Le città di pianura di Francesco Sossai è un film che sembra parlare a chiunque sia cresciuto in un luogo dove il tempo non scorre, ma ristagna. In quell’Italia che si specchia nelle sue campagne ordinate e nei suoi bar sempre uguali, un’Italia in cui la giovinezza non è slancio ma stallo: una pausa prolungata, una nebbia che inghiotte ogni possibile direzione.
Carlo Bianchi, Sergio Romano, e Doriano, Pierpaolo Capovilla, non sono solo due personaggi, sono due facce, due macchiette, di un Paese che fatica a riconoscere se stesso, che si rifugia nelle abitudini, nelle dipendenze, nella rassicurante mediocrità dell’immobilità. Condizione che Sossai trasforma in un viaggio, o forse sarebbe meglio definirla una fuga.
Le città di pianura è un road movie di formazione alla rovescia, dove la strada non porta altrove ma riporta dentro, verso il vuoto che ciascuno tenta di riempire.
Le città di pianura non sono solo un luogo geografico, anzi, non vogliono proprio esserlo, le città di pianura sono una condizione, come appena accennato. Ma facciamo un passo indietro: per chi non le ha mai abitate, comprenderne l’immobilità è difficile.
Le giornate scorrono identiche, i volti si ripetono, le serate si somigliano fino a confondersi. La ricerca del diverso è un filo sottile che rischia di spezzarsi, o che in alcuni contesti non è mai stato davvero tessuto, e che in quella stabilità si consuma diventando un’inquietudine tenace, ostinata, quasi operaia.
L’unica via d’uscita, spesso, è l’immaginazione, o la fuga, o entrambe le cose. Eppure basterebbe spingersi un po’ più in là, verso le grandi città, per vedere cambiare la densità dell’aria. Là dove l’offerta cresce, cresce anche la possibilità di scegliere, di mescolarsi, di respirare, pur considerando che questa abbondanza ha un limite: la saturazione. E che allo stesso tempo, le persone di pianura in città ci vanno poco volentieri.
Dentro questa tensione si muovono Carlobianchi e Doriano. Il loro incontro con Giulio, o Luca, a seconda del grado di ubriachezza dei due, interpretato da Filippo Scotti, diventa la scintilla che riaccende la consapevolezza della vita trattenuta. Giulio è il giovane “della bassa”, educato, composto, con il regalo pronto per la ragazza che gli piace. È quello che si ferma e non osa, perché il giorno dopo “c’è da fare”, il lavoro, la casa, il dovere che precede sempre il piacere. È il figlio del Nord, dove il lavoro non è solo fatica ma identità, dove la moralità del sacrificio si tramanda come un valore ereditario.
E così, tra una festa di laurea e un ritorno all’alba, tra una corsa in macchina e un bicchiere di troppo, Le città di pianura racconta la contraddizione più profonda del vivere contemporaneo: il desiderio di libertà che convive con la paura di perderla.
Sossai costruisce un film che non vuole dare risposte ma lascia aperte le ferite. La sua regia non cerca l’estetica del movimento, ma quella della stasi, che ritroviamo costantemente nell’uso descrittivo della cinepresa. I paesaggi del Veneto diventano personaggi, come nel neorealismo italiano del secondo dopoguerra, i silenzi parlano più delle parole e l’orizzonte della pianura si fa specchio dell’animo umano.
È un film che non procede per eventi ma per stati d’animo, per accumulazione di sensazioni e pause, fino a disegnare una mappa dell’immobilità che appartiene a tutti, anche a chi non l’ha mai vissuta. Ed è proprio lì che tutto torna: la pianura, la giovinezza sospesa, il viaggio che non porta altrove.
Come la nebbia che avvolge la pianura, il film si chiude nel silenzio con cui era iniziato. Ma non è lo stesso silenzio, è quello che arriva dopo aver compreso che non si può fuggire da ciò che si è.
Per una buona parte del film, Carlobianchi e il Doriano sembrano due figure beckettiane, sospese come Vladimiro ed Estragone in Waiting for Godot. Aspettano qualcosa, o qualcuno, che possa dare senso al loro vagare, un potere superiore, un segno, in questo caso Genio (nome parlante), che però non arriva mai. E quando finalmente arriva, delude e si delude, svanisce rapidamente, come se la sua presenza fosse solo un’illusione del desiderio, una proiezione di ciò che loro stessi non riescono a diventare.
Così come c’è qualcosa di antico, quasi favolistico, nel modo in cui i due protagonisti si muovono, ricordano Il gatto e la volpe che insegnano a Pinocchio la disobbedienza come unica via di conoscenza. Anche qui la ribellione è il primo linguaggio della vita, ma è una ribellione che non costruisce, scava.
Nel paesaggio del Veneto, e per estensione della pianura padana, l’evasione è un miraggio, un orizzonte che si ripete uguale a sé stesso. La pianura diventa metafora di un’Italia interiore, piatta, conservatrice, abitudinaria, ma attraversata da un bisogno disperato di sentirsi viva.
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Fonte immagine:
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Le città di pianura, regia di Francesco Sossai – © Festival de Cannes
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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