Per il secondo anno consecutivo, gli aiuti per lo sviluppo hanno subito una riduzione globale pari quasi al 10%, confermando un trend iniziato con il secondo mandato del Presidente Trump e che ha coinvolto l’intera comunità internazionale, riducendo non solo il multilateralismo e il supporto alle organizzazioni internazionali, ma soprattutto gli aiuti finanziari destinati a supportare i Paesi in via di sviluppo.
Gli aiuti pubblici allo sviluppo, erogati in forma di prestiti e sovvenzioni, sono stati negli ultimi decenni fondamentali per permettere la redistribuzione delle ricchezze dai Paesi sviluppati verso quelli a basso reddito; tramite questi fondi, i governi dei Paesi in via di sviluppo possono finanziare non solo programmi di sanità, risposte ad emergenze umanitarie e sicurezza, ma anche istruzione, infrastrutture e fornire sussidi per il settore economico privato, permettendo un miglioramento del welfare generale e della stabilità macroeconomica nel lungo periodo.
La riduzione degli aiuti ufficiali genera un duplice risultato: da una parte i Paesi che ricevono gli aiuti diventano più vulnerabili, attraverso l’accettazione di prestiti privi delle garanzie fornite dagli aiuti allo sviluppo; dall’altra, le grandi potenze regionali e globali sfruttano il gap lasciato dagli aiuti internazionali per espandere la loro influenza ed ampliare le loro alleanze.
Questa situazione ha favorito, soprattutto negli ultimi anni, un aumento degli investimenti nell’Infrastructure Diplomacy: attraverso questo sistema, le maggiori potenze finanziano grandi infrastrutture, come porti, centrali elettriche e ferrovie, favorendo la crescita economica nel lungo periodo e creando snodi commerciali fondamentali per l’economia globale.
Sebbene questa diplomazia consenta di rafforzare le relazioni bilaterali e porti un beneficio economico sostanziale nei Paesi che accettano gli investimenti stranieri, gli interessi strategici e geopolitici promossi dalle grandi potenze possono essere non sempre pienamente in linea con le reali necessità dei Paesi beneficiari.
L’aumento dell’impiego di questo sistema è evidente: solo nel biennio 2024-2025, progetti come il corridoio ferroviario di Lobito (tra Zambia e Angola), il porto di Chancay in Perù fino alla centrale termoelettrica di Kostolac, in Serbia (la seconda più grande del Paese) hanno ridisegnato il potenziale economico in intere regioni, portando non solo posti di lavoro e opportunità per le imprese, ma costruendo anche nuove reti transnazionali.
Cina e Stati Uniti: un confronto tra modelli
Con l’European Recovery Program (Piano Marshall) nel secondo Dopoguerra, gli Stati Uniti hanno proposto uno dei progetti più ambiziosi e di larga scala nell’ambito della diplomazia internazionale dell’epoca; la ricostruzione dell’Europa distrutta dal conflitto aveva il duplice fine di riportare stabilità politica nel Continente, e di creare un’industria e un mercato moderni che potessero produrre e commerciare in maniera significativa con gli USA. Gli esiti della infrastructure diplomacy portata avanti tramite il Piano Marshall hanno segnato il successo di questo modello, costituendo un sistema valido soprattutto come alternativa alle relazioni tra Nord e Sud globale negli anni della decolonizzazione.
Nel 2025 il Governo Statunitense resta tra i maggiori contribuenti nel finanziamento delle infrastrutture a livello globale, sia attraverso i fondi internazionali della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e dell’OECD (della quale gli USA sono maggior contribuente), sia attraverso iniziative più dirette per avanzare gli interessi strategici del Paese, come la Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII).
Quest’ultima iniziativa, lanciata nel 2022, coinvolge i Paesi del G7, e ha l’obiettivo di promuovere investimenti pubblici e privati per finanziare grandi infrastrutture a livello globale. Nel triennio 2024-2027, l’iniziativa ambisce a mobilizzare fino a 600 miliardi di dollari per progetti come Corridoi commerciali (come il già menzionato Corridoio di Lobito, o il corridoio Transcaspico), nuove reti e centrali di produzione di energia rinnovabile, e altre iniziative strategiche di carattere regionale. La PGII è emersa come seguito ai programmi Blue Dot e Build Back Better World (sempre realizzati su iniziativa statunitense), che a partire dal 2019, attraverso la cooperazione con diversi Paesi e Forum internazionali, hanno costituito la reazione Occidentale, a guida americana, al crescente successo della Belt and Road Initiative cinese.
Lanciata nel 2013, la Belt and Road Initiative (BRI) ha lo scopo di colmare il gap infrastrutturale presente nelle aree economicamente meno sviluppate, rendendole utili ai fini commerciali e strategici della Cina. Con un budget annuale di circa 120 miliardi di dollari, la BRI compete significativamente con la PGII.
Inizialmente concepita come una Nuova via della Seta, la BRI avrebbe dovuto promuovere la costruzione di strade, ferrovie e reti elettriche nell’Asia Pacifica e Centrale, creando un corridoio che favorisse i commerci tra Cina ed Europa. Il successo dell’iniziativa ha portato ben 150 Paesi a sottoscrivere accordi relativi alla BRI con Pechino, diffondendo la presenza del progetto nel continente africano, europeo e nell’America Latina.
Il successo diplomatico della Belt and Road Initiative ha permesso alla Cina di espandere la propria presenza in aree particolarmente contese tra le grandi potenze, come l’Africa; in molti casi, la riuscita degli accordi proposti dalla Cina è stata possibile grazie alla grande flessibilità dei prestiti e degli investimenti; i fondi internazionali dell’OECD e dell’IMF, come quelli provenienti dalla PGII, sono concessi ai Paesi beneficiari dietro il rispetto di alcune condizioni, come la stabilità politica ed economica del Paese, l’assenza di conflitti o la sostenibilità dei progetti realizzati tramite i prestiti e gli investimenti. Questo esclude diversi Paesi dall’accesso agli investimenti stranieri. L’Assenza di condizionalità di natura politica o economica dietro ai prestiti e ai finanziamenti cinesi ha quindi definito un successo capillare dell’iniziativa, rendendo la Cina l’attore capace di intervenire in quelle aree escluse da altri programmi internazionali.
A più di dieci anni dal lancio dell’iniziativa, le migliaia di progetti portati avanti hanno consentito alla Cina di diversificare la propria economia interna (grazie agli investimenti e alla costruzione di infrastrutture), e di creare una nuova rete di alleanze per Pechino. Sono però emersi anche i limiti dell’approccio flessibile cinese; da una parte, molti dei Paesi che hanno accettato i prestiti sono tra i cosiddetti “Least Developed Countries” (tra i meno sviluppati al mondo) e di conseguenza non in possesso delle capacità economiche per ripagare i creditori Cinesi. Questa situazione ha portato molti Paesi a cadere nella trappola del debito cinese, attraverso cui molte delle infrastrutture che la Cina ha contribuito a costruire, a causa dell’impossibilità di saldare il debito, finiscono per diventare pieno possesso cinese sul suolo straniero.
Il modello cinese di diplomazia infrastrutturale sembra aver raggiunto una fase di saturazione. L’aumento dell’esposizione finanziaria di Pechino, l’accumulo di debito nei Paesi beneficiari e le crescenti difficoltà di rimborso stanno spingendo la Cina verso una progressiva riduzione dei nuovi investimenti e una maggiore attenzione al recupero e alla ristrutturazione dei crediti esistenti.
Al contempo, la crescente competizione tra modelli alternativi, caratterizzati da differenti livelli di condizionalità, sostenibilità e trasparenza, evidenzia come la diplomazia infrastrutturale generi rischi e opportunità asimmetriche. Se da un lato l’assenza di condizionalità favorisce l’accesso ai capitali per Paesi esclusi dai circuiti finanziari tradizionali, dall’altro può alimentare squilibri macroeconomici e nuove forme di dipendenza.
In un contesto globale segnato dalla contrazione degli aiuti allo sviluppo e dal riemergere della competizione geopolitica, le infrastrutture si confermano uno strumento centrale di proiezione di potere, capace di rafforzare i legami tra le grandi potenze e le aree periferiche del sistema internazionale, oggi sempre più strategiche.
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