L’attacco statunitense alle infrastrutture nucleari iraniane del 22 giugno 2025, condotto con il supporto israeliano nell’ambito dell’operazione “Midnight Hammer”, ha riacceso le tensioni in Medio Oriente e, al tempo stesso, catalizzato reazioni forti ben oltre la regione. Tra le prime a condannare l’azione, la Corea del Nord, che ha espresso ferma solidarietà a Teheran, denunciando una “flagrante violazione della sovranità nazionale” e accusando Washington di minare la stabilità globale.
La dichiarazione del Ministero degli Esteri nordcoreano, pubblicata dall’agenzia KCNA poche ore dopo l’attacco, ha richiamato i toni duri della guerra fredda, definendo l’operazione statunitense come “un atto barbaro e criminale”, che conferma “la necessità, per ogni Stato sovrano, di dotarsi di capacità deterrenti adeguate a garantire la propria sicurezza”.
Al di là della retorica, il caso iraniano riporta al centro dell’attenzione il fragile e complesso rapporto tra Iran e Corea del Nord: due regimi autoritari, isolati sul piano internazionale, che condividono ostilità verso l’egemonia americana, ma che differiscono profondamente nelle ambizioni strategiche, nel posizionamento regionale e nella gestione del proprio programma nucleare.
Il legame tra Teheran e Pyongyang non è frutto del caso. Da quando hanno instaurato legami diplomatici nel 1973, Corea del Nord e Iran hanno cooperato, con un periodo particolarmente degno di nota: il trasferimento di armi da parte della Corea del Nord all'Iran durante la guerra del 1980-88 con l'Iraq. Negli anni successivi, i due partner hanno continuato a cooperare in ambito militare e anche in campo nucleare.
É stato l’inasprimento della politica americana a fungere da catalizzatore della cooperazione. Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, nel 2018 la situazione è mutata drasticamente: il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA – l’accordo sul nucleare iraniano del 2015
– ha riportato le relazioni tra Teheran e Washington ai minimi storici, alimentando nel contempo la convergenza con Pyongyang.
Il 2020 ha rappresentato un ulteriore punto di svolta. L’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani da parte di un drone americano, ha rafforzato in entrambi i regimi la convinzione che l’unica vera assicurazione contro l’intervento militare occidentale fosse una solida capacità nucleare. In risposta, la Corea del Nord ha intensificato i suoi test balistici e l’Iran ha progressivamente superato i limiti imposti circa l’arricchimento dell’uranio, pur mantenendo formalmente la sua adesione al Trattato di Non Proliferazione (TNP).
Due traiettorie nucleari, due logiche di sopravvivenza
Nonostante una certa convergenza simbolica, i due Paesi percorrono strade nucleari profondamente diverse.
- La Corea del Nord è ormai una potenza nucleare de facto: dal ritiro dal TNP nel 2003, ha condotto sei test atomici e sviluppato missili balistici in grado di raggiungere il territorio statunitense. Il programma nucleare nordcoreano ha una chiara funzione di deterrenza: garantire la sopravvivenza del regime e impedire un cambio forzato al vertice. Come ribadito da Kim Jong-un in numerosi discorsi, le armi nucleari rappresentano “la spina dorsale della sicurezza nazionale” e la base di ogni possibile negoziato con le potenze esterne. É per questo motivo, come afferma Joung Kyeong-woon, ricercatore senior presso il Forum della Difesa di Seul, che la DPRK non può essere attaccata: “siamo essenzialmente tenuti in ostaggio dalla sua artiglieria, molto più facilmente utilizzabile delle armi nucleari".
- L’Iran, al contrario, ha scelto una strategia più ambigua. Pur avendo sviluppato capacità tecniche avanzate, continua a rimanere ufficialmente all’interno del regime di non proliferazione. L’obiettivo non è tanto quello di acquisire la bomba, quanto posizionarsi come potenza “di soglia”, pronta a dotarsene in tempi rapidi se necessario e il suo ottenimento sarebbe senz'altro motivo di orgoglio nazionale. In questo modo, Teheran esercita pressione strategica sugli avversari regionali – Israele e Arabia Saudita – e mantiene un margine negoziale con le potenze occidentali.
Le motivazioni sono diverse: se per Pyongyang il nucleare è una garanzia esistenziale, per Teheran è soprattutto uno strumento geopolitico regionale, utile a consolidare l’influenza nel Levante, nella Penisola Arabica e nel Golfo.
Secondo il Lowy Institute, la cooperazione tra Iran e Corea del Nord deve essere letta più come una convergenza tattica che come una vera alleanza strategica. Entrambi condividono l’ostilità verso gli Stati Uniti e un’esperienza di isolamento economico e diplomatico, ma tendono a evitare un coinvolgimento diretto nei rispettivi teatri di crisi. In altre parole, l’amicizia tra Teheran e Pyongyang è dettata da logiche di convenienza e da un nemico comune, non da affinità ideologiche profonde.
Negli ultimi mesi, queste divergenze si sono fatte più evidenti. Secondo un’indagine di Asia Times, la Corea del Nord sta diventando il partner preferito della Russia, a discapito dell’Iran. Kim Jong-un ha stretto con Mosca un patto di mutua assistenza e ha fornito sistemi d’arma utilizzati nel conflitto ucraino. Teheran, pur rimanendo vicina al Cremlino, continua a muoversi con maggiore prudenza per non compromettere del tutto i canali diplomatici con l’Europa.
In conclusione, la reazione della Corea del Nord all’attacco contro l’Iran, mostra una volta di più come i due Paesi, sebbene accomunati da isolamento e ambizioni nucleari, restino su percorsi distinti. L’uno mira alla sopravvivenza del regime attraverso la deterrenza atomica; l’altro cerca di consolidare la propria egemonia regionale mantenendo un’ambiguità calcolata.
Più che alleati, Iran e Corea del Nord sono partner riluttanti, forgiati da pressioni esterne e da una diffidenza strutturale nei confronti dell’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Un’alleanza per convenienza, più che per convinzione.
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