Il "vuoto geopolitico" in Afghanistan: un nuovo ruolo per la Cina?

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  Redazione
  01 agosto 2021
  8 minuti, 50 secondi

A cura di Francesco D'Ancona

Il ritiro delle truppe NATO: le conseguenze degli accordi di Doha

Dal maggio 2021, è in corso il ritiro ufficiale delle truppe degli Stati Uniti, e più in generale di quelle della NATO, dall’Afghanistan, dopo quasi 20 anni di costante presenza, tradottasi nella pratica in operazioni militari, COIN[1], investimenti in progetti di sviluppo, costituzione e democratizzazione delle istituzioni governative locali. Il ritiro completo delle truppe statunitensi è previsto entro l’11 settembre, data del 20° anniversario dell’attacco terroristico contro le Torri gemelle.

Il ritiro era già stato ufficializzato, da parte del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, lo scorso aprile, il quale è rimasto fermo sul fatto che il ritiro dall’Afghanistan fosse “incondizionato”[2], chiudendo così definitivamente “la guerra più lunga mai combattuta da parte degli Stati Uniti”[3]. Tuttavia, la decisione di ritirare completamente le truppe occidentali dal paese è stata principalmente il frutto del raggiungimento di un accordo bilaterale tra il governo degli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, ed i Talebani (il governo afghano fu escluso dai negoziati), siglato lo scorso febbraio 2020 a Doha. Le richieste principali dei Talebani sono due: 1) il ritiro delle truppe NATO e USA dal territorio afghano; 2) il riconoscimento di legittimità politica interna, ed internazionale, dei Talebani (ancora incerta la questione se i Talebani costituiranno una forza politica parallela a, o inclusa all’interno del governo afghano)[4]. In cambio, gli Stati Uniti hanno richiesto da parte dei Talebani di approfondire i colloqui di pace con il governo di Kabul, di impegnarsi a ridurre la violenza e gli attacchi armati in tutto il paese, ed infine di disassociarsi completamente da Al-Qaeda e da qualsiasi organizzazione terroristica in Afghanistan[5].

La controffensiva talebana, l’inadeguatezza delle forze nazionali ed il vuoto geopolitico

Nonostante il compromesso raggiunto con gli accordi di Doha, la tregua oggi sembra un lontano miraggio. Successivamente all’annuncio del ritiro del contingente NATO, infatti, i Talebani hanno aperto una nuova e violenta fase del conflitto, lanciando una moltitudine di attacchi in tutte le regioni del paese[6], conquistando il 50% delle province considerate strategiche, tra le quali prefigurano quelle di Kandahar, dove la capitale provinciale, Herat, in cui risiedeva fino a poche settimane fa il contingente italiano[7], è da diversi giorni sotto assedio[8], e la provincia di Helmand, dove le milizie talebano sono in procinto di conquistare le città di Lashkargah e Gereshk[9]. In meno di 2 mesi, l’esercito nazionale ha perso circa il 30% del territorio sotto suo diretto controllo. Obiettivo finale dei talebani: la conquista della capitale Kabul.

Nonostante il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, sia convinto che le forze nazionali di sicurezza siano perfettamente in grado di difendere il paese “per i prossimi 100 anni”[10], in realtà le capacità di combattimento, e l’equipaggiamento a disposizione, della Afghan National Army (ANA) e della Afghan National Police (ANP) sembrano del tutto inadeguate per affrontare l’ingente attacco. Le stesse forze di sicurezza nazionali sono poco coese[11]; in aggiunta a ciò, non sono infrequenti all'interno dell'esercito nazionale repentini cambi di bandiera sia tra le fila di milizie autonome, sia tra quelle dei talebani.[12]

È chiaro quindi che, con l’uscita di scena degli Stati Uniti dal quel paese, definito da molti come il cimitero degli imperi, si è venuto a creare un vuoto potenzialmente pericoloso per il contesto della sicurezza, economia e politica regionale. Un vuoto che la Cina ha dimostrato di avere un certo interesse a riempire attraverso un suo maggiore coinvolgimento nella regione.

Gli interessi cinesi in Afghanistan e Pakistan: tra passato e presente

Già da quasi un decennio, la Repubblica Popolare Cinese ha dimostrato un certo interesse verso l’Afghanistan, con il quale condivide uno stretto confine a ovest[13]. Secondo uno studio condotto nel 2012 dal think thank statunitense CSIS (Center for Strategic and International Studies), la Cina ha una serie di interessi in Afghanistan, verso il quale ha da sempre condotto una politica di basso profilo, avendo da sempre preferito agire attraverso le istituzioni delle principali organizzazioni internazionali[14], in particolar modo tramite lo strumento dello Shanghai Cooperation Organization (SCO)[15]. Da sempre, l’interesse principale della Cina nella regione è stato, e rimane tuttora, prevenire che l’instabilità etnica, religiosa e militare trapeli nella regione dello Xinjiang, una provincia abitata principalmente dalla popolazione uigura di fede islamica. Secondo il governo di Pechino, un Afghanistan completamente allo sbando costituirebbe l’ambiente ideale per gruppi terroristici, dal quale essi potrebbero lanciare le loro operazioni oltre frontiera. Le autorità di Pechino temono che una situazione di estrema instabilità all’interno dell’Afghanistan possa creare un confine poroso e difficile da monitorare, creando un effetto spill over che rischierebbe di esacerbare ulteriormente il già forte sentimento anti-cinese e indipendentista dei guerriglieri separatisti uiguri, alcuni dei quali hanno trovato rifugio in Afghanistan tra le fila dei Talebani[16]. Con il ritiro NATO, a maggior ragione, il rischio di un "vuoto" di sicurezza è diventato per Pechino una questione di interesse nazionale.

Un secondo, e altrettanto importante, interesse della Cina verso il suo vicino occidentale è di natura prettamente economica. I rapporti economici tra il gigante asiatico e l’Afghanistan risalgono già all’inizio del 21° secolo, dove la Cina, successivamente all’inizio delle operazioni militari statunitensi, è diventata da subito uno dei principali contribuenti di programmi internazionali rivolti alla ricostruzione del paese. Nel 2002, l’allora presidente cinese Jiang Zemin, successivamente alla costituzione del nuovo governo nazionale provvisorio afghano guidato da Hamid Karzai, aveva promesso di finanziare vari programmi di ricostruzione per circa $150mln[17] . Dal 2002 al 2010, il totale degli investimenti finanziari per opere di ricostruzione locali concessi dalla Cina ammontava a circa $205mln. Parallelamente, sono state molte le imprese private cinesi (in particolare la China’s Metallurgical Group) a vincere una serie di gare di appalti (per un totale di investimenti pari a $4mld) per la costruzione di impianti per l’estrazione di risorse minerarie come il rame e litio, di cui l’Afghanistan abbonda, e più di recente anche il petrolio e gas naturale[18]. Insieme a questi contratti di appalto, le imprese private cinesi hanno inoltre presentato al governo afghano diversi progetti di costruzione di autostrade e ferrovie, per un totale di circa $10mld[19].

Tuttavia, gli interessi economici della Cina in Afghanistan non sono isolati, bensì essi rientrano in un più ampio progetto di finanziamenti diretti all’estero, per la costruzione opere infrastrutturali ed energetiche, che il governo di Xi Jinping ha lanciato nel 2013: la Belt and Road Initiative (BRI). Ad oggi, più di 70 paesi[20] hanno aderito alla BRI, incluso un importante vicino dell’Afghanistan, ovvero il Pakistan, paese nel quale la Cina ha lanciato, nel 2015, una serie di progetti di sviluppo infrastrutturale, raggruppati sotto l’appellativo China-Pakistan Economic Corridor (CPEC); progetti che ammontano ad un totale di circa $62mld di investimenti diretti esteri[21].

Fonti consultate:

[1] Il termine COIN è l’acronimo di counter-intelligence, definita come quell’insieme di attività atte a “identificare le attività di intelligence avversarie che prendono di mira gli interessi del paese, facendo leva sulle risorse di raccolta, analitiche, investigative e operative per sconfiggere queste attività” – National Counterinsurgency Strategy of the United States of America, 2007: https://www.dni.gov/files/NCSC...

[2] ISPI, Afghanistan: gli USA verso il ritiro incondizionato, di Giuliano Battiston, 14 aprile 2021: https://www.ispionline.it/it/p...

[3] AP News, “Biden to pull US troops from Afghanistan, end forever war”, di AAMER MADHANI and MATTHEW LEE, 15 Aprile 2021: https://apnews.com/article/joe...

[4] ISPI, L’Afghanistan a un anno dall’accordo di Doha, di Giuliano Battiston, 3 marzo 2021: https://www.ispionline.it/it/p...

[5] Secondo un rapporto dell’ONU (S/2021/68), tuttavia, ad un anno dall’accordo, esistono ancora dei legami tra i Talebani e diversi gruppi terroristici: https://undocs.org/en/s/2021/6...

[6] Esacerbato in particolare anche dall’abbandono, senza preavviso, della base di Bagram da parte delle forze USA lo scorso 6 luglio, lasciando le forze di sicurezza afghane allo sbando: https://www.bbc.com/news/world...

[7] Analisi Difesa, “Completato il ritiro italiano dall’Afghanistan”, 30 giugno 2021: https://www.analisidifesa.it/2...

[8] Il Fatto Quotidiano, “Torna il buio in Afghanistan, i Talebani hanno in mano gran parte del Paese. L’esperto: ‘La guerra civile è inevitabile’. E il governo chiede aiuto ai vecchi mujaheddin”, di Gianni Rosini, 17 luglio 2021: https://www.ilfattoquotidiano....

[9] ISPI, “Gli USA se ne vanno, i Talebani avanzano, l’Afghanistan collassa”, di Giuliano Battiston, 15 luglio 2021: https://www.ispionline.it/it/p...

[10] WION, “Ghani says Taliban cannot make Afghan government surrender, even in 100 years”, 7 luglio 2021: https://www.wionews.com/south-...

[11] Basti pensare che lo scorso 5 luglio più di mille soldati afghani sono fuggiti dalla rappresaglia talebana attraversando il confine con il Tagikistan: https://www.bbc.com/news/world...

[12] Si veda ad esempio le milizie fedeli al warlord Ismail Khan: ISPI, “Afghanistan: la guerra civile è iniziata a Herat”, di Claudio Bertolotti, 13 luglio 2021: https://www.ispionline.it/it/p...

[13] Denominato corridoio del Wakhan, una striscia di terra larga circa 60 km e lunga circa 250km; esso è l’unico punto di accesso che collega la provincia cinese dello Xinjiang a quella afghana del Badakhshan.

[14] Zhao Huasheng, “China and Afghanistan: China’s interests, stances, and perspectives”, CSIS, marzo 2012: https://csis-website-prod.s3.a...

[15] Treccani, Atlante Geopolitico: l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione è un meccanismo di cooperazione attivo da dieci anni in Asia centrale; nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i sei paesi aderenti – Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan – l’organizzazione è andata progressivamente istituzionalizzandosi, intensificando la cooperazione tra i suoi membri tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale.

[16] Diplomatist, Anushka Saraswat: “Chinese Interests in Afghanistan: From Indifference to Strategic Involvement”, 17 aprile 2020: https://diplomatist.com/2020/04/17/chinese-interests-in-afghanistan-from-indifference-to-strategic-involvement/; vedi anche Zhao Huasheng, supra nota 14.

[17] Zhao Huasheng, supra nota 14.

[18] La gara è stata vinta nel 2011 dalla China National Petroleum Corporation (CNPC) per un totale di $700ml: https://www.csmonitor.com/Worl...

[19] Zhao Huasheng, supra nota 14.

[20] Per un elenco completo si veda: https://green-bri.org/countrie...

[21] Per un approfondimento sui progetti della BRI in Pakistan e sui suoi risvolti geopolitici si veda: “The BRI in Pakistan: China’s flagship economic corridor”, 20 maggio 2020: https://merics.org/en/analysis/bri-pakistan-chinas-flagship-economic-corridor; si veda inoltre: ISPI, “Belt and Road: 2020, l'anno della svolta”, di Alessia Amighini, 30 settembre 2020: https://www.ispionline.it/it/p...

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