Il suicidio assistito di Libera, per la prima volta tramite il comando oculare

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  Emma Zurru
  30 marzo 2026
  3 minuti, 36 secondi

Lo scorso 25 marzo, in Toscana, Libera (nome di fantasia scelto a tutela della privacy), una donna di 55 anni affetta da sclerosi multipla, ha volontariamente posto fine alla propria vita tramite suicidio assistito dopo quasi due anni dall’approvazione, da parte dell’USL della regione, dell’accesso alla procedura.

La donna viveva dal 2007 con la sclerosi multipla, una malattia autoimmune cronica, infiammatoria e neurodegenerativa che colpisce il sistema nervoso centrale (quindi cervello, midollo spinale e nervi ottici): nel suo caso, la malattia ha avuto un decorso molto rapido, che l’ha portata ad uno stato di tetraparesi spastica che comprometteva in modo definitivo tutti e quattro gli arti.

Nel 2024 aveva fatto richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito, una procedura che in Italia è regolata dalla sentenza della Corte Costituzionale 242/2019, la cosiddetta “sentenza Cappato/Antoniani” e che richiede la presenza di quattro requisiti per potervi accedere: la persona deve essere pienamente capace di intendere e volere, deve avere una patologia irreversibile che la rende portatrice di gravi sofferenze fisiche o psichiche, e deve sopravvivere grazie a trattamenti di sostegno vitale.

La stessa sentenza 242/2019 stabilisce che il suicidio assistito può avvenire solo tramite autosomministrazione, da parte della persona che lo richiede, del farmaco letale. Qui la differenza con l’eutanasia, che prevederebbe la somministrazione del farmaco da parte di un medico autorizzato, nei casi in cui la persona non fosse nelle condizioni fisiche di procedere autonomamente alla somministrazione: in Italia questa non è permessa, perché rientrerebbe nella fattispecie di reato configurato all’art. 579 del Codice penale come omicidio del consenziente, punito con la reclusione da 6 a 15 anni.

La situazione clinica di “Libera”, una paralisi completa che colpiva tutti gli arti, le impediva proprio l’autosomministrazione, costringendola a iniziare un lungo e sofferto percorso legale: all’inizio l’USL Toscana aveva rifiutato la richiesta, ma “Libera” era riuscita ad ottenere il via libera dopo una serie di pressioni legali e richieste di riesame del proprio caso; tuttavia, l’azienda sanitaria sosteneva di non poter espletare la fase “pratica”, rimettendo a carico della donna sia l’acquisto del farmaco sia l’individuazione di una strumentazione utile all’autosomministrazione, vista l’impossibilità fisica: secondo l’USL, non esisteva macchinario che permettesse a “Libera” l’autosomministrazione.

Facendo appello al diritto di autodeterminarsi, “Libera” nel 2025 aveva chiesto che il Tribunale di Firenze le permettesse di accedere all’eutanasia, quindi con l’ausilio attivo di un medico nella pratica di fine vita, ma la richiesta era stata respinta. Solo a novembre dell’anno scorso, grazie anche al coinvolgimento dell’Associazione Luca Coscioni, la questione è giunta alla Corte Costituzionale, che ha indicato la necessità di verificare l’esistenza di strumenti idonei a garantire comunque l’autosomministrazione. Si è così arrivati ad incaricare il Consiglio Nazionale delle Ricerche di progettare uno strumento adatto a permettere l’autosomministrazione.

Il CNR è riuscito così a costruire e testare appositamente per lei un macchinario che tramite l’attività oculare della persona regola una pompa infusionale, con cui viene rilasciato il farmaco: attraverso eye tracking, una tecnologia capace di seguire i movimenti oculari, mercoledì scorso “Libera” ha potuto interagire con un’interfaccia e premere, virtualmente, il pulsante per avviare l’infusione endovenosa ed esercitare finalmente il diritto ad autodeterminare la propria morte in modo dignitoso, anche se così difficile da realizzare concretamente. È la prima volta che in Italia viene utilizzato uno strumento di questo tipo.

La storia di “Libera” ci ricorda, come lei stessa aveva sottolineato, che permettere l’accesso al suicidio assistito senza tenere in considerazione i suoi limiti, soprattutto per le persone fisicamente impossibilitate all’autosomministrazione del farmaco a causa della stessa malattia che le ha portate a richiederlo, significa rendere alquanto difficile l’esercizio di un diritto.

Ha lasciato queste parole: «Spero, con tutta me stessa, che nessuno debba più aspettare due anni per poter esercitare un diritto che gli appartiene già. Nessuno dovrebbe essere costretto a lottare così a lungo per ciò che dovrebbe essere garantito».

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Emma Zurru

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Società

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Suicidio assistito Eutanasia