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Sahel: la nuova architettura di sicurezza della Confederazione AES

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  Redazione
  22 giugno 2026
  6 minuti, 50 secondi

Framing the World è una rubrica di analisi che propone approfondimenti sulle principali dinamiche della politica internazionale. La rubrica è organizzata per aree geografiche — Asia, Americhe, Africa & MENA ed Europa — e ogni settimana offre un focus tematico composto da più contributi coordinati. L’obiettivo è fornire chiavi di lettura chiare e accessibili sui principali sviluppi globali, attraverso il lavoro collaborativo della redazione.

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Sahel: la nascita della Confederazione AES e la nuova architettura geopolitica africana

Il panorama geopolitico dell'Africa occidentale sta attraversando una trasformazione radicale che scardina i vecchi equilibri post-coloniali e ridisegna le mappe della sicurezza continentale. Al centro di questa svolta c'è il consolidamento dell'Alleanza degli Stati del Sahel (AES), nata nel settembre 2023 e formalmente evolutasi in una Confederazione che unisce Mali, Burkina Faso e Niger. Questo blocco geopolitico rappresenta una rottura con il passato: i tre Paesi hanno, infatti, tagliato i ponti con i tradizionali partner occidentali, Francia e Stati Uniti in testa, abbandonando il G5 Sahel e formalizzando il proprio ritiro definitivo dall'ECOWAS (la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), accusata dalle giunte militari al potere di inefficacia securitaria e di eccessiva subordinazione alle pressioni di Parigi.

Sul piano strettamente militare, la Confederazione ha risposto alla crescente mobilità transfrontaliera dei gruppi jihadisti compiendo un passo decisivo: l'istituzione e la messa in operatività delle Forze Unite nella Regione dell'Africa Australe (UF-SAER). Questa forza multinazionale unificata, posta sotto il comando del generale burkinabé Daouda Traoré e presentata ufficialmente a Bamako, schiera cinquemila soldati dotati di reparti terrestri, aerei e di intelligence per presidiare le caldissime zone di confine. L'obiettivo, come sottolineato dal portavoce dell'UF-SAER generale Mody, è garantire una risposta coordinata e colmare il vuoto lasciato dal ritiro delle truppe occidentali, parallelamente a una decisa diversificazione delle alleanze strategiche che vede l'ingresso nell'area di nuovi partner globali come Russia e Cina.

Tuttavia, il progetto dell'AES non si esaurisce nella dimensione securitaria, ma ambisce a un vero e proprio corso di decolonizzazione economica a lungo termine che riscuote un forte consenso popolare. Per sostituire la rete commerciale precedentemente garantita dall'ECOWAS e arginare la povertà strutturale della regione, la Confederazione ha pianificato la nascita della AES Investment Bank e di un apposito Fondo di stabilizzazione. Attraverso questi strumenti finanziari, il piano mirerebbe non solo a garantire alle popolazioni locali l'accesso a terra, acqua, sanità e sicurezza alimentare, ma anche a industrializzare l'area mantenendo il controllo diretto sulle strategiche risorse minerarie ed energetiche del sottosuolo saheliano.

Alice Balan

Crisi nel Sahel: le gravissime conseguenze umanitarie di quanto sta accadendo in Africa occidentale

La profonda crisi politica e di sicurezza attualmente in corso nel Sahel consegue in una grave crisi umanitaria che sta ridefinendo le dinamiche regionali dell’Africa occidentale. Non si tratta solo della creazione dell’Alliance of Sahel States (AES) da parte di Mali, Burkina Faso e Niger, definibile come il risultato di ulteriori fattori tra cui il terrorismo, l’avanzata jihadista, la crisi climatica in corso e i molteplici colpi di stato che, congiunti, rendono questa fascia dell’Africa suscettibile ad essere una delle zone più instabili globalmente.

Ebbene, la crisi umanitaria è altrettanto drammatica: nonostante non sia nell’occhio dei media internazionali, i numeri presentati dalle grandi organizzazioni competenti mostrano una situazione sull’orlo del collasso che colpisce circa 24 milioni di persone. I dati forniti dal’UNHCR testimoniano che, nel marzo 2026, le persone che sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni a causa non solo dei conflitti in corso, quanto più anche per il cambiamento climatico, la grave carestia e la crisi alimentare, ammontano a 4.979.626.

Non solo: circa 3 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione a causa delle circa 14.800 scuole chiuse e, se i rifugiati e richiedenti asilo superano i 2.367.223, gli sfollati interni sono più di 3.245.039. Come menzionato, il dato fornito dall’OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, conferma la gravità della situazione: attualmente circa 24,3 milioni di persone nell’intera regione necessitano di aiuti umanitari per contrastare il costo della violenza, che attualmente viene pagata con vite umane.

Il clima rimane una delle componenti aggravanti della situazione, con un riscaldamento globale che nel Sahel cresce ad una velocità superiore rispetto alla media globale, con conseguenze sull’agricoltura. Il risultato è un’insicurezza alimentare che si stima colpirà circa 15,4 milioni di persone che già vivono in condizioni critiche o di emergenza.

Attualmente sono presenti in loco organizzazioni come il World Food Programme che operano per fornire assistenza e curare la malnutrizione, sebbene la loro azione sia vincolata da una mancanza di finanziamenti internazionali, che si ritengono essere attualmente al minimo storico.

Di fatto, nel 2025 è stato raggiunto il 29% degli obiettivi di finanziamento umanitario, percentuale più bassa nell’ultimo decennio, con una predilezione per i bisogni più urgenti e per il sostegno alle reti locali che fungono da pilastro anche per le zone più difficili da raggiungere.

Anna Pasquetto

La crisi del Sahel e i limiti dell’intervento internazionale: verso un nuovo paradigma di cooperazione

Negli ultimi anni la cooperazione internazionale nella regione del Sahel ha assunto un ruolo chiave nel tentativo di affrontare una crisi multidimensionale, caratterizzata da instabilità politica, fragilità istituzionale, violenza armata e proliferazione di attori non-statali, in particolare gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Stati come Mali, Niger e Burkina Faso sono stati esposti ad alcune delle crisi più complesse del continente africano e sono divenuti il principale teatro di intervento della cooperazione internazionale, i cui effetti hanno prodotto conseguenze sia positive sia problematiche.

Attori come le Nazioni Unite, l’UE e numerose ONG internazionali, hanno cercato di rafforzare la resilienza delle comunità locali attraverso programmi di assistenza umanitaria, sicurezza alimentare, sostegno sanitario e iniziative di sviluppo rivolte a territori colpiti da sfollamenti forzati, cambiamento climatico e povertà strutturale. Tuttavia, nonostante oltre un decennio di investimenti economici, politici e strategici da parte europea, questi interventi sono stati ostacolati dal susseguirsi di colpi di Stato verificatisi tra il 2020 e il 2023 nei principali paesi saheliani.

L’ascesa di nuove giunte militari ha segnato una profonda rottura politica con i partner occidentali. Le missioni militari europee presenti sul territorio, in particolare quelle sostenute dalla Francia e dall’Unione Europea, così come diverse organizzazioni occidentali, sono state costrette a ritirarsi, accusate di aver rafforzato forme di dipendenza politica e di rappresentare un’ingerenza esterna incapace di affrontare le cause strutturali dell’instabilità regionale. Parallelamente, il progressivo deterioramento della sicurezza dimostra i limiti di tali strategie: nel solo 2025 oltre la metà delle vittime del terrorismo globale sono state registrate nei paesi del Sahel. In questo contesto, Mali, Niger e Burkina Faso hanno ridefinito i propri partenariati internazionali, prendendo le distanze dall’Europa e avvicinandosi a nuovi attori come la Russia.

Un elemento interessante riguarda il caso della Mauritania, spesso considerata un’eccezione nel quadro regionale saheliano. Pur condividendo vulnerabilità simili agli altri paesi del Sahel, la Mauritania è riuscita a contenere maggiormente l’espansione jihadista grazie a una strategia che ha combinato cooperazione securitaria, rafforzamento istituzionale e integrazione delle comunità locali nelle politiche di prevenzione. Nel complesso, il caso del Sahel dimostra come la cooperazione internazionale, quando non accompagnata da una reale comprensione delle dinamiche locali e da un rafforzamento della governance interna, rischi di fallire nei propri obiettivi. In molti casi, infatti, tali interventi hanno finito per riprodurre dinamiche di dipendenza e relazioni asimmetriche che richiamano forme di colonialismo ancora latente, nelle quali gli attori internazionali continuano a definire priorità politiche, economiche e securitarie senza un reale coinvolgimento degli attori locali. In tale contesto, emerge come la finalità della cooperazione non debba limitarsi a modelli di intervento verticali o influenzati da logiche esterne, ma debba orientarsi verso strategie di lungo termine fondate sul capacity building locale e su una crescente localizzazione dell’aiuto, promuovendo risposte sostenibili, maggiormente legittimate e realmente guidate dalle comunità direttamente coinvolte.

Bianca Mannino

Framing The World è un progetto ideato e creato grazie alla collaborazione di un team di associati di Mondo Internazionale.

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