In Occidente si è comprensibilmente abituati a cercare un senso e una direzione morale universalistica nella gestione degli affari pubblici. Spesso chi cerca consenso è tenuto ad assorbire le proposte di policy provenienti dal proprio elettorato di riferimento. In Occidente sono nati e si sono sviluppati concetti come i diritti umani e l’autodeterminazione dei popoli. Spesso i leader, in particolare quelli liberali e progressisti, fanno appello alla morale per giustificare la propria condotta. Molte volte, quindi, è naturale per i decisori politici e le rispettive platee elettorali ragionare per fini etici, con l’obiettivo di raggiungere un “bene supremo”. Questo atteggiamento, se non accompagnato da una condotta integerrima e coerente con i principi che si predicano, rischia di stendere i tappeti rossi a uno dei peggiori nemici della legittimità politica e di quegli stessi valori che si vogliono promuovere: l’ipocrisia.
La condotta di politica estera: tra Moralismo e Realismo
Seguendo il cammino tracciato dalla Spagna del leader socialista, Pedro Sanchez, la Francia guidata dal leader liberaldemocratico, Emanuel Macron, ha recentemente dichiarato la volontà di riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara occidentale, posando quindi un altro masso sulle aspirazioni di autodeterminazione del popolo sahrawi in nome della Realpolitik che impone di assecondare i desiderata del regno arabo per ottenere un contenimento più efficace dei flussi migratori e favorire lo sviluppo dei rapporti commerciali ed industriali. Considerando l’atteggiamento di questi due paesi nei confronti dell’attuale conflitto in Medio Oriente, riguardo il quale i due leader hanno mostrato un posizionamento più apertamente critico, risalta l’evidente doppiopesismo e la discrasia tra le narrazioni moraleggianti e le effettive politiche perseguite. Ma questo è solo l’ultimo esempio in ordine cronologico in cui alcuni leader occidentali che predicano la difesa dei diritti universali si mostrano poi pronti a sacrificare la causa o la difesa di un determinato gruppo etnico-religioso sull’altare degli interessi nazionali. Gli stessi vertici dell’Unione Europea non hanno mostrato grande determinazione nel criticare il regime azero dopo la pulizia etnica avvenuta de facto nel Nagorno-Karabakh, dopo la dissoluzione della repubblica separatista in seguito alla sconfitta militare nell’ultima guerra contro Baku. In questo caso, lo sradicamento di circa centoventimila armeni è stato accettato in nome del corridoio energetico che collega l’Azerbaigian all’Europa e degli equilibri geopolitici locali che hanno reso la repubblica azera un bastione anti-iraniano nella regione. In maniera non dissimile, raramente si sono potute osservare prese di posizioni tuonanti e ferme da parte di buona parte dell’establishment politico liberal-progressista nei confronti delle continue persecuzioni dei musulmani in India, governata dal suprematista induista Narendra Modi. Anche in questo caso, il destino di una minoranza viene sacrificato in nome dei rapporti commerciali e dell’alleanza strategica con uno degli attori imprescindibili per il contenimento della Cina in Asia.
Dunque, da una parte, fortunatamente, è tramontata l’epoca in cui gli occidentali, con gli Stati Uniti in testa, si arrogavano il diritto di agire come poliziotto morale del pianeta, magari provando ad esportare il proprio modello con la forza, lasciando macerie nel cammino. Dall’altra, comincia a divenire insostenibile la continuazione, anche solo per via mediatica, di questa narrazione che vuole rappresentare i paesi occidentali come gli alfieri dei diritti umani sul palcoscenico internazionale. Il sistema internazionale si sta surriscaldando, vivendo un periodo di transizione dal c.d. momento unipolare a una conformazione nuova ancora in via di definizione, ma che sarà sicuramente più eterogena e complessa della precedente. Questo periodo sarà caratterizzato da una maggiore conflittualità e violenza politica. Agli occhi degli altri membri del sistema, gli occidentali perdono sempre più credibilità continuando a predicare il moralismo mentre applicano il pragmatismo. Inoltre, i leader dell’establishment rischiano di perdere legittimità politica interna continuando a praticare questo virtue signalling per poi contraddirsi continuamente dovendo fare i conti con la realtà circostante all’estero.
Quindi, ammettendo l’impraticabilità di una politica estera integralmente “progressista”, a meno di essere disposti a sanzionare o rompere i rapporti con la maggior parte dei partner del globo, sarebbe preferibile un ridimensionamento degli obiettivi universalistici da parte di coloro che utilizzano per la politica estera lenti esclusivamente moralistiche. Diventa conseguentemente necessario l’abbandono della retorica dei principi per quella degli interessi, continuando però, attraverso una moral suasion indiretta e meno propagandistica, a provare a difendere quei principi. È necessario provare a intensificare il rapporto con i partner, trovando le strategie di attrazione più efficaci affinché siano questi a voler adottare ed emulare i modelli e gli standard occidentali.
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L'Autore
Michele Magistretti
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