Il terrorismo nel Sahel e la crisi della sicurezza internazionale

La pressione jihadista tra Sahel e Nigeria rivela la capacità della minaccia di rafforzarsi proprio mentre il controterrorismo perde centralità, coesione e capacità di contenimento.

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  Valentina Cannito
  18 aprile 2026
  5 minuti, 36 secondi

L’attacco del 9 aprile contro una base militare a Benisheikh, nello Stato nigeriano di Borno, in cui è stato ucciso il brigadier general Oseni Omoh Braimah insieme ad altri soldati, ha riportato l’attenzione su una realtà che troppo spesso resta ai margini del dibattito internazionale: la minaccia jihadista in Africa occidentale non è rientrata. Al contrario, continua a colpire, a riorganizzarsi e a sfruttare le fragilità politiche e securitarie della regione. L’episodio nigeriano non rappresenta quindi un fatto isolato, ma il segno di una pressione più ampia che attraversa il Sahel e mette alla prova la tenuta degli Stati, delle frontiere e delle strategie di controterrorismo. Più che il ritorno di una minaccia dimenticata, ciò che il Sahel e la Nigeria mostrano è la capacità del jihadismo di rafforzarsi proprio mentre la risposta internazionale al terrorismo perde centralità e coesione.

In questa prospettiva, la Nigeria non rappresenta un caso autonomo, ma una delle espressioni più evidenti della stessa instabilità regionale che attraversa il Sahel. Il Council on Foreign Relations (CFR), nel suo aggiornamento del 18 febbraio 2026, definisce la violenza estremista nel Sahel una minaccia persistente e crescente, capace di aggravare la crisi umanitaria e di diffondere instabilità ben oltre la regione. Ancora più significativo è che il CFR colleghi questa dinamica al progressivo collasso del sostegno internazionale al controterrorismo e all’indebolimento della leadership regionale, due fattori che hanno contribuito ad aprire ulteriori spazi di espansione per gli attori jihadisti.

Il Sahel, dunque, non appare più come una periferia della sicurezza internazionale, ma come uno degli spazi in cui le sue trasformazioni risultano più evidenti. Secondo il Global Terrorism Index 2026, pubblicato a marzo dall’Institute for Economics and Peace, l’Africa subsahariana resta la regione più colpita dal terrorismo e il Sahel continua a occupare una posizione centrale nella geografia della violenza jihadista contemporanea. Lo stesso rapporto segnala che nel 2025 i quattro gruppi terroristici più letali sono stati Islamic State, Tehrik e Taliban Pakistan, al Shabaab e JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani). Questo dato è importante perché conferma che la minaccia saheliana non è solo diffusa, ma è anche organizzata intorno a gruppi capaci di adattarsi e mantenere una rilevanza transnazionale.

La pressione jihadista, inoltre, non si manifesta solo attraverso attacchi contro forze armate o civili, ma anche tramite una crescente regionalizzazione della violenza. Gli scontri tra JNIM, affiliato ad al-Qaeda, e Islamic State in the Sahel Province si sono estesi per la prima volta anche al Niger, dopo essere rimasti concentrati soprattutto in Mali e Burkina Faso. Questa espansione riflette, di conseguenza, l’indebolimento del controllo statale e le difficoltà di coordinamento securitario tra Niger e Nigeria. Il dato è particolarmente rilevante perché mostra come lo jihadismo nel Sahel non sia un fenomeno statico, ma una dinamica segnata da competizione tra gruppi, mobilità e capacità di sfruttare spazi regionali fluidi.

Per capire perché questa dinamica si consolidi, però, non basta guardare ai singoli attacchi. Il punto è che il Sahel offre ai gruppi jihadisti un contesto in cui la violenza riesce più facilmente a radicarsi, adattarsi e durare nel tempo. Non si tratta solo di ideologia, ma del fatto che in ampie porzioni della regione l’autorità dello Stato resta debole, la sicurezza è discontinua e gli spazi lasciati scoperti vengono occupati da attori armati e reti criminali. In questo senso, lo jihadismo saheliano prospera soprattutto là dove la fragilità politica e quella socioeconomica si sovrappongono, trasformando l’insicurezza in una condizione strutturale piuttosto che in una semplice emergenza.

La Nigeria rappresenta bene questa dinamica, perché mostra quanto sia ormai difficile separare il piano interno da quello regionale. L’attacco di Benisheikh conferma che il nord-est del Paese rimane un fronte aperto, ma suggerisce anche qualcosa di più ampio: la violenza che colpisce la Nigeria non può più essere letta come un fenomeno esclusivamente nazionale. Boko Haram e Islamic State West Africa Province continuano ad agire in un ambiente sempre più connesso allo spazio saheliano, dove frontiere porose, pressioni esterne e circolazione di gruppi armati rendono la minaccia più mobile e meno contenibile. Più che la semplice persistenza di singole organizzazioni, ciò che emerge è la formazione di uno spazio regionale della violenza, nel quale gli attori jihadisti si adattano, si spostano e ridefiniscono continuamente i propri margini d’azione.

Tutto questo impone una riflessione più ampia sulla sicurezza internazionale. Per anni, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, il terrorismo ha occupato una posizione centrale nell’agenda globale. Oggi, invece, l’attenzione internazionale si concentra su altri fronti di crisi. Il caso saheliano mostra però che il ridimensionamento della centralità politica del terrorismo non coincide con una sua effettiva regressione. Al contrario, proprio nei contesti in cui la risposta esterna si ritrae e quella locale resta fragile, gli attori jihadisti trovano nuovi margini di espansione. In questo senso, il Sahel riflette bene una fase post Global War on Terror in cui la minaccia perde visibilità nel dibattito pubblico, ma continua ad adattarsi e a riorganizzarsi.

Il Sahel, tuttavia, non costituisce una crisi esclusivamente regionale. La fragilità che attraversa quest’area non si esaurisce infatti entro i suoi confini immediati, ma produce effetti che si proiettano su un piano più ampio e interrogano direttamente la sicurezza internazionale. Non perché esista un rapporto automatico tra violenza saheliana e minaccia diretta sul suolo europeo, ma perché l’indebolimento delle strutture statali, la persistenza dell’insicurezza e la capacità dei gruppi armati di muoversi in spazi sempre più porosi finiscono per generare conseguenze che oltrepassano il livello locale. In questo senso, il Sahel non è soltanto un teatro di instabilità, ma uno spazio in cui si manifestano dinamiche che investono equilibri regionali e internazionali più vasti.

La pressione jihadista nel Sahel mostra che il terrorismo non scompare quando perde centralità nel discorso internazionale. Piuttosto, tende a ridefinire i propri spazi d’azione, intrecciandosi con fragilità istituzionali, vuoti di governance e dinamiche regionali sempre più porose. È in questo senso che il terrorismo nel Sahel non riguarda soltanto l’Africa occidentale, ma si impone come uno dei nodi più significativi della sicurezza internazionale contemporanea.

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Valentina Cannito

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