Il 27 febbraio è considerabile una giornata storica per la Turchia, secondo alcuni macchiata da infamia e per altri l’inizio di una nuova era di convivenza. Dopo quasi un quarto di secolo di prigionia, Abdullah Öcalan, il leader del gruppo terroristico di estrema sinistra curdo, il PKK, ha parlato in diretta promuovendo la fine delle ostilità tra il gruppo terroristico e lo stato anatolico.
Vediamo quindi quali sono le premesse che hanno condotto a questo potenziale turning point nella storia della repubblica turca e quali potrebbero essere le prospettive future.
La fine del terrorismo e una nuova Turchia (?)
Già dagli ultimi mesi del 2024, la coalizione al governo, ovvero gli islamisti dell’AKP e gli ultranazionalisti del MHP, hanno iniziato a ipotizzare un cambio di rotta nelle relazioni con i curdi e con la stessa organizzazione terroristica. Il primo ramo d’ulivo è stato elargito dallo stesso leader del MHP, Devlet Bahceli, che ha ipotizzato di far parlare il vecchio leader del gruppo terroristico in parlamento per porre fine allo scontro. Sono state immediate le reazioni sdegnate di un’ampia fetta del mondo kemalista, che hanno accusato lo stesso Bahceli di tradimento della nazione turca.
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan è sicuramente stato artefice congiunto di questa manovra distensiva nei confronti dei curdi. Il leader del partito curdo DEM in galera, Selahattin Demirtas, ha a sua volta sostenuto questa iniziativa. Infatti, il leader del gruppo terroristico ha letto la propria dichiarazione in presenza di una delegazione del partito.
Öcalan ha dichiarato necessaria la cessazione delle ostilità, ordinando addirittura la dissoluzione del PKK. Immediatamente il presidente della regione autonoma curda dell’Iraq, Nechirvan Barzani, ha salutato positivamente il nuovo sviluppo insieme al primo ministro della stessa, Masrour Barzani, e al leader del partito curdo KDP, Masoud Barzani. I curdi iracheni da anni sostengono i tentativi di Ankara di neutralizzare le cellule del PKK sul proprio territorio. Contemporaneamente, Salih Muslim, leader dell’ala politica siriana del PKK, il PYD, ha aperto alla possibilità di deporre le armi qualora vi siano le condizioni adeguate. Un ostacolo sembra però arrivare da Mazlum Abdi, leader delle milizie SDF siriane, dentro le quali sono integrate le forze curde legate al PKK. Il comandante curdo ha tenuto a sottolineare che le parole del leader del PKK non coinvolgono in realtà lo scenario siriano.
La situazione appare dunque ancora delicata e sarà necessario attendere per capire come si muoveranno i vari attori coinvolti. La prima incognita sarà l’adesione completa di tutti gli elementi del PKK all’appello dell’anziano leader. Lo scenario più incerto è proprio quello siriano, le SDF sono ancora coinvolte in un tiepido e precario braccio di ferro politico con il nuovo leader del paese, Ahmed al-Sharaa, il quale vuole riunire tutto il territorio siriano sotto un’unica sovranità, senza concedere particolare autonomia a nessuna delle diverse minoranze, ma promettendo l’inclusione di tutte nel futuro governo della Siria. Vi è anche l’incognita della presenza militare statunitense, che il nuovo inquilino della Casa Bianca sembra in realtà voler portare a termine, lasciando così le SDF senza il proprio principale protettore.
A livello politico interno, questa mossa, invece, è necessario leggerla nel quadro delle macchinazioni del presidente turco per perpetrare la propria permanenza al potere. Secondo la costituzione, sarebbe impossibile candidarsi per un nuovo mandato nel 2027. Per questo, secondo alcuni analisti, il leader islamista, non potendo contare sull’appoggio delle opposizioni kemaliste del CHP e del IYI Parti, pensa di poter cooptare i curdi del partito DEM. Con i loro voti tenterà probabilmente di promuovere una nuova ingegneria costituzionale che gli permetta di rimanere alla guida del paese, concedendo qualche forma di autonomia o diritto alla minoranza curda. Il rischio quindi è quello di un ulteriore scivolamento del paese verso l’autoritarismo e non si possono escludere nuovi colpi all’impianto laico ideato dal fondatore della repubblica, Mustafa Kemal Atatürk.
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L'Autore
Michele Magistretti
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