Il 23 luglio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico in tema di diritto internazionale dell’ambiente e di giustizia climatica. Per la prima volta, l'organo giudiziario delle Nazioni Unite ha affermato con chiarezza che gli stati hanno obblighi climatici giuridicamente vincolanti e che, in caso di violazione, commetterebbero un atto illecito, potendo essere chiamati a risarcire gli stati più colpiti.
La pronuncia nasce da una richiesta avanzata da alcuni studenti di Vanuatu (un arcipelago dell’oceano Pacifico) nei confronti dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, ai sensi dell’art. 65 dello Statuto della Corte, ha rimandato la questione alla Corte (risoluzione 77/276), chiedendo di fornire una advisory opinion su due questioni fondamentali:
- Quali sono gli obblighi degli stati, ai sensi del diritto internazionale, volti ad assicurare la protezione del sistema climatico e di altre parti dell’ambiente dalle emissioni di gas serra, nei confronti degli altri stati e delle generazioni presenti e future;
- Quali sono le conseguenze giuridiche derivanti da tali obblighi per gli stati che, con le proprie azioni od omissioni, abbiano arrecato un danno significativo al sistema climatico e ad altre parti dell’ambiente, con riferimento a:
(i) stati, in particolare i piccoli stati insulari in via di sviluppo, che, a causa della loro situazione geografica e del loro livello di sviluppo, subiscono o sono particolarmente colpiti dagli effetti negativi dei cambiamenti climatici, o risultano particolarmente vulnerabili ad essi;
(ii) popoli e individui appartenenti alle generazioni presenti e future che sono colpiti dagli effetti negativi dei cambiamenti climatici.
Nel corso della fase scritta del procedimento sono state depositate presso la cancelleria 91 dichiarazioni scritte e 62 osservazioni scritte da parte di Stati e organizzazioni internazionali. La Corte ha tenuto udienze pubbliche tra il 2 e il 13 dicembre 2024, durante le quali 96 Stati e 11 organizzazioni internazionali hanno presentato dichiarazioni orali.
Si tratta del più alto livello di partecipazione a un procedimento nella storia della Corte.
Inoltre l’Advisory Opinion è stata adottata all’unanimità, evento verificatosi solo cinque volte in quasi 80 anni.
In risposta alla prima domanda posta, la Corte ha risposto affermando che esistono i seguenti obblighi.
- Obblighi derivanti dai trattati sui cambiamenti climatici:
- Gli stati parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) devono adottare misure per ridurre le emissioni e adattarsi al cambiamento climatico e cooperare tra loro per raggiungere gli obiettivi della Convenzione;
- Gli stati dell’Allegato I della UNFCCC (Paesi industrializzati) devono assumere un ruolo guida nella lotta al cambiamento climatico;
- Gli stati parte del Protocollo di Kyoto devono rispettarne le disposizioni;
- Gli stati parte dell’Accordo di Parigi hanno l'obbligo di agire con dovuta diligenza secondo il principio delle responsabilità comuni ma differenziate, presentare e aggiornare i contributi determinati a livello nazionale (NDCs) in modo da contribuire a contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C, mettere in atto misure concrete per realizzare gli obiettivi indicati nei NDCs, cooperare e sostenersi reciprocamente tramite trasferimenti tecnologici e finanziari, in buona fede.
2. Obblighi derivanti da altri trattati ambientali:
Gli stati parte di convenzioni come quella sull’ozono, sulla biodiversità, sulla desertificazione e la Convenzione ONU sul diritto del mare, hanno obblighi di tutela del clima e dell’ambiente marino.
3. Obblighi di diritto internazionale consuetudinario:
Gli stati, anche non parte ai trattati, devono prevenire danni significativi all’ambiente, agendo con dovuta diligenza e usando tutti i mezzi a loro disposizione. Inoltre devono cooperare in buona fede in modo costante per prevenire tali danni.
4. Obblighi da diritto internazionale dei diritti umani:
Gli stati devono adottare misure per proteggere il clima e l’ambiente anche al fine di garantire il pieno godimento dei diritti umani. La Corte sottolinea infatti che la protezione dell’ambiente è oggi parte integrante del godimento dei diritti umani.
Esistono quindi veri e propri obblighi giuridici in capo agli stati, non solo quelli parte del trattato, nei confronti degli altri stati e delle generazioni presenti e future.
In risposta al secondo quesito dell’ONU, la Corte ha stabilito che la violazione da parte di uno stato di uno qualsiasi degli obblighi indicati nella risposta al primo quesito costituisce un fatto internazionalmente illecito che comporta la responsabilità internazionale di tale paese. Le conseguenze giuridiche derivanti dalla commissione di un fatto internazionalmente illecito possono includere l’obbligo di:
a) porre fine alla condotta illecita, se la condotta è prolungata;
b) fornire garanzie di non ripetizione, se le circostanze lo richiedono;
c) garantire piena riparazione agli stati lesi, sotto forma di restituzione, risarcimento e soddisfazione, purché sia dimostrato il nesso causale sufficientemente diretto e certo tra l’atto illecito e il danno subito.
“Il degrado del clima, causato dalle emissioni di gas serra, è una minaccia urgente ed esistenziale”, ha affermato il giudice Yuji Iwasawa, presidente della Corte Internazionale di Giustizia.
"Questa è una vittoria per il nostro pianeta, per la giustizia climatica e per il potere dei giovani di fare la differenza", ha dichiarato António Guterres, il Segretario Generale delle Nazioni Unite.
Questo parere, benché non vincolante, è di portata storica: non solo delinea gli obblighi degli stati in relazione alla crisi climatica, ma specifica anche il contenuto della responsabilità in caso di violazione; inoltre, la Corte stabilisce che il diritto a un ambiente sano è parte integrante dei diritti umani fondamentali.
Nonostante la portata rivoluzionaria del parere, il suo impatto concreto dipenderà anche dalla volontà politica mondiale. Vi sono ancora diversi leader politici che negano l’esistenza della crisi climatica, ostacolando l’adozione di misure efficaci per arginarla. Inoltre vi è anche una repressione delle proteste climatiche: in Italia, ad esempio, la legge Sicurezza inasprisce le pene per chi manifesta, colpendo le forme di disobbedienza civile usate dai movimenti ambientalisti. Il rischio, come sempre, è che il diritto internazionale rimanga sulla carta, mentre la realtà si sviluppa in direzione contraria, dipendente da chi governa in un determinato momento storico.
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L'Autore
Giorgia Savoia
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