Senza conoscere e tenere conto di questa complessa profondità temporale, il forte rischio è quello di confondere per irrazionale ciò che, invece, è storicamente sedimentato in maniera chiara.
Lo stesso vale per il Medio Oriente, dove molti confini contemporanei derivano da passate decisioni coloniali e da remoti accordi stipulati nel pieno delle rivalità imperiali, oltre che da confini definiti unicamente con la squadretta...!
La configurazione politica di vari Stati della ampia area dei Balcani non può essere compresa senza considerare la fine dell’Impero ottomano, la penetrazione europea, la nascita dei nazionalismi arabi, il peso delle identità religiose e il problema irrisolto della sovrapposizione tra mappe politiche e comunità storiche.
Chi analizzi il presente mediorientale ignorando questo retroterra storico rischia di fermarsi ai sintomi senza coglierne le cause profonde.
Anche il conflitto in Ucraina mostra con evidenza quanto la storia sia centrale nell’interpretazione geopolitica.
Le questioni legate all’identità nazionale, all’eredità dell’Impero zarista, al passato sovietico, alla memoria della Seconda guerra mondiale e al rapporto tra Russia ed Europa non sono elementi accessori, ma fattori decisivi per comprendere il significato strategico e simbolico di quel conflitto.
Le guerre non si combattono solo per il controllo del territorio, ma anche per il controllo del racconto storico: chi era prima, chi appartiene a cosa, chi ha tradito, chi ha liberato, chi ha subito.
La geopolitica, dunque, deve necessariamente interrogare la storia perché spesso il potere si esercita anche attraverso l’interpretazione del passato.
C’è poi un’altra ragione decisiva: la storia consente di distinguere ciò che cambia da ciò che permane.
L’analisi geopolitica seria non si lascia sedurre soltanto dall’attualità, dall’evento improvviso o dalla notizia del momento; cerca invece le continuità profonde, le strutture di lunga durata, i nodi che ritornano sotto forme diverse.
Vie commerciali, accessi al mare, strettoie strategiche, zone cuscinetto, rivalità per le risorse, insicurezze di frontiera: molti problemi apparentemente nuovi sono, in realtà, trasformazioni di questioni antiche.
La storia offre proprio questa capacità di vedere il tempo lungo e di collocare l’episodio nel processo, l’urgenza nella durata, il fatto nella sua genealogia.
Per questo si può affermare che la storia, per la geopolitica, non sia un complemento, ma una condizione essenziale.
La geografia indica dove si esercita il potere; la storia spiega perché quel potere assuma proprio quella forma, in quel luogo e in quel momento. Senza conoscenza storica, la geopolitica diventa una descrizione superficiale dello spazio; con la conoscenza storica, invece, si trasforma in uno strumento interpretativo capace di cogliere la profondità dei fenomeni internazionali.
In altre parole, chi vuole comprendere davvero il mondo non può limitarsi a guardare la mappa: deve imparare a leggere il tempo che l’ha disegnata.
Ed è proprio in questa alleanza tra spazio e memoria, tra territorio e durata, che nasce la vera intelligenza geopolitica.
“Rarus enim ferme sensus communis in illa fortuna.”
“Raro infatti il buon senso accompagna il potere.”
Questa massima di Tacito richiama l’idea che il potere politico non possa essere compreso in modo superficiale: va interpretato nelle sue dinamiche profonde, storiche, strategiche e spesso anche quelle contraddittorie.
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