Il Sud che volta le spalle a Trump

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  Giovanni Ferrazza
  21 febbraio 2026
  7 minuti, 51 secondi

“C’era una terra di cavalieri e campi di cotone chiamata “il Vecchio Sud”. Una civiltà soffiata via col vento”. Così nel 1939 il regista Victor Fleming decideva di aprire un film, “Via col vento”, tanto iconico, quanto criticato.

Una frase, quella, che giocava su un significato romantico, quasi mitologico del Sud degli Stati Uniti prima che la Guerra Civile spazzasse via quel modo di vivere che aveva concesso, ad alcune famiglie, ingenti guadagni e splendide proprietà in Revival Greco dalla Florida all’Arkansas. In realtà, il cosiddetto “Antebellum South” poneva le sue fondamenta su un’economia agraria e schiavista, la quale, durante l’Ottocento aveva progressivamente perso terreno non solo in virtù della tolleranza sempre meno concessa nei riguardi della schiavitù, ma anche perché risultava fortemente obsoleta e strutturalmente arretrata rispetto all’industrializzato Nord.

Da allora, il concetto di “Lost Cause”, cioè l’interpretazione revisionista che eroicizza e presenta il Vecchio Sud come una civiltà superiore e utopica impegnata in una nobile causa, è stato molto in auge nel Sud-americano. Un mito che è stato ulteriormente infuocato da opere come “Via col Vento”. La delusione per la Guerra Civile e la perdita di alcuni status hanno prodotto nel corso degli anni un forte risentimento dei cittadini del Sud nei confronti della politica centrale di Washington. Questa acredine ha portato l’elettorato del Sud a votare in modo massiccio per il Partito Democratico per quasi un secolo (il cosiddetto "Solid South"), vedendo in esso il maggiore difensore degli interessi regionali e della segregazione, per poi passare, a partire dagli anni '60 e '70, a votare in larghissima parte per il Partito Repubblicano, che aveva intercettato il risentimento conservatore contro le politiche liberali e federali di Washington. Dopo la fine delle leggi segregazioniste, firmate da Lyndon Johnson nel 1964, il colpo di grazia allo strapotere democratico nel Sud lo diede Nixon con la sua “Southern strategy”, la tattica elettorale (successivamente ripresa e perfezionata da Ronald Reagan) che si poneva l'obiettivo di aumentare il consenso tra i bianchi della regione facendo leva, anche in modo allusivo, a temi identitari e risentimenti razziali.

Da 50 anni a questa parte, quindi, Dixieland ha rappresentato una roccaforte repubblicana, sia per ciò che riguarda le elezioni presidenziali, sia per quelle statali. Una direzione, questa, che si è fatta progressivamente più forte dal 2000, culminata con la doppia elezione di Donald Trump nel 2016 e nel 2020. Trump, infatti, è riuscito a intercettare il crescente risentimento della classe lavoratrice bianca, le ansie economiche legate alla globalizzazione e la sensazione di abbandono culturale di grandi settori demografici nel Sud rurale e industriale, consolidando il territorio in un monolitico blocco elettorale. Sotto la superficie, però, oggi qualcosa sembra muoversi.

In vista delle elezioni di metà mandato, durante le quali gli statunitensi saranno chiamati alle urne per decidere chi siederà nelle aule del Congresso, l'amministrazione Trump arriva compatta ma in forte calo di consensi. Nonostante le elezioni nazionali del 2024 abbiano assicurato il controllo del Congresso al GOP, oggi la situazione per il partito sembra essere più complicata. I dati evidenziano che, sebbene gli elettori di Trump che continuano ad approvare in modo schiacciante la sua presidenza siano ancora numerosi, le proiezioni generali mostrano come l'insoddisfazione nei confronti del Presidente sia in crescita e diffusa anche negli Stati che lo hanno votato nel 2024 [1].

In particolare, l’elemento elettorale che più risalta in questi ultimi mesi proviene dalle elezioni speciali (o suppletive), cioè quelle tenute prima della scadenza naturale del mandato per motivi inattesi come le dimissioni o la morte del titolare dell’incarico. Più nello specifico, diversi Stati del Sud che hanno rappresentato per anni il laboratorio del consenso repubblicano presentano fratture che minano lo strapotere rosso nella Sun Belt.

In Virginia, uno degli Stati meridionali più a Nord, il partito repubblicano ha governato 28 anni nel corso degli ultimi 30 anni. In maggioranza, tra il 2020 e il 2021, la legislatura democratica aveva abolito la pena di morte e l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale per i minorenni. Riforme di giustizia, queste, che evidentemente non erano state gradite dagli elettori della Virginia, i quali nel 2022 si erano affrettati a riportare un conservatore dal pugno di ferro, Glenn Youngkin, alla carica di governatore. Nel novembre del 2025, però, dopo solo 11 mesi di presidenza Trump, in Virginia sono tornati a trionfare i democratici, espandendo la loro maggioranza alla camera con 13 nuovi posti e una nuova governatrice, Abigail Spanberger, che pone al centro della sua agenda l’accessibilità ai beni e ai servizi di prima necessità.

Anche se l’aumento, negli ultimi anni, di fiducia nei confronti del Partito Democratico in Virginia è indicativo di come lo Stato reagisca alla figura di Donald Trump, bisogna passare all'estremo opposto del Sud statunitense per osservare un risultato meno impattante ma sicuramente più sorprendente. La frase “Thank God for Mississippi” è spesso usata dagli abitanti dei più disparati Stati americani per evidenziare che, nonostante tutti i problemi del proprio luogo di residenza, c’è sempre chi fa peggio. Il Mississippi è, infatti, uno degli stati più poveri e meno sviluppati degli Stati Uniti, uno di quelli che finisce sempre sul podio nelle classifiche più negative (peggior sistema sanitario, numero più alto di violenza da arma da fuoco, maggiore mortalità infantile, ecc…). Oltre a questo, il “Magnolia State” è anche uno dei più conservatori e tradizionalmente legati alla cultura del Sud e alla destra americana. Da circa 50 anni, infatti, il Mississippi è uno dei pochi stati che ha sempre votato il Partito Repubblicano. Nel novembre del 2025, tuttavia, i democratici dello Stato sono riusciti a rompere la super maggioranza repubblicana al Senato, conquistando la vittoria con due candidati afroamericani. Inoltre, i blu hanno capovolto un posto alla camera bassa, portando un altro afroamericano a sostituire una poltrona repubblicana. Queste vittorie assumono un carattere storico dato che il Partito Repubblicano ha avuto la maggioranza al Parlamento statale per ben 13 anni, e la super maggioranza, ora abbattuta, per sei. Anche se il dato appare legato alla mobilitazione dell’elettorato urbano, questi risultati in uno degli Stati più repubblicani d’America potrebbero rappresentare un'inversione di rotta del vento politico, e hanno dato grande fiducia alla dirigenza del Partito Democratico rispetto al Sud. In Alabama, un altro bastione conservatore, i democratici si dicono ottimisti in vista delle midterms [2]. In Louisiana, distretto in cui, nel 2024, il GOP ha vinto di 13 punti, è stato perso nel 2025 e riconfermato a guida democratica questo febbraio con un margine di 24 punti. Un'avvenimento simile si è verificato in Kentucky, dove, a fine 2025, Gary Clemons, ha confermato il momentum democratico vincendo un importante posto al Senato dello Stato con un margine di 47 punti di scarto rispetto al suo rivale repubblicano. Secondo il DNC, la vittoria di Clemons ha sancito la 227esima su 255 elezioni in cui il Partito ha vinto o sovraperformato alle elezioni tenutesi nel corso del 2025. [3] L'ottimismo democratico è ulteriormente rafforzato anche da alcuni falsi successi repubblicani. In Tennessee, ad esempio, il repubblicano Matt Van Epps ha vinto un'elezione in un distretto solidamente conservatore che storicamente si aggira su uno scarto favorevole di venti punti. Lo ha fatto, però, con un vantaggio di soli 9 punti sul suo avversario democratico, evitando una vera e propria disfatta per il partito di governo ma dando una chiara idea dell’incubo elettorale che stanno attraversando i MAGA.

L’ennesima batosta politica per il GOP dall’insediamento di Trump arriva dal Texas. All’inizio di febbraio, infatti, il distretto numero 9 del Senato è stato vinto dal democratico Taylor Rehmet, sindacalista e meccanico, che sarà il primo rappresentante democratico del distretto dal 1983. Questa vittoria, oltre che impressionante nei numeri, è particolarmente preoccupante per i repubblicani. Il distretto 9, infatti, è più grande della media dei distretti elettorali usati per le elezioni del Congresso. Oltre ad ospitare un milione di persone, è sede di importanti appaltatori della difesa ed è da tempo un epicentro del nazionalismo cristiano. Questo successo potrebbe proiettare il Partito Democratico verso una vittoria texana al Senato federale quest’anno, un’eventualità che cambierebbe molte delle carte in gioco in uno Stato importantissimo che non elegge un governatore democratico dal 1990.

I democratici, dunque, sembrano ottenere risultati elettorali migliori rispetto al 2017, infatti, alle midterms del 2018 avevano riconquistato la Camera dei Rappresentanti al Congresso. Ciò non significa, tuttavia, che la vittoria alle prossime elezioni di metà mandato sia garantita. La storia, però, dimostra che il partito del presidente perde molto spesso seggi alle elezioni di medio termine e Trump sembra attualmente trovarsi in un momento particolarmente critico.

La stagione delle elezioni suppletive sta fungendo da monito per il Partito Repubblicano, il cui compito più difficile adesso sarà quello di arginare l’erosione di consensi nei territori d’America che gli assicuravano il maggior numero di consensi. Se il mito del “Vecchio Sud”, immortalato da Via col vento, raccontava di una civiltà soffiata via dalla storia, oggi potrebbe essere l’assetto politico repubblicano a trovarsi esposto alle correnti del cambiamento in atto. Niente è eterno quando il vento comincia a cambiare.

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Giovanni Ferrazza

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America del Nord

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