Con l’arrivo di settembre inizia l’anno scolastico, ma non in Sudan.
Dopo due anni e mezzo dallo scoppio del conflitto che ha sconvolto il Paese, circa 13 milioni dei 17 milioni di bambini in età scolare non vanno a scuola, confermando una delle peggiori crisi educative al mondo.
Il diritto all’istruzione rimane un principio fondamentale delle democrazie ed è consacrato come diritto umano da numerosi strumenti internazionali adottati dalle Nazioni Unite, che ne riconoscono formalmente l'importanza. I principali sono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, pietra miliare in materia di diritti umani, il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali del 1966, la Convenzione sui Diritti dell'Infanzia del 1989 e l’Agenda 2030. Ognuno di questi, pur con proprie specificità, sancisce i concetti di uguaglianza, obbligatorietà, gratuità e universalità. Inoltre, sottolinea il dovere degli Stati di rendere l’istruzione accessibile a tutti senza discriminazioni, con finalità essenziali come il pieno sviluppo della personalità, la costruzione di un futuro migliore, l’eliminazione della povertà e il mantenimento della pace.
Nonostante ciò, oggi 258 milioni di minori nel mondo non frequentano la scuola. La maggior parte di loro si trova nell'Africa subsahariana e nell'Asia meridionale. È il caso del Sudan, dove da più di due anni la guerra civile ha causato una gravissima crisi umanitaria che si ripercuote maggiormente sui più piccoli. In assenza del diritto all’istruzione, essi sono esposti al rischio di essere vittime di abusi sessuali e reclutati dai gruppi armati.
In Sudan, ai bambini non mancano solo una casa, l’acqua, il cibo e le medicine, ma anche una scuola. Save the Children, grazie ai dati del Global Education Cluster — rete di coordinamento impegnata nel settore educativo e guidata dall'organizzazione insieme all'UNICEF — ha dimostrato che tre quarti dei bambini non andranno a scuola per il secondo anno consecutivo.
Sette milioni di loro sono iscritti, ma impossibilitati a rientrare in classe, poiché il 55% delle scuole sono inaccessibili, essendo distrutte, danneggiate o collocate in zone di conflitto attivo, mentre il 18% viene utilizzato come rifugio per gli sfollati interni.
Il Paese della più grande crisi di sfollamento mondiale — con circa 15 milioni di persone, più della metà bambini, costrette a lasciare le proprie case sia all'interno del Sudan che oltre i confini — è anche teatro di una condizione educativa drammatica che sembra inarrestabile.
Il timore degli operatori umanitari è che alcuni minori non finiscano mai le scuole superiori e, non sapendo né leggere né scrivere, siano esposti a pericoli immediati e a lungo termine.
Sono bambini che vogliono tornare a scuola e che hanno dei sogni raccolti da Save the Children in lettere e disegni. Najla sogna di fare l’insegnante, Heba, Sara e Ali si immaginano dottori, Rashed vuole fare il pilota, mentre Esraa chiede solo la pace e che si fermi la guerra, perché “il suono dei proiettili continua a farmi paura”.
L’impegno delle organizzazioni umanitarie
Ciononostante, sembra esserci un barlume di speranza: le agenzie umanitarie, convinte che tornare a scuola sia una priorità nonostante la drammatica situazione del Paese, stanno riaprendo istituti che offrono molto più del semplice apprendimento.
Nel totale delle 8.937 scuole riaperte dal Global Education Cluster, 400 sono supportate da Save The Children. L'organizzazione accompagna oltre 45.000 bambini nell'istruzione formale e circa 37.000 in quella non formale, fornendo anche pasti, acqua potabile, servizi igienici e formazione di consulenza per gli insegnanti, così da aiutare i più giovani a elaborare il loro trauma.
"Per milioni di bambini in Sudan, l'istruzione è più di un semplice percorso di apprendimento: è un'ancora di salvezza che li proteggerebbe dallo sfruttamento, sosterrebbe il loro recupero della salute mentale e darebbe loro gli strumenti per ricostruire le proprie vite. Questo conflitto ha infranto i loro sogni e li ha lasciati in una situazione di estrema vulnerabilità. Ripristinando i servizi educativi per i più colpiti, possiamo contribuire a salvare vite umane e a far tornare a studiare i bambini che hanno perso due anni di scuola, prevenendo così la perdita di un'intera generazione in Sudan", afferma Abdullah Modhesh, Coordinatore del Cluster per l'Istruzione in Sudan.
L’appello lanciato da Save the Children e da tutte le agenzie umanitarie sollecita la comunità internazionale a fare il possibile per raggiungere la pace tra le fazioni e porre fine a una crisi che non riguarda solo il presente, ma anche il futuro della prossima generazione.
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