Il pensiero strategico si articola lungo due matrici fondamentali: la tradizione dell’asimmetria e dell’influenza, associata a Sun Tzu, e quella della decisione politico-militare, elaborata da Clausewitz. Sun Tzu, figura tradizionalmente collocata tra il VI e il V secolo a.C. e autore attribuito di L’Arte della Guerra, è esponente della cultura strategica classica cinese. In questa visione, il conflitto è concepito come gestione delle percezioni, controllo dell’informazione e modellazione dell’ambiente operativo, al fine di condizionare le scelte dell’avversario e di ottenere la vittoria senza ricorrere allo scontro diretto. Carl von Clausewitz, generale prussiano e teorico della prima metà dell’Ottocento e autore di Della Guerra, sviluppa invece una visione in cui la guerra è un atto politico per natura, uno strumento conclusivo di riequilibrio tra volontà statali, nel quale l’impiego organizzato e concentrato della forza armata determina l’esito del confronto. Nel sistema attuale, queste due logiche non sono alternative: costituiscono linguaggi strategici sovrapposti, utilizzati in combinazione variabile da ciascun attore del sistema internazionale.
La Cina rappresenta la traduzione più coerente dell’impostazione sunziana. La sua proiezione internazionale si basa sulla costruzione di dipendenze, sul consolidamento di capacità industriali e tecnologiche interne e sul posizionamento narrativo in organismi multilaterali e spazi informativi regionali. L’obiettivo non è né lo scontro diretto né la coercizione militare immediata, ma la definizione di un equilibrio sistemico nel quale la centralità cinese appaia funzionale e quindi accettata da attori terzi. Taiwan ne costituisce il caso paradigmatico: non viene perseguita mediante un’invasione, ma attraverso un processo cumulativo di accerchiamento economico, isolamento diplomatico e interiorizzazione di un rischio strategico crescente nel lungo periodo. La logica di fondo è quella dell’assoggettamento non dichiarato, ottenuto tramite la modificazione progressiva delle condizioni strutturali della scelta politica.
Gli Stati Uniti, storicamente fondati su una strategia clausewitziana di deterrenza armata e di proiezione globale, non agiscono più esclusivamente in termini di forza, ma modulano la competizione tramite strumenti di influenza strutturale, in misura prevalente nel confronto con Pechino. L’uso della leva finanziaria, del controllo dei flussi tecnologici e delle restrizioni sull’export, unitamente al rafforzamento delle architetture di alleanza in Asia orientale, persegue l’obiettivo di ritardare l’emersione cinese come potenza sistemica pienamente autonoma. Parallelamente, la postura militare nel Pacifico e la disponibilità a scenari di contrasto convenzionale mantengono credibile la minaccia di intervento. L'approccio statunitense non è orientato a una decisione immediata, ma alla gestione del tempo strategico: si tratta di mantenere la superiorità relativa mentre si ridefiniscono le condizioni strutturali del sistema internazionale. Nel medesimo orizzonte, la politica estera trumpiana nei confronti di Mosca ha privilegiato la dimensione personale e negoziale, tentando aperture selettive verso Putin senza tuttavia modificare l’impianto di contenimento strategico sostenuto dall’apparato istituzionale statunitense.
La Russia costituisce un caso di oscillazione incompleta tra le due logiche. La sua cultura strategica tradizionale, radicata nella maskirovka, privilegia l’ambiguità operativa, l’indebolimento morale dell’avversario e la manipolazione delle percezioni. L’azione russa nei confronti dell’Ucraina è stata condotta seguendo questa impostazione: acquisizione della Crimea attraverso forze non identificate, guerra limitata nel Donbass per mantenere Kiev instabile, utilizzo dell’energia come strumento di pressione sull’Europa, delegittimazione identitaria e statuale dell’Ucraina come attore sovrano. Il passaggio del 2022 ha segnato invece la scelta di una logica clausewitziana di decisione accelerata, orientata a trasformare in fatto compiuto il controllo strategico sull’Ucraina, in assenza di condizioni politiche e operative adeguate.
È in questo punto che emerge l’errore di valutazione. Fabrizio Cocina, storico ed esperto di geopolitica, interviene sottolineando che: «Non è soltanto questione di strategia, ma di fallimento informativo. L’intelligence russa ha sovrastimato il grado di decomposizione politica ucraina e sottovalutato la capacità di coesione della NATO e dell’Unione europea. Senza questo errore di diagnosi, la guerra non avrebbe assunto l’attuale configurazione.» In altre parole, la Russia ha anticipato il momento della decisione clausewitziana mentre la fase sunziana precedente non aveva ancora prodotto condizioni favorevoli.
L’Unione europea opera in un regime strategico differente. La sua forma di potere è prevalentemente normativa e geo-economica: l’UE influenza l’ambiente internazionale attraverso standard, regolazioni, accordi commerciali e definizione di interdipendenze. Ciò permette all’Unione di esercitare una forma di influenza strutturale, ma al tempo stesso la espone a vulnerabilità in assenza di capacità coercitive autonome. La narrativa europea più recente enfatizza la necessità di tre dimensioni: integrazione militare, autonomia tecnologica e strategia industriale comune. Tuttavia, queste direttrici incontrano resistenze politiche interne e limiti strutturali.
Su questo punto, Fabrizio introduce una valutazione critica: «Non ritengo realistica la costruzione di una capacità militare integrata né l’autonomia tecnologica europea. Manca persino la base politica e industriale per una governance congiunta dell’intelligenza artificiale a livello europeo. Forse l’opzione più praticabile consiste in una strategia diplomatica condivisa verso la Cina. L’economicismo europeo dovrebbe interfacciarsi con quello cinese per difendersi dalle pressioni simmetriche provenienti da Stati Uniti e Russia». In questa prospettiva, l’Unione europea non si configura come potenza coercitiva o tecnologicamente dominante, ma può agire come potenza relazionale, capace di modulare equilibri multilaterali, assorbire tensioni e ricalibrare interdipendenze.
In sintesi, la competizione sistemica contemporanea non si articola nella scelta tra Sun Tzu e Clausewitz, ma nella capacità di combinare le due grammatiche in modo coerente con le risorse e gli obiettivi di lungo periodo. La Cina tenta di modellare il contesto; gli Stati Uniti cercano di controllare il tempo strategico; la Russia non riesce a sincronizzare pressione indiretta e decisione armata; l’Europa resta in bilico tra influenza normativa e ricerca di un ruolo strategico autonomo. Complessivamente, ciò che è in gioco è la gestione della temporalità strategica: la capacità degli attori di decidere quando rinviare, accelerare o congelare il momento del confronto diretto all’interno di una competizione che combina deterrenza militare, pressione economica e controllo tecnologico in un unico campo operativo.
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L'Autore
Eleonora Strano
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