A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
La guerra in Ucraina e la flebile fiducia nella protezione degli Stati Uniti hanno spinto l'UE ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Ma qualsiasi iniziativa di difesa congiunta deve essere fondata su un inevitabile intesa politica unitaria. Sei decenni dopo che Bob Dylan pubblicò il suo classico folk di “peace and love” i politici stanno infrangendo sempre più spesso tabù di vecchia data sulla difesa europea.
A marzo scorso, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha proposto ciò che, negli ultimi 70 anni, sembrava impensabile: un piano per il riarmo dell'Europa. Tuttavia, affrontare la questione alla vecchia maniera, con ogni paese che espande le proprie forze armate nazionali, sarebbe inefficiente, producendo capacità duplicate e scollegate in tutto il continente. Ancora più importante, la storia di conflitti del XX secolo in Europa mette severamente in guardia contro questa possibilità: permettere agli Stati membri dell'UE di riarmarsi in modo indipendente, senza coordinamento o una direzione chiara, rappresenta un grave rischio per la coesione europea, soprattutto considerando l'ascesa dei partiti di più acuto radicalismo politico, la pericolosa retorica ultranazionalista e il preoccupante regresso democratico in alcune parti del continente. Pertanto, sebbene la difesa rimanga una competenza nazionale profondamente legata alla sovranità, qualsiasi iniziativa a livello europeo seguirà a dover dipendere dal successo dell'integrazione.
L'articolo 42.2 del Trattato sull'Unione Europea prevede esplicitamente la "definizione progressiva di una politica di difesa comune dell'Unione", affermando che essa "porterà a una difesa comune allorché il Consiglio europeo, deliberando all'unanimità, avrà così deciso".
Pertanto, i trattati dell'UE non solo consentono una politica di difesa europea a pieno titolo, ma la prevedono. Ma qualsiasi sviluppo di questo tipo deve essere fondato su un discorso politico coeso.
Integrazione, non frammentazione
L'integrazione della difesa era sul tavolo fin dall'inizio del progetto europeo. Nel 1950, poco dopo la presentazione della Dichiarazione Schuman da parte del ministro degli Esteri francese Robert Schuman, il Piano Pleven delineava una visione per una difesa europea comune. Successivamente, in seguito alla creazione della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) nel 1951, i suoi Stati membri negoziarono un trattato per la creazione di una Comunità Europea di Difesa (CED).
Due erano le ragioni per creare la CED: in primo luogo, impedire il ritorno della guerra nel continente europeo; in secondo luogo, contrastare la crescente ostilità sovietica.
Mentre la seconda ragione è oggi rilevante quanto lo era nei primi anni della Guerra Fredda, la prima nega l'affermazione che l'integrazione europea sia un progetto pacifista.
I padri fondatori dell'Europa erano espliciti nel sostenere che la pace può essere garantita solo attraverso una difesa comune, il che li portò a perseguire la CED fin dall'inizio.
Questo è anche il motivo per cui, quando il progetto della CED fallì, Jean Monnet espresse la sua profonda delusione dimettendosi dalla carica di presidente dell'Alta Autorità della CECA.
Ora von der Leyen sta ricalcando Monnet e altri padri fondatori dell'UE, affermando che l'Europa può raggiungere "la pace attraverso la forza". Solo mettendo in comune le risorse militari gli Stati membri dell'UE possono creare una vera deterrenza contro le minacce esterne e, come affermò Schuman , rendere i conflitti all'interno dell'Unione "non solo impensabili, ma materialmente impossibili".
Per l'UE, tuttavia, questo non è il momento di far risorgere la CED dalle ceneri. Per evitare di ripetere gli errori del passato, deve invece creare solide istituzioni comuni che inquadrino l’attuale " Zeitenwende" (punto di svolta) e sostenga innanzitutto qualsiasi aumento della spesa militare unitamente all'unità politica.
Unità politica europea
Oltre alla posizione dei padri fondatori dell'UE su una politica di difesa comune, essi sostenevano anche la necessità di integrare la cooperazione militare con l'integrazione politica.
Se la CED avesse avuto successo, avrebbe dovuto essere affiancata da una Comunità Politica Europea (CPE) sovranazionale, una precedente evoluzione dell'omonima iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron.
Mentre quest'ultima è poco più di un forum di dialogo, la CPE degli anni '50 mirava a forgiare una posizione europea condivisa su questioni di importanza geopolitica strategica. Ora, mentre la guerra in Ucraina spinge l'UE ad affrontare le sue crescenti responsabilità in materia di difesa, necessita di un quadro politico altrettanto solido per essere all'altezza delle sue ambizioni militari.
Un riarmo senza un'adeguata governance rischia di minare i valori che intende difendere: pace, democrazia e stato di diritto. Di conseguenza, l'UE deve garantire che le armi non cadano nelle mani sbagliate e che gli Stati membri non possano usarle l'uno contro l'altro. Non vi è dubbio che tali armi servano solo a sostenere gli ideali europei, e non a minacciarli o indebolirli. Per questo, il riarmo deve andare di pari passo con la coesione politica.
Cosa può fare l'UE?
L'attuale contesto di sicurezza, fragile e per certi versi instabile, dimostra chiaramente che la Politica di Sicurezza e Difesa Comune dell'UE, con la sua ambizione limitata e la sua natura intergovernativa, non è ancora sufficientemente adatta a tale scopo. Di certo non fornisce il cemento politico necessario a sostenere il rafforzamento concreto della forza militare europea.
E, sebbene gli attuali sforzi per rafforzare il settore della difesa europeo stiano andando nella giusta direzione, l'UE deve oltrepassare la semplice creazione di un margine di bilancio per il riarmo degli Stati membri o l'incentivazione dell'approvvigionamento congiunto di equipaggiamento militare e il sostegno all'industria europea della difesa. Deve sviluppare un quadro comune che allinei gli sforzi degli Stati membri, garantisca la responsabilità e garantisca che la politica di difesa sia al servizio di obiettivi europei condivisi.
Il fatto è che l'UE ha urgente bisogno di un ombrello politico e di un percorso giuridico capace di collegare efficientemente i suoi Stati membri mentre intensificano lo sviluppo a pieno del loro arsenale militare. Poiché la periodica ambivalenza del presidente statunitense Donald Trump nei confronti della NATO mette a repentaglio la coesione dell'alleanza, è essenziale che i legami tra i membri dell'UE diventino più stretti di prima. Non si tratta, tuttavia, di sostituire la NATO, ma di rafforzarne alquanto il pilastro europeo.
Garantire legami politici
Alcuni Stati membri dell'UE potrebbero non essere disposti a condividere il loro potere difensivo, soprattutto considerando che la difesa e la sicurezza sono settori così delicati. Se non si riesce a raggiungere un consenso tra tutti i 27 membri, ad esempio a causa delle opinioni divergenti dell'Ungheria sulla guerra in Ucraina o su come l'UE dovrebbe affrontare i rapporti con potenze straniere come la Russia, allora l'UE può provare a fare progressi con 26 membri. Potrebbe anche raggiungere questo obiettivo attraverso un'altra "coalizione dei volenterosi".
Meccanismi come la Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), la Cooperazione Rafforzata o un potenziale trattato supplementare potrebbero fornire un quadro stabile per un'ulteriore integrazione.
Ciò consentirebbe una più stretta collaborazione tra un sottoinsieme di Stati membri dell'UE disposti a fare il possibile e a promuovere una maggiore unità all'interno del blocco, in particolare in materia di politica estera e di sicurezza.
Si profila il classico dibattito/dilemma tra “armi e burro”.
Ma questo passaggio potrebbe risultare essenzialmente errato e fuorviante: in realtà, l'Europa dovrebbe chiedersi se può giustificare il possesso di più armi senza creare un legame politico più forte tra coloro che le detengono.
Legami politici così forti potrebbero sembrare un miraggio irraggiungibile, ma sono giuridicamente fattibili e necessari affinché l'Europa abbia successo nell'attuale contesto geopolitico conflittuale.
È solo una questione di volontà politica: gli europei dovrebbero aspettarsi che i loro leader siano all'altezza della situazione perché, come afferma la Dichiarazione Schuman, "la pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionali ai pericoli che la minacciano".
Questo dovrebbe andare oltre quanto esistente a livello NATO o UE: un tale legame deve tener conto non solo della solidarietà e della difesa reciproca, ma anche promuovere una prospettiva comune sull'uso della potenza militare da parte dell'Europa.
Proprio come non può esserci nessuna tassazione senza rappresentanza statale, non dovrebbe esserci nessuna militarizzazione senza integrazione tra gli Stati.
“UNUSQUISQU ABUNDAT IN SUO SENSU”
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