El Niño è tornato a minacciare il Kenya. Si tratta di un fenomeno climatico naturale che aumenta di volta in volta le temperature in diverse regioni del mondo, sommandosi all’effetto serra generato dalle attività umane. È in grado anche di scatenare eventi estremi e disastrosi come siccità e inondazioni.
Sono proprio le piogge torrenziali e le inondazioni mortali, attribuite a El Niño e al cambiamento climatico, che hanno colpito il Kenya dal mese di marzo, dimostrandosi uno degli avvenimenti più catastrofici degli ultimi anni per il Paese. Attualmente, sarebbero stati accertati 250 morti, mentre circa 194 mila persone sarebbero state costrette ad abbandonare la propria casa e 72 cittadini risulterebbero ancora dispersi.
A Nairobi, la capitale del Kenya, le inondazioni hanno colpito soprattutto gli slum, tra cui Mathare e Mukuru. Questi fenomeni non sembrerebbero insoliti considerato il modo in cui la città si è sviluppata: secondo quanto dichiarato alla BBC dal professor Alfred Omenya, esperto di pianificazione urbana e ambiente, la città di Nairobi si trova su una pianura alluvionale del fiume Nairobi, che attraversa la capitale, così come altri fiumi e torrenti. La disarmante e celere crescita demografica della città in un secolo, da 100.000 residenti a 4,5 milioni, non ha permesso lo sviluppo di un sistema di drenaggio dell’acqua adeguato, mantenendo delle infrastrutture, specialmente quelle idriche, piuttosto deboli e facilmente danneggiabili.
Il professor Omenya sottolinea anche come meno della metà dei residenti nella capitale sia collegata a un sistema fognario. Infatti, nelle aree della città più in difficoltà, come nel caso degli slum, le fogne sono a cielo aperto e traboccano in caso di allagamento. Anche gli scarichi sono intasati dal momento che vengono utilizzati come luogo di smaltimento dei rifiuti domestici. L’urbanizzazione della città ha portato, inoltre, all’assenza sempre più dirompente delle aree ricoperte da terra, motivo per cui l’acqua non viene assorbita ma scorre via, travolgendo canali di scolo e fiumi, e le strade diventano, di conseguenza, parte integrante del sistema di drenaggio, ovvero dei veri e propri corsi d’acqua.
Tutto ciò ha delle conseguenze allarmanti a cui il governo deve cercare di dar risposta nel minor tempo possibile; ad esempio, la fornitura d’acqua nella città di Nairobi è stata contaminata dalle precedentemente citate fogne a cielo aperto, e l’organizzazione Medici Senza Frontiere ha avvertito che questo potrebbe rappresentare un pericolo per la proliferazione delle malattie trasmesse dall’acqua e dalle zanzare, come il colera, il tifo e la malaria. Un’altra grande preoccupazione è quella della fame: le inondazioni, infatti, hanno spazzato via allevamenti e raccolti, e ciò potrebbe comportare un periodo di grave scarsità alimentare per gli abitanti dell’intero Paese. Le condizioni metereologiche attuali hanno, inoltre, lasciato quasi 54 milioni di persone senza elettricità, causando disagi a diverse infrastrutture, tra cui quella aerea e quella portuale.
Per il momento il presidente William Ruto ha deciso di chiudere le scuole fino a data da destinarsi e ha sottoscritto un ordine per smantellare e demolire tutte le case costruite in prossimità dei fiumi nella città di Nairobi. Questa scelta, seppur fatta per prevenire la morte di altri civili, avrebbe messo in uno stato di allarme e tensione i civili coinvolti. Questi ultimi, infatti, hanno visto distruggere le proprie abitazioni in un tempo talmente breve da non essere in grado di trovare una tempestiva soluzione alternativa. Parliamo del 70% dei residenti di Nairobi che vivono in questi insediamenti informali, i quali occupano circa il 5% del territorio della città.
Buona parte di queste persone, secondo la stessa dispositiva governativa che ha autorizzato le demolizioni, verranno ricollocate in 138 campi profughi, distribuiti in 18 delle 47 contee del Paese, che potranno ospitare fino a 62mila persone.
Ma il governo dovrà fare i conti anche con la situazione ancor più critica delle località limitrofe alla città di Nairobi. Basti pensare a ciò che è accaduto a Mai Mahiu, nella zona di Naivasha, dove un bacino è esondato e ha spazzato via i villaggi adiacenti provocando circa 70 vittime, o al Masai Mara, dove la fauna selvatica è stata terribilmente colpita, evento che implica ingenti danni all’ambiente e all’economia del Paese.
Nei villaggi, inoltre, l’impossibilità di utilizzare le strade, spesso terrose, significa non poter raggiungere le infrastrutture più importanti, come quelle sanitarie, e non poter accedere ai beni alimentari, mentre la distruzione dei raccolti implica una gravosa riduzione dei guadagni su cui intere famiglie si basano per il proprio sostentamento. In molti di questi villaggi anche la chiusura delle scuole può rappresentare un problema e un pericolo per i bambini, in quanto potrebbero essere favorite pratiche tradizionali dannose, come la mutilazione genitale femminile o i matrimoni precoci, e si potrebbe assistere ad un prematuro abbandono scolastico dei bambini, spinti a cercare lavoro per contribuire al sostentamento delle loro famiglie.
Il caos in cui verte il Paese appare evidente e sembra esser frutto di una pianificazione piuttosto debole, che, come direbbe il professor Omenya, è tale sin dai tempi coloniali. Al governo keniota ora si richiede una risposta efficiente e tempestiva che sia anche orientata verso il futuro e che, con il supporto della comunità globale, possa essere in grado di prevenire eventi simili e ridurre le conseguenze di quella che sembra essere una crisi umanitaria senza precedenti per il Paese.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2024
Condividi il post
L'Autore
Ludovica Raiola
Categorie
Tag
DirittiUmani dirittiambientali cambiamento climatico climatechange diritti fondamentali