La Cina alla COP30: il paradosso verde

Il più grande emettitore globale si presenta come motore della transizione, tra contraddizioni e fatti.

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  Sarah Azzurra Spada
  03 dicembre 2025
  6 minuti, 20 secondi

La Cina alla COP30: il paradosso verde

Il più grande emettitore globale si presenta come motore della transizione, tra contraddizioni e fatti.

Nel cuore della foresta amazzonica, nella città brasiliana di Belém, si è recentemente concluso un evento determinante per il futuro del nostro pianeta. Parliamo di COP30, la conferenza annuale delle Nazioni Unite che promuove dialoghi e accordi sul tema del cambiamento climatico. 162 paesi e oltre 40 capi di stato e governo si sono seduti al tavolo dei negoziati per tentare di affrontare uno dei temi più pressanti del XXI secolo. La COP30, è bene ricordarlo, si è svolta in un anno del tutto particolare. Il 2025 coincide con il decimo anniversario dalla firma dello storico accordo di Parigi, primo accordo giuridicamente vincolante per far fronte al surriscaldamento globale, limitando l'aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C (obiettivo, sfortunatamente, ancora molto lontano). Il 2025, inoltre, è stato un anno di tensioni geopolitiche crescenti, che non potevano che influenzare la configurazione di potere all’interno dei negoziati. L’assenza degli Stati Uniti di Trump, rifiutatisi di prendere parte alla Conferenza, e un’Unione Europea presente ma vacillante, per via del conflitto russo-ucraino nonché di divisioni interne, lasciano un parziale vuoto di potere. Ed è proprio in questo vuoto che si fa spazio una potenza ormai in ascesa da vent’anni: la Cina.

Alla COP30 Beijing ha deciso di non rimanere nell’ombra e di presentarsi come attore fondamentale nella lotta contro il cambiamento climatico. Il Padiglione cinese si è distinto per grande dinamismo: esibizioni su veicoli elettrici, energia solare ed eolica, eventi in lingua inglese per mostrare le conquiste tecnologiche più recenti in ambito green. La presenza cinese è stata forte anche dietro le quinte. Numerose fonti riportano diplomatici cinesi all’opera nel facilitare i negoziati e il raggiungimento di accordi. Importante notare che, per tutta la durata della Conferenza, la Cina ha fatto costante riferimento ad un’espressione: “a shared future”, l’idea di una responsabilità collettiva dell’umanità nel costruire un futuro migliore. Un approccio che si riflette tra l’altro nella strategia cinese di transizione green del Global South: proporre non più un rapporto asimmetrico di tipo donatore-ricevente, ma un’alleanza alla pari basata su vere e proprie partnership (almeno sulla carta).

Inizialmente tali affermazioni potrebbero apparire al lettore come un paradosso. Non era la Cina il più grande produttore di gas serra a livello mondiale? Una potenza noncurante dell’impatto ambientale del suo strabiliante sviluppo economico? Tutto ciò è parzialmente corretto. La Cina emette 1/3 dei gas serra mondiali, è responsabile, dal 2015, per il 90% dell’aumento delle emissioni globali e la sua economia è ancora fortemente dipendente (per il 58% nel 2024) dai combustibili fossili. Eppure, dobbiamo tenere in considerazione alcuni dati in netto contrasto. La Cina è il produttore leader nel campo dell’energia rinnovabile, mostrandosi particolarmente forte nel solare e nell’eolico. Basti pensare che il Paese fabbrica più dell’80% di tutti i pannelli solari al mondo. Come dimenticare poi che, grazie agli ingenti sussidi statali, ad un mercato sconfinato e alla possibilità di economie di scala, la Cina riesce ad abbattere i costi di oltre il 70%, presentando prodotti a prezzi imbattibili. Così facendo, il Paese aiuta a rimuovere un ostacolo ben noto nella transizione energetica: i costi elevati delle tecnologie green. Per completare il quadro, la Cina è il maggior investitore mondiale nel settore dell’energia pulita. I suoi investimenti rappresentano oltre il 30% degli investimenti totali globali. La forza della Cina nel settore della green energy porta a due conseguenze fondamentali. Innanzitutto, risulta che le esportazioni cinesi di rinnovabili riducano le emissioni mondiali dell’1% per anno. In secondo luogo, la Cina riesce attraverso le rinnovabili a mantenere stabile il proprio livello di emissioni annue, sebbene la domanda energetica sia in costante aumento.

Questo ci dà sicuramente un’idea delle tendenze contrastanti che caratterizzano il gigante cinese. Ma per comprendere la posizione della Cina all’interno di COP30 è necessario compiere un ulteriore passo. Consideriamo dunque NDC 2035, annunciato da Beijing nel settembre di quest’anno. NDC è un documento che i paesi firmatari dell’accordo di Parigi devono presentare ogni cinque anni. Al suo interno, ciascuna parte deve delineare le strategie che intende adottare al fine di adempiere agli obblighi dell’accordo. In NDC 2035 la proposta cinese è chiara: 1) ridurre le emissioni di gas serra del 7-10% al di sotto dei livelli di picco entro il 2035; 2) aumentare del 30% l’utilizzo di energia pulita sul consumo energetico totale; 3) migliorare e rafforzare i settori dell’eolico e del solare, aumentando la capacità a 3600 gigawatt entro il 2035; 4) espandere le riserve forestali fino a 24 miliardi di metri cubi. L’approccio cinese è stato oggetto di numerose critiche. Il piano appare poco ambizioso, soprattutto se si considera l’incredibile contributo che la Cina potrebbe fornire alla lotta contro il cambiamento climatico. Una strategia fondamentalmente deludente, non sufficiente a rispettare gli obblighi di Parigi né tantomeno a far fronte alle sfide enormi che ci attendono. Altri osservatori fanno giustamente notare che la Cina è un Paese caratterizzato da un intricato sistema politico top-down, in cui il raggiungimento degli obiettivi prefissati dal partito è fondamentale per la coesione del Paese. Per questa motivazione, Beijing spesso si limita a fissare obiettivi più umili o, quantomeno, realistici. Nella prassi i target finiscono per essere non solo raggiunti ma persino superati.

Per concludere la nostra analisi e comprendere appieno l’approccio cinese è interessante paragonarlo a quello di un altro grande protagonista della transizione green, l’Unione Europea. In un summit tenutosi a Beijing nel luglio di quest’anno, le due parti hanno concordato di collaborare strettamente per “drive a global just transition”. Sebbene nobile nell’intento, vi è una problematica di base: due approcci agli antipodi. Per decarbonizzare il pianeta, l’Unione Europea punta ad un drastico aumento del prezzo del carbone, al fine di disincentivare l’utilizzo di combustibili fossili. Rendere costosa e impraticabile la via del carbone, investimenti high-tech nelle rinnovabili, ricerca di qualità. Così può essere sommariamente riassunto l’approccio europeo. La Cina propone invece un modello investment ed export-led: investimenti miliardari su tecnologie green, sfruttamento delle possibilità di economie di scala, inondazione del mercato mondiale con rinnovabili a basso costo. È un supply-first approach, in cui la Cina punta tutto sul lato dell’offerta.

È così che la Cina interpreta il cambiamento climatico in maniera forse controversa. Il cambiamento climatico diviene, nella prospettiva di Beijing, un’incredibile opportunità economica. Una minaccia esistenziale e al contempo il momento perfetto per divenire il fornitore dei mezzi per combatterla. La Cina, è ormai chiaro, vuole divenire il primo fornitore globale, la potenza economica che presidia il lato dell’offerta e che trae un incredibile guadagno dalle esportazioni. Se è vero che il Paese trarrebbe vantaggi geopolitici ed economici inimmaginabili, la strategia cinese offre anche benefici collettivi: investimenti esteri miliardari in energia pulita, finanziamenti in ricerca e sviluppo, e tecnologia di buona qualità a prezzi estremamente accessibili. Non ci si può dunque che chiedere: si tratta di una strategia utile all’intera collettività o di un piano miope dai benefici limitati?

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Sarah Azzurra Spada

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