La guerra commerciale fra USA e Cina, un riassunto

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  Leonardo Di Girolamo
  15 aprile 2025
  5 minuti, 22 secondi

Dopo solamente poche ore dal suo insediamento, Donald Trump aveva già avvisato Canada e Messico della propria volontà di imporre dazi del 25% sugli import, accusando i due partner confinanti di non fare abbastanza per fermare il traffico di droghe e migranti. Il 1° febbraio 2025, il Presidente Trump ha firmato il relativo ordine esecutivo, che includeva anche un 10% di dazi sulla Cina. Il giorno seguente, per la prima volta Trump ha ammesso – a modo suo – che i dazi potrebbero avere delle conseguenze negative per gli Stati Uniti, scrivendo sui social: “WILL THERE BE SOME PAIN? YES, MAYBE (AND MAYBE NOT!)”, letteralmente “CI SARÀ UN PO’ DI DOLORE? SÌ, FORSE (O FORSE NO!).” Questi dazi sono stati poi messi in pausa il 3 febbraio per Messico e Canada, mentre il giorno successivo sono entrati in vigore sulla Cina, che risposto con una serie di azioni ritorsive su macchinari agricoli, petrolio grezzo, carbone e gas naturale.

La settimana seguente, i dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e alluminio che aveva approvato nel suo primo mandato sono tornati in vigore, seguiti dall'annuncio di un piano per imporre dazi reciproci ai partner commerciali degli Stati Uniti. Un piano che rappresenterebbe una totale revisione del commercio globale, e che a detta di Trump avrebbe l’obiettivo di costringere le aziende a riportare la manifattura all'interno dei confini americani.

Tornando ai dazi precedentemente sospesi nei confronti di Canada e Messico, questi sono entrati in effetto il 4 marzo “come da programma”, citando Donald Trump, perché a suo dire “le droghe si stanno ancora riversando nel nostro Paese da Messico e Canada a livelli molto alti e inaccettabili” – una dichiarazione che viene però smentita dai report del governo americano stesso. A questi, ha aggiunto un altro 10% di dazi sulla Cina, che a sua volta ha risposto con ulteriori dazi sui prodotti agricoli americani.

Dopo una serie di sospensioni parziali, minacce fuori scala e caos nei mercati finanziari, il 2 aprile Donald Trump annuncia una strategia di dazi reciproci verso una lunga serie di Paesi, denominando quella data come il “Liberation Day”. Al termine del suo discorso, firmando l’ordine esecutivo 14257, una lunga serie di Stati si è ritrovata con dazi spesso insensati: 49% alla Cambogia, 46% al Vietnam, 44% allo Sri Lanka, ma soprattutto 34% alla Cina (aggiuntivi al già esistente 20% di dazi) e 32% a Taiwan.

Il Ministero delle Finanze cinese risponderà due giorni dopo con dazi reciproci dello stesso valore, vietando inoltre a 11 aziende americane di operare in Cina vista la loro “cooperazione in tecnologie militari con Taiwan.” Donald Trump risponderà minacciando un aggiuntivo 50% di dazi nei confronti di Pechino, che il 9 aprile hanno portato il totale dei dazi sui prodotti cinesi al 104%. La Cina risponderà già dodici ore dopo con un ulteriore 50%, portando il totale dei dazi all’84% sui prodotti americani.

Lo stesso 9 aprile, tuttavia, il caos dei mercati finanziari costringerà il Presidente Trump a mettere in pausa per 90 giorni tutti i dazi reciproci – lasciando in vigore solamente il 10% universale – fatta eccezione per la Cina, verso cui li aumenterà al 145%. Venerdì 11 aprile, il Ministero delle Finance cinese ha risposto con un aumento dei dazi al 125%. Inoltre, ha annunciato che non seguiranno altri rialzi “dato che i beni americani non sono più commerciabili in Cina con gli attuali dazi”, definendo le misure imposte da Trump “uno scherzo.” L’ultima notizia relativa alla guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina risale a sabato 12 aprile, con Donald Trump che ha dichiarato che smartphone, computer e altre 20 categorie di prodotti – fra cui il codice generale 8471 – saranno esentati dai dazi reciproci imposti alla Cina, rasserenando le big tech americane come Apple e Dell, che dipendono da prodotti importati.

La prima e più immediata conseguenza del caos a cui ha dato vita l’amministrazione Trump negli ultimi due mesi è sicuramente il crollo che hanno subito i mercati finanziari internazionali, con un’ondata di “panic selling” – ovvero una vendita in massa di strumenti finanziari dovuta al timore di imminenti ribassi – che ha portato alle maggiori perdite del mercato dal 2020. Un articolo del 9 aprile del The Economic Times stimava perdite di circa $10.000 miliardi di dollari.

Il Partito Democratico americano ha accusato il Presidente Trump di “insider trading”, ovvero di aver operato compravendite di titoli possedendo informazioni riservate, o di aver dato accesso ad una cerchia ristretta a queste informazioni prima che divenissero di pubblico dominio. Nella mattina di mercoledì 9 aprile, Trump aveva scritto sui social “Questo è un grande momento per comprare!!!”, annunciando meno di quattro ore prima della tregua sui dazi del “Liberation Day”. La sua Trump Media and Technology Group, l’azienda controllata dal figlio maggiore di Trump, ha guadagnato circa 415 milioni di dollari proprio in quel giorno, mentre la cerchia degli americani più ricchi ha guadagnato un totale di circa 300 miliardi di dollari in un solo giorno.

Una guerra commerciale prolungata fra Stati Uniti e Cina risulterebbe in un estenuante test per stabilire quale popolazione è in grado di sopportare il maggior dolore economico. Secondo l’economista Erica York, “il 145% di dazi totali sulle importazioni cinesi bloccherebbe la maggior parte degli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina.” L’allarme è scattato soprattutto per le piccole e medie imprese, che non hanno gli strumenti per sostenere questo decoupling improvviso.

Nonostante tutti i discorsi retorici sulla cosiddetta “arte della negoziazione” in cui Trump sarebbe un esperto, è chiaro che stia semplicemente improvvisando, e che a parte una redistribuzione di ricchezza a favore dei più ricchi – la cui intenzionalità dovrà essere confermata in futuro – non sembra esserci una “endgame strategy” da parte di Trump. Se il Presidente americano crede davvero che questi dazi costringeranno la Cina a negoziare, sta sottovalutando la visione del Partito Comunista Cinese e della popolazione cinese nei confronti delle potenze occidentali. Inoltre, Xi Jinping non si esporrà mai ad una negoziazione caotica nell’Ufficio Ovale come quella del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

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