Vietare il commercio tra Unione Europea e Territori palestinesi Occupati

Una richiesta di ONG, sindacati e gruppi della popolazione civile

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  Giorgia Savoia
  10 marzo 2025
  3 minuti

Negli ultimi anni, la comunità internazionale ha mostrato un crescente interesse verso le politiche commerciali che legano l'Unione Europea agli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati. A sollevare nuovamente la questione, il 4 febbraio 2025, è stata una coalizione di ONG, sindacati e gruppi della popolazione civile, che, con una lettera congiunta indirizzata alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, hanno chiesto di interrompere il commercio e le attività economiche con gli insediamenti illegali, israeliani, nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est.

La lettera, firmata da diverse realtà impegnate nella difesa dei diritti umani come Human Rights Watch, ActionAid Italia, Amnesty International, Caritas Europa, UnPontePer, è il risultato di un lungo percorso di denuncia contro il commercio con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est che viola il diritto internazionale, inclusa la IV Convenzione di Ginevra. Nonostante queste violazioni, l'UE continua ad essere un partner commerciale di Israele, senza adottare misure concrete per impedire che le merci provenienti dai territori occupati entrino nel mercato europeo.

I firmatari hanno fatto due richieste: da un lato introdurre una legislazione che proibisca gli investimenti e il commercio di beni o servizi con gli insediamenti, dall’altro la pubblicazione di un avviso per le imprese.

L’appello a bloccare questo commercio non è solo un atto simbolico, ma ha come obiettivo pratico la fine della complicità economica dell'Europa con l'occupazione israeliana, qualificata come illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia. Il 19 luglio 2024 la Corte ha emesso un parere consultivo di portata storica, affermando che gli Stati non devono riconoscere, sostenere o assistere la situazione illegale derivante dall’occupazione israeliana dei territorio palestinese. La Corte ha chiarito che tutti gli Stati hanno “l'obbligo … di astenersi dall'intraprendere rapporti economici o commerciali con Israele riguardanti i [TPO] o parte di essi che possano rafforzare la sua presenza illegale nel territorio”, e di “adottare misure per impedire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscono al mantenimento della situazione illegale creata da Israele nei [TPO]”.

Un embargo commerciale avrebbe l'effetto di ridurre le risorse economiche dirette a Israele per finanziare l'espansione degli insediamenti, incoraggiando un cambiamento nelle politiche israeliane verso la fine dell'occupazione e un ritorno al dialogo per una pace duratura.

La risposta dell’Unione Europea è stata finora ambigua. Se da un lato l’UE ha adottato una politica estera che formalmente condanna la costruzione di insediamenti israeliani nei territori occupati, dall’altro non ha mai imposto sanzioni dirette o misure concrete contro il commercio con questi territori. La Commissione Europea ha mantenuto una posizione di prudenza, evitando di intraprendere azioni che possano compromettere le sue relazioni economiche con Israele, paese con cui l'Unione ha stretto numerosi accordi commerciali.

La richiesta di un embargo commerciale tra l'UE e gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati non è solo un atto simbolico, ma doveroso per conformarsi al diritto internazionale e porre fine ad ogni complicità negli abusi. Se l'Unione Europea volesse davvero adempiere ai propri obblighi, dovrebbe porre in essere le misure idonee per bloccare il commercio dei beni venduti da Israele in UE, ma prodotti nei Territori Palestinesi Occupati, illegalmente.

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