A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e Componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Tutte le grandi potenze hanno una percezione di sé profondamente radicata e modellata dalla propria esperienza storica, dalla geografia, dalla cultura, dalle credenze e talvolta anche dai miti. Ad esempio, molti cinesi oggi aspirano a recuperare la grandezza di un tempo in cui governavano incontrastati all'apice della loro civiltà, prima di ciò che loro chiamano il “secolo dell'umiliazione" straniera. I russi sono nostalgici dei giorni del comunismo sovietico, quando erano l'altra superpotenza e governavano dalla Polonia sino a Vladivostok dell’oceano Pacifico.
Henry Kissinger una volta osservò che i leader iraniani dovevano scegliere se volevano essere "una nazione o una causa", ma grandi potenze e aspiranti grandi potenze spesso si considerano fieramente entrambi. La loro percezione di sé modella la loro definizione dell'interesse nazionale, di ciò che costituisce una vera sicurezza e delle azioni e delle risorse necessarie per raggiungerla. Spesso, sono queste percezioni di sé che guidano le nazioni, gli imperi e le città-stato in avanti. E a volte alla loro rovina. Gran parte del dramma del XX secolo è stato il risultato ottenuto da grandi potenze le cui aspirazioni avevano di gran lunga superato le loro capacità.
Gli americani hanno il problema opposto
La loro capacità di potere globale supera la loro percezione del proprio posto e ruolo nel mondo. Anche se hanno sperimentato da vincitori le sfide del nazismo e dell'imperialismo giapponese, del comunismo sovietico e del terrorismo islamico radicale, non hanno mai considerato questo attivismo globale come normale. Persino nell'era di Internet, dei droni e dei missili a lungo raggio e di un'economia globalizzata, ovvero interdipendente, molti americani mantengono la psicologia di un popolo che vive separato in un vasto continente, intatto dalle turbolenze del mondo.
Gli americani non sono mai stati completamente isolazionisti. Tuttavia, in tempi di emergenza come questi, possono essere persuasi a sostenere sforzi straordinari in luoghi lontani. Ma considerandoli pur sempre come risposte eccezionali a circostanze altrettanto eccezionali. Non si considerano il principale difensore di un certo tipo di ordine mondiale né hanno mai abbracciato pienamente questo ruolo ritenendolo come "indispensabile".
Di conseguenza, gli americani hanno spesso giocato male la loro parte. La loro visione continentale del mondo ha prodotto un secolo di oscillazioni talvolta contraddittorie: indifferenza seguita da panico, mobilitazione e intervento seguiti da ritirata e ridimensionamento.
Il fatto che gli americani si riferisca al coinvolgimento militare relativamente a basso costo in Afghanistan e Iraq come "guerre per sempre" è solo l'ultimo esempio della loro intolleranza per l'attività disordinata e senza fine di preservare una pace generale e agire per prevenire le minacce. In entrambi i casi, gli americani mantenevano un piede fuori dalla porta già dal momento in cui entravano, il che ostacolava la loro capacità di ottenere il controllo di situazioni difficili.
Questo approccio, ancora una volta, ha confuso e fuorviato sia gli alleati che gli avversari, spesso al punto da stimolare conflitti che avrebbero potuto essere facilmente evitati tramite una chiara e costante esercizio del potere e dell'influenza americana al servizio di un ordine mondiale pacifico, stabile e liberale.
Il XX secolo è stato disseminato di carcasse di leader e governi stranieri che giudicarono male gli Stati Uniti, dalla Germania (due volte) e dal Giappone all'Unione Sovietica fino alla Serbia all'Iraq.
Se il XXI secolo non deve seguire lo stesso schema - la cosa più pericolosa, nella competizione con la Cina - allora gli americani dovranno evitare di cercare le uscite e accettare il ruolo che il destino e il loro potere hanno deciso su di loro.
…di due mentalità
La preferenza degli americani per l’esercizio di un ruolo internazionale limitato è la risultante della loro storia, esperienza e dei miti che si raccontano anche mediaticamente da soli. Altre grandi potenze aspirano a riconquistare le glorie del passato.
Gli americani hanno sempre desiderato riconquistare ciò che immaginano come l'innocenza e l'ambizione limitata della giovinezza della loro nazione.
Nei primi decenni della loro esistenza della nuova repubblica, gli americani hanno lottato solo per sopravvivere come una repubblica, ma debole e costretta ad agire in un mondo dominato da orgogliose monarchie travisate da superpotenze.
Hanno trascorso il XIX secolo nell'egoismo e nell'auto-assorbimento, conquistando il continente nordamericano e lottando per la sconfitta della schiavitù.
All'inizio del XX secolo, gli Stati Uniti erano diventati il paese più ricco e potenzialmente più potente del mondo, ma senza assumere alcun impegno o responsabilità, tanto meno all’estero.
Ma poi il mondo è cambiato, e gli americani si sono trovati repentinamente al centro di esso. Il vecchio ordine sostenuto dal Regno Unito e reso possibile da una tenue pace in Europa è crollato con l'arrivo di nuove potenze.
La svolta radicale della geopolitica
Nel XX secolo, l'ascesa della Germania ha distrutto il precario equilibrio in Europa, e i governi europei si sono dimostrati incapaci di ripristinarlo. La contemporanea ascesa del Giappone e degli Stati Uniti ha posto fine a più di un secolo di egemonia navale britannica su tutti i mari.
Insomma, una nuova geopolitica globale ha sostituito in pieno quello che era stato e confinato ad essere un ordine dominato fondamentalmente dai principali stati europei. E in questa rivoluzionaria configurazione di potere, molto diversa da quella del passato, gli Stati Uniti sono stati storicamente sfilati in una nuova posizione di fronte al mondo. Con la differenza strategica che attualmente sia diventata una potenza sia dell’oceano Pacifico che una potenza atlantica.
Il tutto con una limitazione: tra vicini deboli a nord e a sud e vasti oceani disposti geograficamente ad est e ad ovest, gli USA potevano inviare la maggior parte delle proprie forze armate a combattere in teatri via via più lontani per periodi prolungati mentre la propria patria rimaneva senza alcuna minaccia seria da affrontare.
Gli USA potevano permettersi solo di finanziare non solo i propri sforzi bellici, ma anche quelli dei suoi alleati, aumentando la capacità industriale per produrre navi, aerei, carri armati e altro materiale per armarsi e fungendo anche da arsenale per tutti gli altri.
Solo così avrebbe potuto realizzare tutto questo obiettivo senza per ciò fallire gli obiettivi prefissati diventando più ricco e dominante verso ogni crisi, compresi quelli di natura bellica.
Gli Stati Uniti erano diventati il "perno" al quale si è rivolto il resto del mondo o, secondo le parole del presidente Theodore Roosevelt, configurandosi come "l'equilibrio di potere del mondo intero".
Il mondo non aveva mai conosciuto un potere così vasto e potente. Non c'era un linguaggio adatto per descriverlo o una teoria adatta per spiegarlo.
Era un impero del tutto sui generis. L'emergere di questo insolito grande potere portò anche a qualche confusione ed errate valutazioni.
Le nazioni che avevano trascorso secoli a valutare i rapporti di potere vigenti nelle loro regioni furono lente ad apprezzare l'impatto di questo lontano “deus ex machina”, che, dopo lunghi periodi di indifferenza, poteva improvvisamente comparire e trasformare l'equilibrio internazionale di potere. Persino gli americani hanno avuto difficoltà a rendersene conto e adattarsi ad esso.
La ricchezza e la relativa invulnerabilità che rendevano gli USA in grado di combattere i grandi conflitti e di far rispettare la pace in Europa, Asia e Medio Oriente contemporaneamente li facevano anche mettere in discussione la necessità, la desiderabilità e persino la moralità di volerlo fare.
I quesiti ancora senza una risposta
Con gli Stati Uniti fondamentalmente sicuri e autosufficienti, perché mai avrebbero dovuto essere coinvolti in conflitti a migliaia di miglia dalle proprie coste? E che diritto ne avevano?
La necessità di una politica intesa a creare e preservare un ordine mondiale liberale fu enunciata apertis verbis per la prima volta dai presidenti USA, Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson, nel corso della prima guerra mondiale. Con il Regno Unito e le altre potenze europee che non erano più in grado di preservare l'ordine internazionale, essi sostenevano e, d’altra parte come il primo conflitto mondiale dimostrò compiutamente, spettava agli Stati Uniti creare e difendere un nuovo ordine mondiale liberale.
Questo era lo scopo della "World League for the Peace of Righteousness", proposta da Roosevelt all'inizio della guerra, e della Società delle Nazioni, come anche Wilson alla fine ha sostenuto dopo di essa: creare un nuovo ordine pacifico con il potere americano posto al centro.
Wilson era convinto che questo obiettivo costituisse l'unica alternativa possibile alla ripresa del conflitto e della rovina e caos che aveva devastato l'Europa.
Se gli americani fossero tornati invece ai loro scopi provinciali ristretti, ed egoistici, la pace sarebbe crollata, l'Europa si sarebbe divisa nuovamente in fazioni ostili una contro l’altra con il mondo sceso un’altra volta in conflitto trascinando gli USA in un ulteriore conflitto aperto.
Gli Stati Uniti avevano volontà e interesse a mantenere un'Europa pacifica e prevalentemente liberale, un'Asia pacifica e oceani aperti e sicuri sui quali gli americani e le loro merci potessero viaggiare in sicurezza. Ma un mondo del genere non poteva essere costruito se non intorno al potere americano. In questo stato di cose, gli Stati Uniti erano obbligatoriamente interessati ad affermare e tutelare un costante ordine mondiale.
La capacità degli americani di esercitare un potere globale supera davvero la loro percezione del loro posto e ruolo nel mondo?
A Washington, tali argomentazioni incontrarono una forte dialettica. Da un lato, per gli Stati Uniti preoccuparsi dell'ordine mondiale è stato come violare i principi fondamentali originari che ne hanno fatto una nazione non tradizionale e amante della pace in un mondo perennemente in guerra. Anche gli oppositori dell'intervento americano nella seconda guerra mondiale erano preoccupati tanto per le conseguenze di un’eventuale vittoria delle potenze dittatoriali quanto per gli immani costi dell'eventuale intervento. Insomma, non volevano che il loro paese si subordinasse agli interessi degli imperi europei, ma non volevano nemmeno sostituirli in qualità di potenza mondiale dominante.
Il problema principale e incertezza era che gli Stati Uniti avrebbero in qualche modo rischiato di perdere la loro anima originaria e virtuosa. L'attacco giapponese a Pearl Harbor tagliò corto su questo dibattito, ma lo lasciò instabile. Per cui allorquando alla conclusione del conflitto, si aspettavano semplicemente di tornare a casa e di chiudere le faccende internazionali.
Quando gli Stati Uniti finirono per dominare il mondo a seguito della seconda guerra mondiale, gli americani soffrirono di una sorta di dissonanza cognitiva: durante la guerra fredda, assunsero responsabilità globali inaudite, dispiegando numerose truppe in teatri lontani centinaia di migliaia e combattendo in contemporanea due guerre, in Corea e in Vietnam, che a conti fatti risultarono 15 volte più costose in termini di vittime, come lo sarebbero state le guerre in Afghanistan e Iraq.
Hanno promosso un regime internazionale di libero scambio che a volte ha arricchito gli altri più di loro. Sono intervenuti economicamente, politicamente, diplomaticamente e militarmente in ogni angolo del mondo. E che ne fossero consapevoli o meno, creavano un ordine mondiale di segno liberale, un ambiente internazionale relativamente pacifico che a sua volta rendeva possibile un'esplosione di prosperità globale e una diffusione storicamente senza precedenti del governo democratico.
Questo era l'obiettivo consapevole che Roosevelt coltivava nel corso della seconda guerra mondiale e dei suoi successori nell'amministrazione Truman. Credevano che un ordine mondiale basato su principi politici ed economici liberali fosse l'unico antidoto all'anarchia degli anni '30. Per realizzarlo, gli USA dovevano essere presenti nel mondo per plasmarlo attivamente, dissuadendo alcuni poteri e rafforzandone altri.
Quando è servito hanno dovuto creare "situazioni di forza" in situazioni critiche, diffondendo stabilità, prosperità e democrazia, specialmente nelle principali regioni industriali del mondo in Europa e Asia.
In definitiva, gli Stati Uniti dovevano essere, come si diceva, la locomotiva a capo dell'umanità e trascinare il mondo insieme ad essi.