Just Transition

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  Adele Mutti
  27 giugno 2025
  3 minuti, 8 secondi

Per decenni, i combustibili fossili hanno alimentato la crescita economica e lo sviluppo industriale su scala globale. Tuttavia, il prezzo pagato dal pianeta è altissimo: la combustione di carbone, petrolio e gas naturale è oggi tra le principali cause del cambiamento climatico. Ondate di calore, siccità, eventi meteorologici estremi e l’innalzamento del livello dei mari sono solo alcune delle conseguenze tangibili. Di fronte a questa crisi, è ormai evidente l’urgenza di abbandonare gradualmente i combustibili fossili e intraprendere una transizione verso un’economia a emissioni nette zero.

Questa transizione, però, non è priva di sfide. Comporta profonde trasformazioni strutturali nei sistemi economici, nei mercati del lavoro e nelle dinamiche sociali. È quindi fondamentale garantire che il cambiamento sia equo e inclusivo, evitando che la crisi climatica si trasformi anche in una crisi sociale. In questo contesto si inserisce il concetto di “transizione giusta” (just transition), che si sta affermando come principio guida nelle politiche climatiche internazionali.

Il termine transizione giusta non è recente, ma fu introdotto negli anni ’70 da sindacati statunitensi per tutelare i lavoratori colpiti dalle nuove normative ambientali su aria e acqua. Oggi, il concetto si è evoluto ed è diventato parte integrante del dibattito globale sulla decarbonizzazione.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), una transizione giusta è un processo che rende l’economia più verde nel modo più equo e inclusivo possibile. Non si tratta solo di ridurre le emissioni, ma di farlo garantendo diritti, dignità e opportunità a tutti. Ciò implica, ad esempio, offrire alternative concrete ai lavoratori dei settori ad alta intensità di carbonio, come l’industria del carbone, coinvolgendoli attivamente nel cambiamento.

La transizione giusta è anche una risposta alle ingiustizie ambientali e sociali legate al cambiamento climatico. Le comunità più vulnerabili sono spesso le più colpite dagli effetti del riscaldamento globale, pur avendo contribuito in misura minima alle emissioni. I Paesi più ricchi, responsabili storici della maggior parte dei gas serra, restano relativamente protetti, mentre quelli più poveri subiscono danni gravi e crescenti.

Tra le questioni più rilevanti emergono anche le ingiustizie intergenerazionali: i giovani e le future generazioni rischiano di pagare il prezzo delle scelte fatte nel passato. Inoltre, l’accesso diseguale a energia pulita, finanziamenti verdi e diete sostenibili aggrava le disparità sociali, rendendo urgente un’azione inclusiva e condivisa.

In questo scenario, diversi organismi internazionali stanno promuovendo attivamente il principio della transizione giusta. Tra questi, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) che, attraverso l’iniziativa Climate Promise, supporta 34 Paesi nel rafforzare processi e politiche che integrino la transizione giusta nei Contributi Determinati a livello Nazionale (NDC) e nelle Strategie a Lungo Termine (LTS).

Anche l’Unione Europea si è impegnata in questa direzione. Nel marzo 2020 ha presentato alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) la propria strategia per lo sviluppo a basse emissioni, con l’obiettivo di guidare una trasformazione profonda nei settori produttivi, nei territori e nella società. La strategia pone al centro il dialogo sociale, il coinvolgimento dei sindacati e delle comunità locali, e il contrasto al rischio di creare una “green élite” che avvantaggi pochi a discapito delle popolazioni più penalizzate.

In conclusione, la transizione ecologica rappresenta una sfida immensa, ma anche un’opportunità per ripensare il modello di sviluppo attuale. Riconoscere il valore della giustizia climatica e dei diritti umani nel processo di decarbonizzazione è il primo passo per garantire che il futuro sia non solo sostenibile, ma anche giusto per tutti.

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Adele Mutti

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