La finanza sostenibile Europea

Come l’UE tenta di trasferire i suoi modelli di finanza sostenibile nei paesi partner tramite strumenti internazionali

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  Riccardo Carboni
  12 novembre 2025
  4 minuti, 28 secondi

Quando si parla di finanza sostenibile, l’attenzione pubblica si concentra quasi sempre sulle sue norme, la tassonomia e le obbligazioni “green” europee. Tuttavia, ciò che accade all’interno delle istituzioni europee inizia sempre più a influenzare anche fuori dai confini dell’Unione Europea. Negli ultimi anni, l’UE non si è limitata a costruire un mercato finanziario più attento al clima, bensì ha iniziato ad esportare il proprio modello provando a renderlo uno standard condiviso attraverso la cooperazione con organizzazioni internazionali e paesi partner attraverso un processo silenzioso ed ambizioso.

La finanza sostenibile, nel linguaggio delle istituzioni europee, è definita come “una finanza che sostiene la crescita economica riducendo al contempo le pressioni sull’ambiente e contribuendo agli obiettivi del Green Deal europeo”. È una formula che riassume la logica di investire non solo in progetti verdi, ma di cambiare la direzione del capitale affinché tenga conto anche dei fattori ambientali, sociali e di governance (ESG). L’obiettivo non è morale, bensì economico: spingere gli investitori, pubblici e privati, a considerare il rischio climatico come un rischio finanziario.

Fin qui, tutto interno ai confini europei. Ma come si traduce questo paradigma quando entra nel campo della cooperazione internazionale? L’UE gestisce una fitta rete di strumenti finanziari esterni, come il Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument – Global Europe, pensato per finanziare progetti di sviluppo, infrastrutture sostenibili e transizione verde nei paesi partner. Attraverso questo e altri canali, l’UE indirizza miliardi di euro verso l’azione climatica globale, ma non lo fa mai da sola. Per funzionare, questi fondi devono interagire con istituzioni finanziarie europee ed internazionali, con banche multilaterali e organismi globali che stabiliscono regole e standard condivisi.

Qui entra in gioco una delle dimensioni più interessanti e meno raccontate, ossia l’UE come attore regolamentare globale. La sua influenza non deriva solo dal denaro investito, ma dal modo in cui riesce ad imporre la propria visione normativa. È la capacità di influenzare le regole mondiali attraverso la potenza del proprio mercato e del proprio sistema legislativo. È quello che accade, per esempio, con la Platform on Sustainable Finance, il gruppo di esperti che assiste la Commissione nel definire i criteri tecnici per gli investimenti sostenibili. La piattaforma ha tra le sue funzioni esplicite anche la cooperazione internazionale, un chiaro segnale della volontà europea di guidare la conversazione globale sul tema.

Eppure, esportare regole non è mai semplice, in quanto ogni paese partner ha strutture finanziarie, istituzioni e priorità diverse. In parole povere, ciò che è “verde” secondo la tassonomia europea può non esserlo in un contesto africano o asiatico. Infatti la rigidità di uno standard troppo tecnico rischia di produrre esclusione invece che progresso. Un’analisi del think tank ECDPM dichiara che “l’UE non ha ancora adottato una prospettiva di giustizia climatica al di fuori dei suoi confini, ma avrebbe l’opportunità di farlo integrandola nella propria azione esterna”, sottolineando la necessità di regole, ma anche adattabilità e sensibilità al contesto locale.

L’altro grande ostacolo è il coordinamento. I fondi dell’UE e i programmi di cooperazione devono integrarsi con quelli delle banche di sviluppo internazionali e delle organizzazioni multilaterali che operano sul campo. L’UE tenta di farlo attraverso iniziative come il Global Gateway, un piano da 300 miliardi di euro per costruire infrastrutture sostenibili in Africa, Asia e America Latina. Sulla carta, una risposta europea alla Belt and Road cinese, nella pratica, però, l’efficacia di queste iniziative dipenderà da quanto gli standard europei riusciranno a convivere con le regole già adottate da altri attori globali. Spesso, più che di armonizzazione, si tratta di negoziazione diplomatica e tecnica.

Non mancano poi le sfide di credibilità e coerenza, in quanto, qualora l’Unione chiedesse ai paesi partner di rispettare criteri ambientali rigorosi, dovrà poter dimostrare che li rispetta anche al suo interno. Secondo un rapporto del Center for Global Development “l’UE è il principale fornitore mondiale di finanza climatica, ma non ha ancora trasformato questa forza economica in un impatto geopolitico proporzionale”.

È in questo contesto che le organizzazioni internazionali rappresentano un canale cruciale attraverso cui l’UE può moltiplicare la portata dei propri interventi, condividere la definizione degli standard e assicurare che le risorse investite siano coerenti con gli obiettivi globali di sostenibilità. La cooperazione con la Banca Mondiale, con la International Platform on Sustainable Finance o con agenzie ONU dedicate al clima è ciò che permette all’Unione di far valere il proprio modello in modo collaborativo, piuttosto che impositivo. A questo punto, il vero ostacolo è più politico che tecnico e l’Unione Europea dovrà bilanciare il ruolo di potenza normativa che guida gli altri e quello di partner che coopera alla pari. Spingere troppo sul primo può far sembrare la finanza sostenibile europea una forma di “imperialismo verde”, mentre puntare solo sul secondo rischia di diluire la visione comune che ha reso l’Europa un laboratorio di innovazione normativa.

In questo equilibrio precario si gioca gran parte del futuro del multilateralismo climatico.

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L'Autore

Riccardo Carboni

Classe 1999, laureato in Scienze internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna e da sempre appassionato di affari internazionali. Studente all’ultimo anno di Master in International Relations presso la LUISS, ha approfondito tematiche riguardanti la sicurezza internazionale seguendo forum e partecipando a programmi di pianificazione militari secondo la dottrina NATO. Autore all’interno di Mondo Internazionale per l’area tematica “Organizzazioni Internazionali”.

Born in 1999, he holds a bachelor’s degree in International and Diplomatic Sciences from the University of Bologna and have always been passionate about international affairs. Currently a final-year student in the Master's degree program in International Relations at LUISS, he has delved into issues related to international security by following forums and participating in military planning programs based on NATO doctrine. Author and contributor to Mondo Internazionale for the "International Organisations” section.

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