Giovedì scorso un tribunale speciale a Hong Kong ha emesso un verdetto controverso contro un gruppo di attivisti noti come gli "Hong Kong 47". Questo caso evidenzia le tensioni tra Pechino e la sempre più fragile comunità pro-democrazia di Hong Kong, accentuate dalla controversa legge sulla sicurezza nazionale del 2020, promulgata in reazione ai moti di protesta dello scorso decennio, che ha drasticamente limitato le libertà politiche e civili nel territorio.
One country, two systems?
Dopo cento anni sotto dominio coloniale britannico (un patto legato alle guerre dell’oppio), alla mezzanotte dell'1 luglio 1997, Hong Kong ritornò a essere controllata dalla Cina sotto l’egida del concetto "one country, two systems" - un paese, due sistemi - secondo il quale Hong Kong sarebbe rimasta una regione a status amministrativo speciale mantenendo i sistemi sociali ed economici e lo stile di vita creatosi durante il dominio britannico, inclusa un’economia capitalista e le libertà di espressione, stampa, assemblea e credo, almeno fino al 2047.
Dal passaggio al controllo cinese, i residenti del territorio hanno accusato Pechino di ignorare le limitazioni del trattato, imponendo la sua volontà. Nel 2014 il Movimento degli Ombrelli ha portato decine di migliaia di studenti e militanti democratici a protestare per elezioni libere, in reazione alla decisione cinese di limitare i candidati delle future elezioni a una lista pre-approvata dal governo cinese. Le proteste, che immobilizzarono per 79 giorni ampie parti della città, furono accolte con gas lacrimogeno e spray al peperoncino, dai quali i manifestanti si schermarono tramite ombrelli, da cui il nome del movimento.
Le proteste del 2019 e la legge per la sicurezza nazionale
Nuove proteste sono scoppiate nel giugno 2019, questa volta in risposta a una legge per estradare in Cina cittadini accusati di crimini politici. Fino a due milioni di persone hanno marciato pacificamente per le strade della città, chiedendo cinque riforme: il ritiro della legge sull’estradizione (avvenuto il 23 ottobre dello stesso anno), la ritrattazione della categorizzazione delle proteste come rivolte, un'indagine sull’uso della forza della polizia, il rilascio dei manifestanti arrestati e, infine, riforme politiche e suffragio universale. Laurel Chor, foto-giornalista del Guardian, racconta: “Sembrava che ogni giorno che passava, lo stato di diritto venisse scalfito a passi appena percettibili”.
Queste proteste non portarono a limitazioni effettive dell'autoritarismo cinese sulla città, anzi, provocarono una reazione opposta con l'introduzione della legge per la sicurezza nazionale del 2020, che criminalizza la secessione dalla Cina, la sovversione (interpretata come qualsiasi atto che possa minare il potere o l’autorità del governo centrale), il terrorismo e la collusione con forze straniere o esterne. Sotto questa legge qualsiasi discussione o promozione verbale per la secessione di Hong Kong dalla Cina è considerata un crimine. Dall'entrata in vigore della legge, i gruppi della società civile si sono sciolti e i media indipendenti sono stati chiusi. L'assemblea legislativa della città è ora composta solo da lealisti filo-Pechino, mentre la maggior parte degli esponenti della democrazia sono in carcere o in esilio all'estero.
Il processo agli Hong Kong 47
Questa legge ha permesso, giovedì scorso, di perseguire attivisti pro-democrazia appartenenti a un gruppo noto come gli "Hong Kong 47", colpevoli di aver cospirato allo scopo di far cadere il governo, causando una potenziale crisi costituzionale che minerebbe la sicurezza nazionale. Il caso è nato da un'elezione primaria non ufficiale tenuta dall'opposizione filo-democratica nel luglio 2020 per l'assemblea legislativa della città. L'obiettivo era quello di restringere le possibilità dei candidati per cercare di conquistare la maggioranza, proprio come accade in altre democrazie del mondo. Ma le autorità di Hong Kong hanno dichiarato che il voto primario è stato un “complotto vizioso” volto a “paralizzare il governo e minare il potere dello Stato” e hanno accusato i partecipanti di voler usare il loro mandato per bloccare indiscriminatamente la legislazione.
Tra le 47 persone arrestate e rimaste in carcere, tra cui accademici, politici, ex parlamentari e manifestanti, 31 avevano ammesso la propria colpevolezza, principalmente nella speranza di ottenere una riduzione della pena. Al contrario, sedici avevano continuato a proclamarsi innocenti e sono state processate da un tribunale speciale designato dal governo per gestire casi di questo tipo, dopo aver trascorso oltre 1.000 giorni in custodia cautelare. 14 sono stati giudicati colpevoli.
Reazioni opposte: quale stato di diritto?
In risposta al verdetto, il Ministero degli Esteri cinesi ha dichiarato: “Hong Kong è una società basata sullo stato di diritto... Nessuno può condurre attività illegali sotto la bandiera della democrazia e cercare di sfuggire alle sanzioni legali”.
L’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Türk, ha reagito con sconcerto riguardo agli obblighi legali di Hong Kong previsti dalla Convenzione internazionale per i diritti civili e politici, affermando: "Qualsiasi legge sulla sicurezza nazionale deve essere chiara nell'ambito di applicazione e nella definizione, e consentire solo le restrizioni ai diritti umani strettamente necessarie e proporzionate. Ho già espresso il timore che disposizioni ampie e vaghe possano essere applicate arbitrariamente per limitare la libertà di espressione e prendere di mira le voci dissenzienti, gli attori della società civile e i difensori dei diritti umani (…) Ribadisco il mio invito a rilasciare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate e detenute arbitrariamente in base a queste leggi”.
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L'Autore
Gaia De Salvo
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